giovedì 3 maggio 2012

Lo sport più duro del mondo

Si avvicinano le olimpiadi di Londra e iniziano a fiorire le iniziative di comunicazione delle aziende. C'è uno spot in particolare che mi ha colpito, perché non parla di sudore, muscoli, concentrazione e voglia di vincere, per metterci sopra il logo dell'azienda. O meglio, si trattano questi argomenti, ma non come ci si aspetterebbe. Ve lo faccio vedere:



L'incipit di questo post è lo stesso di un mio guest post sul blog di Stefania Boleso, che però analizza il caso dal punto di vista del marketing e della comunicazione. In questa sede invece lo svolgimento sarà diverso. Ora vi chiedo, che cosa vi suscita questo spot?
Commozione.
Bene, poi?
Amore per la mamma.
Ok, poi?
Voglia di andare ad allenarmi.
Io, in quanto madre, non ho potuto fare a meno di immedesimarmi nelle protagoniste di questo spot. Mi è piaciuta la tenerezza con cui queste madri svegliano i propri figli la mattina. Mi sono detta: "Anche io faccio così". Beh, almeno quando non sono in ritardo e grido mentre sto contemporaneamente scaldando il latte e spalmando il fondotinta: "VUOI SCENDERE DA QUEL LETTO SI' O NO?!?" Ma i parallelismi finiscono qui. Infatti io poi vado a lavorare e se c'è uno dei miei figli da accompagnare in piscina, magari ci va il loro legittimo padre. Oppure i nonni.
Oddio, dite che i miei figli non diventeranno mai degli atleti perché non sono io ad accompagnarli agli allenamenti? Ecco, vedete? Sempre il solito stupido senso di colpa.
Comunque, quello che volevo sottolineare è che nella vita degli atleti, come in quella di tutti i bambini del mondo, c'è una madre e c'è un padre. Insomma, ci sono due genitori. DUE. Uno più uno, capite? E magari il padre ha anche piacere a stare con il proprio figlio, a fargli da mangiare, a vestirlo, a portarlo in piscina e a fare il tifo per lui. Magari quel padre stende anche la biancheria, oppure va a fare la spesa. Tutto questo senza rinunciare al proprio lavoro. Proprio come fa la madre.
Ma, come al solito, la realtà sembra essere un'altra. In questo spot, i figli li fanno solo le mamme. Mi ha veramente colpito la chirurgica assenza dei padri. Come sotto il fascismo, quando oltre alle persone, sparivano anche le parole straniere e i cognomi venivano italianizzati. Così ti viene subito da pensare: "Che stronzi questi padri, che non accompagnano mai i figli agli allenamenti e non fanno il tifo per loro durante le gare". E pensi che magari questi ragazzi si concentrano così tanto nello sport per superare il trauma di un padre assente. Insomma, ti fai delle domande, ti chiedi cosa c'è che non va.
Ma l'unica cosa che non va è l'approccio dell'azienda che decide di fare comunicazione in modo molto vecchio. E qual è l'azienda? La Procter & Gamble, multinazionale dei detersivi, dei dentifrici e dei prodotti di bellezza. E a chi venderò mai il mio Dash durante le olimpiadi? Ma è ovvio! Alle mamme! Cioè alle donne. Cioè a quegli esseri umani creati per far compagnia agli uomini, fare il bucato e accudire i figli. Questa è la realtà. Questo è il mercato e questo è quindi il marketing.
E allora faccio uno spot per le olimpiadi, e dico W la mamma. E apro una pagina su facebook. E dico a tutti che io sostengo le mamme, perché io alle mamme ci tengo, perché fanno il bucato e comprano il Dash. Per la Procter & Gamble i padri non esistono e ci rimanda l'immagine della sua visione della società. E a noi piace: condividiamo questo spot su facebook piene di lacrime e di emozione e contribuiamo a diffondere un modello che non esiste o che non dovrebbe esistere. E come al solito ci diamo da sole la zappa sui piedi. Siamo così concentrate a celebrare il nostro eroismo quotidiano che non ci accorgiamo che così legittimiamo uno status quo in cui ogni cambiamento diventa molto difficile. Diffondiamo una visione in cui l'uomo non c'è e poi ci lamentiamo perché non c'è. E il tutto, compiacendo anche il marketing dei detersivi.
Non vi sembra eccessivo?

mercoledì 2 maggio 2012

Vorrei solo una vita banale

Non ve l'ho detto per non farvi preoccupare, ma qualche mese fa mi sono fatta qualche giro nei blog maschilisti. Ecco, l'ho detto.
Non uso a caso il termine "maschilista", che sa un po' di faida della terza elementare, perché è l'unico ancora valido per descrivere certi contenuti. Come credo si sia ormai capito, un po' per mia indole che tende al compromesso, e un po' per la mia giovane, giovanissima età (!) ho sempre cercato di andare oltre i termini di femminismo / maschilismo. Quello che mi piacerebbe non è un mondo dove "le donne comandano sugli uomini", né mi interessa dimostrare che le donne sono superiori o il genere dominante. Abbiamo già un bel daffare a districarci tra incomprensioni e rapporti in cui lei seduce, poi fugge, poi sta ferma, poi viene abbandonata, poi lui è insicuro, poi tira fuori i muscoli, poi scappa, poi torna, ecc. per poterci permettere di ridurre tutto a chi comanda e chi no. Quello a cui aspiro io è semplicemente un po' di pace. Svegliarmi la mattina e sapere che, compatibilmente con i mezzi economici, con il tempo a disposizione e nel rispetto delle altre persone, quello che mi va di fare posso farlo. Una serenità così, fatta di tante piccole libertà. Ecco a cosa aspiro. Libertà. Poter circolare a testa alta. Ma no, non a testa alta, ché fa molto valchiria. Diciamo circolare come se fosse la cosa più normale di questo mondo. Senza che nessuno mi guardi, senza che nessuno commenti o si chieda dove sono i miei figli, se lavoro oppure no, come mi sono vestita, dove sto andando, se ho la busta della spesa, se guido un'auto troppo grande per essere una donna, e via dicendo. Insomma, circolare come se fossi attualmente un uomo, al quale si fanno sempre la metà delle domande che si fanno alle donne. Possiamo noi donne, finalmente, circolare senza avere addosso tutte queste aspettative? Possiamo scegliere senza sofferenza se vogliamo fare le casalinghe e partorire 16 figli o restare da sole facendo solo del buon sesso quando ci va e quando ci capita, o prenderci una laurea e un master e parlare 4 lingue o diplomarci e basta perché non ci va di continuare gli studi, o sposarci e lavorare e fare carriera fino a ricoprire cariche dirigenziali, il tutto senza doverci per forza scarnificare o senza che qualcuno si debba sentire in dovere di dare la propria opinione a riguardo? Solo questo vorrei.
Ma non si può. Non ancora almeno. Si fa un gran parlare in questi giorni delle 54 vittime di femminicidio in soli quattro mesi. Sembra ci sia una guerra. Maschi contro femmine. Femmine contro maschi. E in effetti la cinematografia non aiuta. Probabilmente quelle 54 donne volevano vivere serenamente come lo vorrei io. Volevano lavorare, avere una famiglia, andare in giro tranquillamente senza dover rendere conto a nessuno per le loro scelte personali. Cose così. Banali. "Libera circolazione delle merci e delle persone".
Ma non si può. Le hanno uccise gli uomini, ma non solo. Non voglio continuare qui la guerra tra generi. Perché il vero colpevole è l'ignoranza. La mancanza di cultura, di uomini e di donne, sostituita da una pseudocultura del disimpegno, dove chiunque può dire qualsiasi cazzata e dove si continua a ridere e a fare battutacce sulla stupidità delle bionde, o delle donne al volante, o sulle farfalle di Belen, dove i blog che parlano di orgoglio maschile sono liberi di sostenere che le donne muoiono comunque in numero inferiore agli uomini che crepano nei cantieri facendo un lavoro che le donne non vogliono fare. E vai tu a spiegare che le donne muoiono pure di parto. O che ci sono donne che pagherebbero pur di lavorare in un cantiere e manovrare una gru piuttosto che stare a battere a un angolo di strada per soddisfare gli uomini di quegli stessi cantieri, ma che nei cantieri le donne non ce le vuole nessuno.
Alla base della violenza sulle donne c'è la stessa sottocultura deficiente che sta attorno al problema dell'alcolismo. E ne siamo TUTTI responsabili. Quando accendiamo gli abbaglianti per segnalare agli altri il posto di blocco che fa i controlli con l'etilometro. Quando ridiamo al racconto di un amico che è tornato a casa ubriaco in macchina e non si ricorda come. Quando ci prende l'euforia all'idea di una bella serata in un locale con qualche birra e qualche superalcolico. E poi leggiamo i giornali: oh, che peccato, investita una famiglia da un'auto il cui conducente era ubriaco. Oh che peccato: aumentano i casi di alcolismo tra i giovani. Oh che peccato: hai la cirrosi epatica. Ma è come se le due cose non avessero niente a che fare l'una con l'altra: la cultura del bere non ha niente a che fare con le sue conseguenze negative. Così come la cultura maschilista non ha niente a che vedere con la morte di 54 donne.
Non ci si pensa. Ci si ride su. Non ci si indigna. E se ci si indigna c'è qualcuno pronto a darti del moralista, del pesantone. E invece le cose sono collegate. Le persone muoiono perché c'è gente che si nutre di questa sottocultura dell'ignoranza. Le persone muoiono in strada perché in molti hanno detto che bere va bene, e che non sarà quello a ucciderti. Le donne muoiono in famiglia perché qualcuno non ha spiegato ai loro assassini che essere gelosi non dà la licenza di uccidere, che una compagna non è una proprietà acquisita come la casa o la macchina, che le donne, al pari degli uomini, possono scegliere se e quando interrompere una relazione quando questa non è più soddisfacente. Queste informazioni di base non sono arrivate purtroppo a destinazione. Perché sono state date male, o non sono state date affatto. Perché esistono pezzi interi della nostra società che impediscono a queste informazioni di circolare liberamente. Perché l'ignoranza genera ignoranza. E perché leggere sui giornali l'accostamento delle parole bravata-strage del sabato sera o gelosia-omicidio, non aiuta. Perché si annacqua, si stempera, si sminuisce e alla fine si giustifica.
Io non giustifico.

venerdì 27 aprile 2012

La regina della casa

Care amiche e cari amici, faccio capolino come l'anticiclone africano che porta il caldo nelle nostre stanche ossa e vi parlo dell'ultima (ennesima) storia di donne in cucina.
Premetto che ultimamente non guardo molta TV, anzi, direi che sono mesi che non la vedo. Ma non perché sono snob come la mia amica Robi, che con una certa supponenza ti dice: "La TV? Io non ce l'ho neanche" e poi ti chiama supplicandoti di portarle un film su chiavetta per guardarselo sul portatile. No, io la TV ce l'ho e la guarderei anche, se avessi il tempo e la freschezza di farlo. E soprattutto, se non fosse sempre sintonizzata su Disney Channel. Comunque ogni tanto intercetto delle cose. Tipo ieri a pranzo, quando sembrava ci fosse il TG2. Dico "sembrava" perché i servizi proposti parlavano nell'ordine: del caldo torrido che avremmo patito a breve; della ragazza che per sbaglio ha rovesciato dello yogurt sui pantaloni di Obama durante non so quale sua visita ufficiale; dei posti a sedere preferiti dai viaggiatori in aereo (vi giuro, diceva proprio così! Per vostra informazione il posto più gettonato è A6). Se qualcuno se lo chiedesse si trattava proprio del TG2, e non della rubrica Costume e Società. Alla fine di questo importantissimo mezzo di informazione giornalistica, arriva la pubblicità.
Ed eccolo qua, l'ennesimo spot per un prodotto per la pulizia della casa. Chi non l'avesse ancora visto, lo guardi qua. Sono solo trenta secondi: cercate di arrivare fino alla fine.


Questa è la vera pubblicità ingannevole, nel senso che prima ti illude che possa esistere un cavaliere senza macchia e senza paura, maschio, forte, figo e che pulisce pure il castello, e poi ti fa sbattere contro la dura realtà: quel cavaliere sei tu, donna, e devi pulire la cucina.
Allora, già da anni mi batto contro i pessimi insegnamenti della favola di Cenerentola, il cui mito ha fatto dei danni enormi nella vita privata di milioni di donne. Siamo cresciute credendo che ci fosse, da qualche parte nel mondo, un principe azzurro. Abbiamo creduto nel mito della perfezione. Abbiamo creduto che un giorno avremmo smesso di pulire le cucine e avremmo fatto altro. E adesso eccoci qua. Mentre ci stiamo ancora leccando le ferite della delusione cocente, ci prendono anche per il culo in TV. Ci dimostrano come stiano REALMENTE le cose. Ci dicono: "Hai presente tutto il tuo mondo di favole, le storie del castello, del re e del principe? Vuoi vedere qual è il finale? Il finale da favola? Eccolo: non esiste nessun principe. Pensavi veramente che un uomo arrivasse con la sua lucente armatura in groppa a un cavallo bianco per pulire un castello? Sei veramente così fuori di testa? Ma è OVVIO che nessun uomo l'avrebbe mai fatto! Nemmeno per diventare sovrano. Perché, giustamente, se le condizioni per diventare sovrano sono queste, è meglio restare indigenti. E quindi è altrettanto OVVIO che l'unica a sbattersi per quel posto sarebbe stata una donna. La regina della casa."
Ecco che cosa ci dice questo spot. Il finale da favola a cui dobbiamo aspirare è di regnare su una cucina splendente che noi abbiamo pulito col Cif. E allora, secondo la legge della cattiva pubblicità, io COL "CIF" che pulisco la mia cucina! Piuttosto, lascio il mio regno a microbi e batteri e vado a godermi la vita con quello che credevo fosse un principe.


giovedì 12 aprile 2012

Intubiamola

Ciò che spesso fanno gli ipocondriaci con la loro innocente ossessione per le malattie è garantirsi una vita sana. Così è stato per me, per lunga parte della mia vita. Sono stata spesso oggetto di scherno per la mia enciclopedia medica sistemata con nonchalance tra il vocabolario d'italiano e quello d'inglese. Però poi li vedevo i miei amici sbruffoni, a sfogliarla con attenzione, convinti di non essere visti, cercando la pagina dell'ictus o quella del verme solitario. Ero talmente attenta, all'epoca, da evitare addirittura di diventare SERIAMENTE ipocondriaca, perché di fatto anche quella era una malattia. Questo comunque mi ha consentito di accumulare negli anni un notevole bagaglio culturale in campo sanitario. Ho imparato a suddividere gli antibiotici in famiglie, ad apprezzare le qualità del Buscopan, a descrivere con estrema precisione i sintomi. Ma la mia specialità sono sempre stati gli analgesici che fanno quella cosa magica, mistica direi, di allontanarci dalla nostra misera vita terrena, fatta di disagio e di dolore, per farci approdare in un universo più lieve, sereno e quindi sano. Ecco, io per anni sono stata una felice, ma soprattutto sana, ipocondriaca.
Tutto questo è ahimè finito molto presto. Nel 2006 per l'esattezza, quando è nato il mio primogenito. Mi ero appena specializzata nella medicina dedicata alla gravidanza - cosa per me fino ad allora sconosciuta, visto che sui foglietti illustrativi il capitolo "Gravidanza e allattamento" veniva regolarmente saltato - che ho subito dovuto abbandonare tutti i miei studi per una ragione che non avrei mai pensato di mettere in conto un giorno: la mancanza di tempo. In questi ultimi sei anni ho perso progressivamente tutte le mie conoscenze mediche. Oggi riesco a malapena a distinguere una Tachipirina da un'Aspirina, un Oki da un Aulin. E infatti mi ammalo. A manetta, ogni anno di più. Da che ero convinta di avere i sintomi di tutte le malattie, ma di fatto ero sana come Willy il delfino, ora sono convinta che tutto sommato sto bene, ma mi ammalo di continuo.
Su una cosa sono rimasta piuttosto brava: l'autodiagnosi. Grazie a Internet e al mio talento personale, riesco a individuare con precisione qual è il problema. Ma i medici non temano, non faccio sfoggio di questa mia capacità, è solo così, per mia soddisfazione personale. So che sto per andare da loro con qualcosa che li renderà molto molto felici. Sì perché avete mai notato come reagiscono i medici alle vostre malattie? Se non sono abbastanza virulente restano delusi, vi trattano con sufficienza. Ma se arrivate lì con qualcosa di grosso, eccolo là il guizzo negli occhi, un eccitamento sessuale (non verso di voi, è ovvio), come quando trovate dieci euro nella tasca di una giacca che non usate da due stagioni.
"A-aaah...questo è proprio un bell'herpes!"
"M-mmmh...questa è proprio una bella tonsillite, sa?"
"U-uuuh...una bella colonia di pseudomonas..."
Tutto diventa BELLO, ed è merito tuo. TU li stai rendendo così felici. La tua malattia dà loro una ragione per esistere.

La mia tonsillite era iniziata poco prima della pausa pasquale. Infiammazione | Aulin | fine del problema. Il problema invece è stato che non essendo più ipocondriaca, ho abbassato la guardia, ho sottovalutato le complicazioni e soprattutto ho pensato di meritarmi delle vacanze. E la mia arroganza è stata punita. Appena arrivata in una nota località termale della Slovenia, pronta per trasformarmi in una spugna umana, le mie tonsille hanno seguito lo stesso procedimento dei chicchi di mais che diventano popcorn. L'analogia mi sembra perfetta sia per proporzioni, sia per colore. Ai bei tempi della mia ipocondria non avrei mai intrapreso un viaggio superiore ai 20 chilometri senza una valigetta del pronto soccorso al seguito. Oggi, mi tocca sopportare pure questo: nel beauty-case ci sono magari due antirughe diversi, ma nemmeno un antibiotico. Della serie, belle ma morte. Vi risparmio le peripezie, ma vi dico solo che in tre giorni ho visto 5 medici: 2 dottoresse dell'ex impero comunista (una molto, molto simile al Maresciallo Tito), 1 medico di guardia italiano e 2 medici specialisti in una clinica privata. Manifestazioni di gioia alla vista della mia gola: 5. Totali antibiotici prescritti: 3. Assunti: 3. Utili: 0. Analisi proposte per mononucleosi: 1 (era dalle medie che non sentivo parlare di mononucleosi). Proposte di ricovero: 1 (per ascesso tonsillare, ma smentito dai due medici successivi).
Per farla breve, e dare un senso a questo post, vi dico che l'altro ieri mattina, durante la mia ultima visita (quella con gli specialisti) ho assistito a una scena molto rappresentativa. Io seduta, esausta, che snocciolavo i nomi dei principi attivi che avevo assunto nei giorni precedenti e l'evolversi della malattia, e i due medici che annuivano estremamente interessati. Poi iniziano a discutere tra loro. Quante fiale contiene quel medicinale? Cinque. No, sei. Sette. E mentre cercavano di mettersi d'accordo su quante iniezioni avrei dovuto fare e a partire da quando e se sospendere oppure no gli altri antibiotici, il tutto con estrema calma, e anche con un certo disorientamento, direi, l'infermiera prende la situazione in mano, va a prendere una fiala, una siringa, un disinfettante e mi trascina con sé per fare la prima iniezione.
"Ecco, così per una ci siamo tolti il pensiero, va bene?" Dice ai medici che non si erano nemmeno accorti che io ero uscita e rientrata con in corpo una dose da cavallo di non so nemmeno cosa.
"Ah, sì, bene..." Dicono in coro.
"La ricetta?"
"..."
"..."
"Ah, ecco, la ricetta, sì"
"..."
Ecco, magari la mia percezione era distorta dai medicinali, ma ho notato una comune assenza di senso pratico degli uomini, compensata da una operatività bellica della donna. Mi domando come sarebbero andate le cose se anche l'infermiere fosse stato maschio. Avrebbe preso la situazione così in mano? Avrebbe preso l'iniziativa di farmi quell'iniezione lasciando gli altri due discutere per conto loro? E le dottoresse femmine invece, avrebbero tergiversato così a lungo? A nessuna sarebbe venuto in mente di farmi la prima iniezione lì, sul posto? Mi viene difficile crederlo. Alla fine, uscendo da lì, mi sono sentita estremamente riconoscente a quell'infermiera che con grande senso pratico aveva accelerato i tempi della mia guarigione. Ora vado a vedere se ho la mononucleosi. Vi terrò aggiornati.



P.S.: sì, anche il blog sta avendo delle mutazioni. Non so se e quando si stabilizzerà.


martedì 27 marzo 2012

L'orrido

Nell’orrida stazione dei treni di Mestre, c’è un’orrida edicola che vende dalle figurine Panini all’ultimo libro di Marra. Nell’orrida stazione dei treni di Mestre c’è un’unica cosa per cui si è disposti ad accettare il cambio del treno in quel luogo ingiustificato: il tramezzino tonno e uovo dell’orrido bar. Il tramezzino tonno e uovo di Mestre rappresenta il perfetto equilibrio tra chimica e fisica, rasentando la perfezione tra gusto e sensazione tattile. È incredibile come riescano a rendere coeso un abbinamento del genere: il tonno non sgocciola e non unge, ma è morbido e avvolge quel mezzo uovo sodo con affetto materno, impedendo che questo si sbricioli prima di toccare le vostre labbra. Poesia culinaria. Sembra che quel tramezzino lo sappia. Quel tramezzino sa di essere venduto nell’orrido bar dell’orrida stazione, dell’orrido comune di Mestre. Ed è per questo che è così buono: sente su di sé tutta la responsabilità di essere l’unico motivo per cui non radono al suolo Mestre. Mestre è una città, ma la sua stazione non compare tra le destinazioni sulle macchinette per i biglietti e nemmeno sul sito di Trenitalia. Mestre è in realtà Venezia Mestre. E non so se sia più imbarazzante per Mestre, che pure conta duecentomila abitanti, non avere di fatto una stazione riconosciuta con il suo nome, o per Venezia essere messa in comune con il concetto dell’orrido. Stavo facendo queste considerazioni oggi, mentre transitavo proprio per quella stazione con il mio bravo Eurostar frecciainculo per Milano. E facevo queste considerazioni perché non c’è in effetti posto più coerente perché si perpetrasse lo scempio di cui vi sto per parlare.
In quell’orrida edicola dell’orrida stazione sono stati avvistati degli orridi prodotti di merchandising. E indovinate un po’ di quale personaggio? Bravi: dei Barbapapà (il prequel lo trovate qui). Erano degli adesivi gommosi, di quelli che sono un po’ in rilievo e che una volta attaccati, nemmeno il napalm può fare nulla per staccarli senza lasciare tracce bianche e appiccicaticce. Su ogni adesivo c’era un personaggio: un Barbapapà, un Barbamamma, un Barbaforte, un Barbabravo, un Barbabarba, un Barbazoo e uno per Barbabella, Barbalalla e Barbottina. Cioè: un unico adesivo per tutte e tre le bambine insieme. Che abbiano finito la colla? Si sono accorti che non avevano abbastanza soldi per fare degli inutili adesivi corrosivi anche per i tre personaggi femminili? Mi sono già espressa sulle scelte del marketing di chi detiene i diritti dei Barbapapà, ma assieme ai diritti saranno detenuti anche i doveri no? Ci sarà un minimo di codice deontologico che, per esempio, ti impedisce di raffigurarli in contesti di depravazione, di infilare uno spinello in bocca a Barbabarba, di far assumere anabolizzanti a Barbaforte, di lasciare solo Barbazoo con le pecore. Insomma, non è che puoi metterli come ti pare. E allora, mi ripeto, fate i bravi: rispettate l’etica di quel cartone animato e date anche alle figure femminili il loro giusto spazio.

giovedì 8 marzo 2012

Donna fortunata

Faccio solo una rapida incursione, perché oggi, per fortuna, devo lavorare. E sono molto fortunata per questo, e ancor più perché ho due figli piccoli. Questa è stata la mia considerazione odierna, in occasione della Giornata internazionale della donna. Non so quanto ci sia realmente da festeggiare oggi, se il mio status rimane ancora un "caso fortunato".
Vi lascio con la testimonianza che una mia amica italiana residente ad Amsterdam ha espresso questa mattina su facebook:
"Oggi festeggio la festa della donna vivendo in un paese in cui i doveri familiari si dividono al 50% e lavorando per un Gm uomo che quando ha i figli malati ci sta a casa lui!"
C'è sempre chi è più fortunato di me.
Buona giornata a tutti!

lunedì 5 marzo 2012

Mi sono distratta un attimo

Ieri pomeriggio ho accompagnato il mio primogenito all'evento mondano dell'anno: la festa di compleanno della sua compagna di asilo Alice, che ha compiuto 6 anni. La cosa bella delle feste dei bambini è ricordarsi di quando eravamo bambini noi e riempirci di tenerezza per noi stessi. E per come siamo finiti: dall'altra parte, da quella dei vecchioni, di mamma e papà, di gente strana. Ho guardato mio figlio giocare al gioco della sedia sulle note di Gioca Jouer e non ho potuto fare a meno di pensare che questa canzone è uscita quando io avevo la sua età, e mentre questo pensiero mi trafiggeva il cuore, sono stata distratta da un altro accadimento importante.
Sì, le feste dei bambini sono come una puntata di Lost: succede sempre qualcosa che ti fa trasalire mettendoti in violento contatto con il tuo subconscio.
Era arrivata Matilde. Erano giorni che non veniva in asilo perché è stata male, e poi era anche in ferie. Ma adesso eccola qui, con i jeans e la cintura argentata e la maglietta rosa con il cuore stampato. Matilde è la fidanzata ufficiale di Lorenzo. Matilde è la prova che la storia per cui gli uomini si scelgono sempre le compagne che assomigliano alla propria madre è falsa. La bambina è gentile, delicata, esile e accondiscendente nei confronti di Lorenzo. Voi non avete idea di ciò che è capace mio figlio in fase di corteggiamento, e fra l'altro non saprei nemmeno dire da dove l'abbia appreso, visto che vi garantisco che in casa non ne ha mai visto uno. Alla festa era tutto un prenderle la mano, allontanare chiunque tentasse di distrarla, sussurrarle nell'orecchio, guardarla fisso negli occhi. Sono stata anche tentata d'intervenire, temendo una denuncia del padre per stalking, ma poi per fortuna la festa volgeva al termine e ho potuto lecitamente interrompere tutto quel rituale. Ero anche un po' emozionata, vi confesso. Vedere mio figlio così preso, così sicuro dei propri sentimenti, così fiducioso di essere ricambiato, mi ha fatto stare un po' sulle spine. "Speriamo che anche per lei sia così, speriamo che non gli spezzi il cuore" pensavo.
"Mamma, aspetta, devo dire un'ultima cosa a Matilde! MATILDE, VIENI PRESTO IN ASILO DOMANI!"
E Matilde, galvanizzata, corre da sua madre dicendole che il giorno dopo avrebbero dovuto fare presto.
Ancora un po' emozionata, racconto tutta la storia alla mia migliore amica, che con il dovuto distacco mi fa notare come io mi sia rincoglionita dietro a mio figlio, perdendo qualsiasi obiettività. Con ben poca delicatezza e un linguaggio diretto e scurrile il giusto, mi si fa notare che sono appena alla fase del corteggiamento e già lui le fa pressioni sull'orario in cui dovrebbe presentarsi in asilo. Non solo, ma lei, invece di rispondergli "Vengo quando mi pare" va dalla madre assicurandosi la puntualità.
Stamattina, rinsavita, non ho potuto esimermi dal dire a Lorenzo: "Matilde verrà quando potrà e secondo quelli che sono i suoi orari e non i tuoi, capito?"
"..."
"..."
"Ho capito."
Mai, mai abbassare la guardia.