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venerdì 26 ottobre 2012

Menù rosa, sul Freccia Rosa, ovvero, quando essere uomo garantisce la sopravvivenza


È passato troppo tempo dall'ultima volta che ho parlato (male) di treni. Sono quindi lieta adesso di riprendere quei vecchi discorsi.
Ricordo con grande commozione il mio primo post su Trenitalia. Era il 1 ottobre 2010 ed era appena stata lanciata la campagna Freccia Rosa per le donne, una surreale promozione che prevedeva sconti alle donne purché viaggiassero accompagnate. Non a caso il titolo di quel mio post era Mille splendidi treni.
Sono passati due anni, ma il Frecciarosa (con una esse) continua a esistere, con tutto il suo contorno di fittizio mondo creato apposta per le donne, come se le donne avessero sempre bisogno di un universo "a parte". Che poi da "a parte" ad "apartheid" il passo è breve.
Ieri parto all'alba da Trieste e trovo ad accogliermi in stazione un Freccia Bianca truccato da Freccia Rosa: 

Ho molto riso per l'ironia involontaria di tutto questo. Le donne viaggiano ad alta velocità. Non lo trovate esilarante? E dove stiamo andando così veloci? Forse a fare la spesa prima che chiuda il supermercato. Non lo so. Ma poi mi fa sempre ridere il concetto di alta velocità applicato ai nostri treni. Soprattutto sul QUEL treno, che per arrivare a Milano ci mette un'eternità.
Ma insomma andiamo avanti.
Parto da sola. Come sempre del resto, quindi niente promozione. Faccio le mie cose a Milano. Riprendo un altro Freccia Bianca truccato.
Stanca morta.
Sento l'impellente necessità di un caffè.
E qui devo dire che una cosa buona Trenitalia l'ha fatta, siglando una partnership con illy. No, non mi pagano per questa affermazione. Lo faccio con piacere per promuovere l'economia della mia città. E anche perché illy è l'unico brand a cui sono veramente fedele. No, ho detto che non mi pagano!
Comunque mi bevo questo caffè nella carrozza bar e inizio a rinascere.
Ma poi muoio di nuovo, perché trovo su uno dei tavolini il menù dedicato alle clienti Freccia Rosa.

E quali prelibatezze hanno deciso di dedicarci questi campioni del marketing? Mmm, una succulenta colazione con Yogurt, bevanda calda e succo. La fiera dell'acido a una modica cifra di 5,50 Euro. E poi un pranzo a 11 Euro. E che mangio per pranzo? Un'insalata (che per darle un senso chiamano insalatONA) e una macedonia. Ah sì, e l'acqua, nel caso non fossi ancora sazia. MENU LIGHT lo chiamano. Anche se il nome più appropriato sarebbe MENU ZERO.
Ma non ero ancora completamente inorridita, perché non so se lo sapete, ma io in realtà sono un'inguaribile romantica. Io ci credo sempre. Sono ottimista. Penso sempre bene. E quindi d'istinto ho girato il menù per leggere le altre proposte sul retro. Magari c'era il menù carne, il menù pesce, il menù wannabe-fat. Non so, magari qualcosa di etnico anche. E invece, come per ogni inguaribile romantica, la commedia si trasforma in tragedia. Dietro non c'era niente. I menù "dedicati a tutte le donne" implicano una colazione da gastrite e un pranzo da fame. Che nemmeno in ospedale ti fanno mangiare così.
Tralasciamo il fatto che 11 euro per fare la fame mi sembrano eccessivi, ma che cazzo di pranzo è? No, okay, magari c'è veramente qualche donna che è a dieta. Ma le altre? Le altre che non sono a dieta, che stanno bene così, che amano le fettuccine al ragù o il filetto in crosta di pane e che l'insalata la mangiano come contorno e non come primo? Le altre, che sono la maggioranza, non sono evidentemente donne. Perché il menù parla chiaro: è dedicato a TUTTE le donne. Per cui se non ti ci ritrovi, vuol dire che sei un uomo. E se sei un uomo non hai bisogno di un menù light, anche se ti esplodono le coronarie dal colesterolo.
Ma a parte gli scherzi, se io fossi un'associazione che si occupa di prevenire e curare problemi legati all'alimentazione tipo anoressia e bulimia, qualcosa direi.
Ecco, io ve l'ho detto. Che non sembri sempre tutto una barzelletta.

martedì 27 marzo 2012

L'orrido

Nell’orrida stazione dei treni di Mestre, c’è un’orrida edicola che vende dalle figurine Panini all’ultimo libro di Marra. Nell’orrida stazione dei treni di Mestre c’è un’unica cosa per cui si è disposti ad accettare il cambio del treno in quel luogo ingiustificato: il tramezzino tonno e uovo dell’orrido bar. Il tramezzino tonno e uovo di Mestre rappresenta il perfetto equilibrio tra chimica e fisica, rasentando la perfezione tra gusto e sensazione tattile. È incredibile come riescano a rendere coeso un abbinamento del genere: il tonno non sgocciola e non unge, ma è morbido e avvolge quel mezzo uovo sodo con affetto materno, impedendo che questo si sbricioli prima di toccare le vostre labbra. Poesia culinaria. Sembra che quel tramezzino lo sappia. Quel tramezzino sa di essere venduto nell’orrido bar dell’orrida stazione, dell’orrido comune di Mestre. Ed è per questo che è così buono: sente su di sé tutta la responsabilità di essere l’unico motivo per cui non radono al suolo Mestre. Mestre è una città, ma la sua stazione non compare tra le destinazioni sulle macchinette per i biglietti e nemmeno sul sito di Trenitalia. Mestre è in realtà Venezia Mestre. E non so se sia più imbarazzante per Mestre, che pure conta duecentomila abitanti, non avere di fatto una stazione riconosciuta con il suo nome, o per Venezia essere messa in comune con il concetto dell’orrido. Stavo facendo queste considerazioni oggi, mentre transitavo proprio per quella stazione con il mio bravo Eurostar frecciainculo per Milano. E facevo queste considerazioni perché non c’è in effetti posto più coerente perché si perpetrasse lo scempio di cui vi sto per parlare.
In quell’orrida edicola dell’orrida stazione sono stati avvistati degli orridi prodotti di merchandising. E indovinate un po’ di quale personaggio? Bravi: dei Barbapapà (il prequel lo trovate qui). Erano degli adesivi gommosi, di quelli che sono un po’ in rilievo e che una volta attaccati, nemmeno il napalm può fare nulla per staccarli senza lasciare tracce bianche e appiccicaticce. Su ogni adesivo c’era un personaggio: un Barbapapà, un Barbamamma, un Barbaforte, un Barbabravo, un Barbabarba, un Barbazoo e uno per Barbabella, Barbalalla e Barbottina. Cioè: un unico adesivo per tutte e tre le bambine insieme. Che abbiano finito la colla? Si sono accorti che non avevano abbastanza soldi per fare degli inutili adesivi corrosivi anche per i tre personaggi femminili? Mi sono già espressa sulle scelte del marketing di chi detiene i diritti dei Barbapapà, ma assieme ai diritti saranno detenuti anche i doveri no? Ci sarà un minimo di codice deontologico che, per esempio, ti impedisce di raffigurarli in contesti di depravazione, di infilare uno spinello in bocca a Barbabarba, di far assumere anabolizzanti a Barbaforte, di lasciare solo Barbazoo con le pecore. Insomma, non è che puoi metterli come ti pare. E allora, mi ripeto, fate i bravi: rispettate l’etica di quel cartone animato e date anche alle figure femminili il loro giusto spazio.

mercoledì 27 luglio 2011

Vademecum per dementi

Si stava oggi discorrendo fra donne su Facebook, del libretto che il Comune di Roma ha voluto distribuire per la nostra sicurezza. Si chiama "Vademecum per la tua sicurezza". Sottotitolo (ammiccando) "Sicurezza, un lusso che oggi noi donne vogliamo permetterci". Sarà la deformazione professionale, ma quando sento le parole "lusso", "noi donne", "oggi", mi viene sempre in mente una vecchia pubblicità di uno shampoo che parlava a noi "donne che vivono nella performance". Ma probabilmente è solo un flash mio, di cui dovrei discutere con la terapista.
Insomma, prendiamocelo questo lusso della sicurezza! Checcazzo.  È mai possibile che non si possa andare in giro la sera senza avere l'incubo di essere aggredite (e purtroppo mai da George Clooney - no, questa la tagliamo, troppo politically incorrect)? Non ti si può rompere la macchina in mezzo a una strada, non puoi chiedere aiuto, non puoi uscire da sola da una discoteca (e nemmeno entrarci), non puoi camminare, non puoi prendere la metro, non puoi fare niente di niente senza correre il rischio di essere aggredita. Un'angoscia tremenda. A questo punto stai a casa. Eh no! Che a casa si consumano le violenze domestiche. E comunque potrebbe sempre citofonare uno sconosciuto che t'ha vista al banco salumi un'ora fa e ti ha seguita fino al portone. Insomma, mai tranquille. Ma adesso c'è il Vademecum. Ah! Adesso ve la facciamo vedere noi (in senso figurato). Chissà che strategie messe a punto da esperti dei servizi segreti, chissà che trucchi da ninja ci suggeriranno. Il lusso della sicurezza è mio! Lo voglio! Yeah!


E ti viene un dubbio. Il dubbio se sei deficiente tu, o sono deficienti loro.
Il sindaco Alemanno conclude i suoi saluti nell'introduzione del libretto, dicendo: "Questo vademecum è una guida preziosa che desideriamo consegnarvi perché potrà aiutarvi a sentirvi più sicure, sapendo che non siete sole." Qua e là ritrovo la stessa frase: non siete sole.
Poi entro nel vivo del vademecum e leggo che è meglio evitare strade isolate. Ma come? Non mi avevi detto che non ero sola? O intendevi che avrei avuto la compagnia di almeno uno stupratore?
Ci sono diverse chicche che mi hanno fatto riflettere, e purtroppo non sulla mia sicurezza.
"Nota se vi sono telecamere o colonnine SOS (vi è un cartello bianco che indica quando ti trovi in un’area videosorvegliata)."
Questo sarebbe per esempio un consiglio? A che pro poi? Per dirlo allo stupratore? "No scusa, qua non puoi perché ci sono le telecamere".
"Ricorda che attivare l’intervento di un singolo è più efficace che rivolgersi genericamente a un gruppo: il fenomeno della 'deresponsabilizzazione' potrebbe impedire a ciascuno di loro di prendere l’iniziativa, se non lo fa prima qualcun altro".
Altro consiglio utile. Grazie. Già mi vedo a passare in rassegna tutti i passanti, inseguita da un energumeno. "No, questi sono in tre, saranno deresponsabilizzati, questi sono quattro, ah, ecco, quello è da solo: chiedo a lui".
"Se sei sola e costretta a viaggiare di notte avvisa il controllore o il capotreno; chiedi se possono effettuare costanti controlli o di sederti vicino alla loro carrozza". Questo è il mio preferito. Questi non hanno mai viaggiato con Trenitalia. È evidente.
"Non indossare vestiti particolarmente appariscenti se prendi la metro di sera da sola e se puoi evita di portare con te la borsa". Questa è forse troppo oltre per me. Che significa? Che se non prendo la metro posso indossare vestiti appariscenti? E se non porto la borsa, dove metto il portafoglio, il cellulare (che mi serve per chiamare il 112), lo spray al peperoncino, le chiavi di casa? E poi basta con 'sta storia dei vestiti appariscenti! Decidetevi se l'aggressione è colpa dell'uomo o della donna. E poi fatevi un giro nei centri antiviolenza delle donne e ditemi come erano vestite le vittime di aggressioni e stupri. Tutte in minigonna? Tutte col push-up? Finitela di distribuire la responsabilità di un crimine anche sulla vittima, che proprio non ci siamo. E poi scusate, ma se mi trovo a camminare in un vicolo buio, significa che il Comune, invece di spendere soldi per dirmi che quando sono sola a casa non devo aprire agli sconosciuti, dovrebbe piantare un paio di lampioni in più.
Questo prezioso contributo al benessere della cittadinanza femminile si conclude con un messaggio promozionale. Ebbene sì, per la donna che vive nella performance c'è un'offerta imperdibile: PeTra, il sistema di allarme ideale per una donna che va in giro da sola nei vicoli bui e con i vestiti appariscenti. Un rivoluzionario apparecchio che, premendo un tasto, si collega direttamente con un centro di soccorso preimpostato dall'utente. In pratica, il telesalvalavita Beghelli di mia nonna. Del resto, anche i consigli del vademecum, potrebbe tranquillamente averli scritti lei.

mercoledì 29 dicembre 2010

Il viaggio della speranza

Avete passato bene il Natale? Vi siete finalmente rifocillati dopo mesi di stenti e privazioni? Avete scambiato regali di cui la metà riciclati e l'altra metà acquistata all'ultimo secondo con la tachicardia? Avete fatto il bagno di folla tra parenti che covavano l'influenza che poi vi siete immancabilmente beccati? Bene. Ah, dimenticavo: siete andati a messa? Siete stati buoni? Non ci credo. Sono sicura che avete trascorso il Natale all'insegna della tradizione, con quei pranzi infiniti in cui la matriarca della famiglia cucina per due giorni, mentre il patriarca si assume il gravoso compito di comprare i panettoni al supermercato e scegliere il vino. Quei pranzi in cui a un certo punto, non si sa come, le donne stanno tutte da una parte, a parlare, a scambiarsi ricette, sparecchiare, apparecchiare, a raccontarsi le ultime dei loro figli, e gli uomini dall'altra, a cercare di infilare le batterie nei regali dei bambini. Quei pranzi che Monicelli ci aveva raccontato tanto bene in "Parenti serpenti", per esempio. Beh, io sono partita. No, purtroppo non per i tropici, anche se il mio primogenito me l'aveva esplicitamente chiesto: "Mamma, io voglio andare al mare". In questo momento potevo essere in un bungalow sulla barriera corallina a guardare Nemo che nuota sott'acqua. E invece sono davanti al computer, che guardo Nemo in TV, giusto per dare a mio figlio l'illusione che l'oceano è a portata di mano. Sono partita per trascorrere le feste dalla famiglia del padre dei miei figli. Niente mare. Solo calorie. E orde di infanti che si azzuffavano per i giocattoli, tra cui una bambola che mio cognato ha regalato a suo figlio, con mio grande stupore. "Lo fai solo per essere menzionato nel mio blog" gli ho detto senza pietà. Ma forse ci credeva veramente. Comunque non era di questo che vi volevo parlare.
Volevo parlarvi del mio viaggio di andata, tanto per cambiare con Trenitalia, su un Intercity notte, il Trieste-Lecce, e tanto per cambiare sempre foriero di disagi. Il mio primogenito era già partito con suo padre qualche giorno prima e a me toccava il turno con il secondogenito unenne. Più passeggino, più sacchi con i regali, più bagaglio. A questo proposito, vi confido l'emozione di essere partita con il mio zainone da viaggio-on-the-road, uno sbiadito ricordo del mio passato felice, che ho riesumato per l'occasione, avendo la necessità di mantenere entrambe le mani libere per portare il passeggino. È stato bello riempire quello zaino prima della partenza e ricordarmi del cartellone di laurea che mi hanno fatto gli amici, in cui campeggiava la mia foto con quello zaino enorme sulle spalle e sembravo un'esploratrice giapponese. Quella foto era stata scattata nell'isola di Ios. Una mia amica ed io eravamo arrivate lì dopo mille ore di traghetto da Atene, e dopo essere fuggite dal resto del gruppo dei nostri compagni di viaggio con i quali stavamo girando la Grecia da settimane, e con cui litigavamo quotidianamente. A Ios dovevamo incontrare un altro nostro amico, che ci doveva venire a prendere al porto. Ma quella sera lui stava male, e il traghetto aveva fatto tipo 6 ore di ritardo. E, particolare storico non irrilevante, all'epoca non c'erano i cellulari. Per cui, una volta lì, ci siamo inerpicate per le stradine dell'isola a cercarlo. E, non so come, alla fine l'abbiamo pure trovato. In un appartamento condiviso con altri nove individui. Tutto questo con il mio zaino sulle spalle. Immaginatevi quindi lo spirito con cui me lo sono caricato nuovamente sulla schiena, quello zaino, pieno di body, pannolini, tutine, e tutto ciò che non mi sarei mai sognata di portarmi in Grecia tredici anni fa. Ma sto divagando. Montata sul treno, scopro con gioia di essere finita in una cuccetta promiscua. Sapete cos'è una cuccetta promiscua? Detto così non sembra niente di promettente. O forse sì. Dipende dai punti di vista. Allora, ci sono due tipi di cuccette: quelle per donne, e quelle promiscue. Nelle prime ci possono andare solo le donne, nelle seconde uomini e donne. Così, le donne che viaggiano da sole possono veder salva la loro virtù, mentre quelle che viaggiano in coppia possono stare tranquillamente con il loro compagno. Il fatto che magari anche per un uomo, possa essere imbarazzante dormire con una sconosciuta, non è contemplato. Fatto sta che a me è capitata la promiscuità. E sarò avventata, ma la compagnia di uomini-che-viaggiano è di gran lunga preferibile a quella delle donne-che-viaggiano, confermando, ahimè, tutti i luoghi comuni che si dicono delle donne, che sono chiacchierone, impiccione, moleste. Ovviamente, tutto questo non vale per le nuove generazioni, tutte troppo stanche per il lavoro, per la precarietà, per le maternità per recare una qualsiasi forma di disturbo. No, le giovani donne non rappresentano un problema, perché svengono sul letto appena si chiudono le porte del treno. Il problema sono le donne di una certa età. Negli ultimi dieci anni, tutte le volte che ho condiviso una cuccetta con tre di queste, ho avuto voglia di gettarmi dal finestrino, che però era sempre sigillato. Mai una volta che si concedessero un po' di relax per leggersi un libro, ascoltarsi un iPod, farsi due parole crociate. Niente. Due ore per sistemare le borse, le valigie, i sacchetti, gli zaini. Altre due per cercare dov'è il beautycase, perché è sconveniente andare a dormire spettinate. Un'ora di domande su chi sei, dove vai, da dove vieni. E il resto del viaggio a raccontarti di loro. Gli uomini invece, entrano, incastonano la valigia (una a testa) nell'apposito spazio, si distendono e dormono. Fantastici. E sembra proprio che a nessuno di questi sfiori il pensiero di stuprarti nel sonno. Mentre te lo stai domandando, li senti già russare. E così puoi andare subito a dormire anche tu (forse anche un po' delusa).
Insomma, questa volta, in corridoio, vedo una signora sconsolata che, ovviamente, appena mi vede inizia a parlarmi dei suoi problemi. Che è finita in una cuccetta promiscua, che ha chiesto al cuccettista di essere cambiata, ma il treno è pieno e deve rimanere là e non sa come fare. Le chiedo se il problema fossero i suoi compagni di viaggio, magari troppo rumorosi. "Nooo, quelli stanno già dormendo!" Ci avrei scommesso. Il problema era che quella signora trovava sconveniente dormire, lei donna, con altri tre uomini con cui non avesse alcun legame di parentela. Sono strani i ragionamenti delle persone. Quella signora sarebbe stata disposta anche a viaggiare seduta in uno scompartimento classico con le poltrone. Magari con altri 5 uomini. Purché seduta. Mi è venuto il sospetto che il vero problema fosse la posizione orizzontale. Ecco, quella proprio era inaccettabile. Purtroppo erano pieni anche tutti i posti a sedere. Non so come abbia fatto, alla fine, quella signora. Io sono tornata nel mio scompartimento, dove mi aspettavano tre uomini che non ho visto né quando sono entrata, né quando sono uscita, al termine del viaggio. Loro però, mi hanno vista e sentita. Mentre cambiavo mio figlio. Mentre gli davo il biberon con il latte. Mentre gli cantavo la canzoncina della buonanotte. Mentre gli sistemavo le coperte ogni dieci minuti. Avranno sicuramente maledetto la promiscuità, perché con queste donne non si può proprio viaggiare. Poveri uomini.

venerdì 19 novembre 2010

Urgente! Inizia il corso del quasi perfetto casalingo

Lo so, quello che sto per dirvi arriva tardi ed è solo colpa mia. Ma ho avuto veramente una brutta settimana (posso lamentarmi anch'io ogni tanto?). Adesso, finalmente seduta sul treno che da Milano mi riporta a Trieste, posso prendermi il mio Aulin e sperare che tutto il mondo che ho ora sulla cervicale si disperda sui binari. A dire la verità, il miglioramento è già iniziato al momento della partenza (sarà un caso?), quando ho incontrato due amiche di vecchia data. Abbiamo parlato di lavoro, di treni (!), di noi, di tutto, di niente. Probabilmente una conversazione che con un vecchio amico non avrei potuto avere. Non so perché, ma ho questa sensazione. Soprattutto per le questioni di lavoro. Trovo sempre un certo sguardo alienato quando parlo di lavoro a un interlocutore maschio. Come se volesse dirmi: "Ma va? E tu che ne sai di queste cose? Parlami dei bambini, piuttosto". Ma forse sono solo manie di persecuzione. Fatto sta che adesso sto meglio. Ieri pomeriggio, sotto un diluvio che avrebbe inquietato anche Noè, ho incontrato un'altra degna rappresentante della blogosfera femminile: Stefania Boleso, nota alle recenti cronache per aver lavorato dieci anni come responsabile marketing di un'importante società internazionale, ed essere stata poi fortemente incentivata ad occuparsi della sua maternità. Vi piace come eufemismo? Ma, come si dice, ciò che non ti uccide ti tempra, e adesso Stefania, come una moderna Fenice, è risorta dalle ceneri costruendosi una nuova vita professionale. Ma come al solito sto divagando. Dev'essere l'Aulin.
Quello che in realtà volevo segnalarvi, me lo suggerisce Stephanie in un'e-mail, dicendomi: "Un mio amico è stato eletto da poco segretario del PD del suo comune. La prima azione che vuole proporre ai concittadini è: 'Il casalingo quasi perfetto'". Cliccate sul link. La mia amica è intenerita da questa lodevole iniziativa. E anche un po' preoccupata per l'esito che potrà avere. E sicuramente io non miglioro la situazione, visto che posto la notizia poche ore prima dell'evento. Ma comunque mi pare utile segnalare l'esistenza di un uomo, che è anche un politico (cosa che amplifica l'importanza della notizia), che si pone una questione che in genere né gli uomini, né i politici si pongono. Voglio dire, ci vuole una bella sensibilità per dire: "Ci si lamenta che mancano le donne in politica e noi cosa facciamo? Proponiamo percentuali. Molto spesso l'uomo non partecipa nei lavori domestici obbligando di fatto la donna a lavorare oltre il proprio orario lavorativo." Anzi, c'è il sospetto che ci sia una ghost writer alle sue spalle. Ma non maligniamo come al solito. La proposta di allevare giovani casalinghi è semplice ed eticamente, socialmente, economicamente, politicamente utile. Ci voleva tanto? Verrebbe da chiedersi. Magari nessun uomo si iscriverà al corso. Pazienza. Ma è comunque positivo anche solo sollevare la questione. E per una volta, non dobbiamo farlo noi donne.
E qui chiudo, perché sono arrivata in stazione. Mi sta tornando il mal di testa, per cui perdonate refusi, deliri e approssimazioni di questo post. Domani mi saprò rifare.
Buonanotte.

lunedì 11 ottobre 2010

Signore, si parte

Sembra che l'operazione Frecciarosa (chi non ne sapesse ancora nulla, può trovare adeguate informazioni a questo link) stia diventando una cosa seria.





A parte che, lo ribadisco, io non ho mai visto una Frecciarosa in nessuna delle stazioni che ho visitato dal primo ottobre fino a oggi (Trieste, Venezia Mestre, Milano, Roma). Ma la cosa che mi sembra pazzesca, è il dispendio di energie e risorse economiche (le nostre) per promuovere un'iniziativa insensata. Fa indignare soprattutto la connivenza del Ministero dei Beni Culturali, quindi lo Stato, quindi la Collettività. Non era sufficiente lanciare un'offerta discriminatoria nei confronti della maggior parte delle donne (quelle che viaggiano da sole), no! Le istituzioni hanno pensato che non era abbastanza - in effetti sono d'accordo: sarebbe stato utile estendere la promozione a TUTTE le donne - e hanno rilanciato, aprendo i musei statali allo stesso target. Cioè, come recita lo spot: tutte le donne accompagnate entrano gratis nei musei statali. Purché si tolgano il burqa, mi viene da aggiungere.
Lo spot poi ci trae in inganno, perché la signora che parte, anzi, che pArte (se qualcuno non avesse colto il giochino intelligente) sta viaggiando da sola e non accompagnata. Tralasciamo il fatto che difficilmente ci si siede su un Frecciarossa con la stessa disinvoltura della nostra protagonista. Il più delle volte i posti accanto e di fronte sono occupati da gente che sbriciola panini, accatasta giornali, computer, borse e palmari sui tavolini, mentre tu cerchi in tutti i modi di far entrare il tuo trolley negli unici dieci centimetri liberi del ripiano in alto. Resta il fatto che ti mostrano il target sbagliato. È come se la Lines facesse uno spot in cui degli uomini si lanciano col paracadute per mostrare quanto bene si sta con gli assorbenti con le ali. Poi ci sarebbe da discutere anche sui musei inclusi nell'offerta, che sono solo quelli di Venezia, Roma, Napoli e Firenze. Come dire, se anche sei accompagnata, ma stai andando a Torino, la cultura non fa per te. Fra l'altro, mi domando anche quale necessità ci sia di incoraggiare le donne a frequentare dei musei. Forse sono più ignoranti degli uomini? Eppure, centinaia di migliaia di euro sono stati spesi per questa iniziativa. Riporto uno stralcio del comunicato stampa: "Mario Resca, Direttore Generale alla Valorizzazione del Patrimonio Culturale, ha quindi illustrato i termini dell’iniziativa 'Signore, si pArte!' nella conferenza stampa, alla presenza di Mauro Moretti, Amministratore Delegato di FS, di Alessandra Servidori, Consigliera Nazionale di Parità e di Milly Carlucci, ospite d’onore. La campagna, realizzata da Cosmo Adv, e presentata nell’ambito della manifestazione, sarà on air in ottobre nei cinema, nella stazioni FS, su stampa e web." Il fatto che fossero coinvolte anche le Pari Opportunità, la dice lunga su molte cose. Su Milly Carlucci non dirò niente.
In clima di concorrenza, non ci resta che aspettare la risposta di Alitalia, che ci farà volare gratis purché in età fertile (con certificato medico). O di Tirrenia, che offrirà imbarchi scontati alle donne che sanno rendere felici i loro uomini (con testimonianza scritta del marito).
Ah! Beato autostop!

venerdì 1 ottobre 2010

Mille splendidi treni

Un'amica mi ha segnalato una notizia spaventosa riguardante Trenitalia. A dire la verità, il binomio spaventoso-Trenitalia non fa nemmeno più notizia, ma in questo caso sono riusciti a superarsi. Prima leggetevi l'articolo: Treni, ottobre è il mese dei "Frecciarosa"
Avete letto? Siete riusciti ad arrivare fino in fondo? Senza vomitare? Bene.
Non vi ricorda qualcosa? Non vi vengono in mente inquietanti analogie con un mondo molto lontano (ma neanche tanto) dal nostro? Non so perché, ma la prima immagine che mi è venuta in mente quando ho letto l'articolo, è stata quella della protagonista di Mille splendidi soli di Khaled Hosseini, che non poteva circolare da sola per le strade della città. Doveva essere per forza accompagnata. Per legge. Altrimenti veniva arrestata e bastonata dal marito o da qualche suo parente. E allora mi sono subito visualizzata sul mio Eurostar, da sola, col mio iPod e le mie cuffiette, diretta a Roma per conoscere la creatrice di Lady Oscar. Il controllore mi chiede il biglietto. Guarda con chi sono. Sola. Sguardo di disapprovazione suo e dei miei vicini di posto, che scuotono indignati la testa. Un bambino mi indica col dito sghignazzando, mentre la madre gli copre gli occhi per non farlo assistere a quello spettacolo.
Non ridete. Questo è un fatto grave. Una discriminazione alla luce del sole.
Credo ci siano degli elementi anche per intentare una causa. Anche solo per truffa. Perché si parla di iniziative per agevolare le donne, ma l'agevolazione, di fatto, non c'è. Statistiche alla mano. Perché le donne che viaggiano sui treni veloci sono in maggioranza da sole. Sono donne che lavorano, e che non prendono un treno per farsi una scampagnata con la famiglia. Donne che adesso, se volessero risparmiare il costo del biglietto, saranno costrette a chiedere a un collega di farle da accompagnatore. O fermare qualcuno in biglietteria chiedendo se per caso prende lo stesso treno. Già mi ci vedo, in stazione, con un cartello tipo autostoppista: "Cercasi partner per condividere viaggio sulla Frecciarosa diretta a Roma".
Ma Trenitalia ha voluto fare di più, mettendo a disposizione dei consulti medici sui treni. Consulti dedicati alle donne. La cosa in un primo momento ha soddisfatto la mia inclinazione all'ipocondria. Ma è durato poco. Qual è la ratio che sta alla base di questa iniziativa? Le donne sono malate e hanno difficoltà ad andare da un medico? C'è per forza la necessità di venir loro incontro facendo salire dei dottori a bordo? L'impressione di essere la protagonista di Mille splendidi soli viene sempre più rafforzata. In effetti, se vivessi in Afghanistan, sarebbe una bella iniziativa quella di trovare un medico sul treno, visto che gli ospedali sono rasi al suolo. Verranno distribuiti dei depliant informativi sul tema donne e viaggio. E su cosa dovrei essere informata? Veramente non riesco a immaginarlo. Forse mi spiegano come individuare il simbolo della donna in prossimità dei wc. O forse mi insegnano come caricare una valigia in alto quando nessuno si degna di darmi una mano (questo sarebbe già più utile). O mi spiegano cos'è un treno. O cos'è un ritardo (concetto con cui comunque noi donne siamo abituate a convivere). Ve lo saprò dire, perché VOGLIO quell'opuscolo.
Ultima idiozia: le donne poliziotto a bordo. Per vegliare sul gentil sesso che, si dice, sia il bersaglio più frequente delle aggressioni. Peccato che i bersagli più frequenti siano sempre le donne che viaggiano da sole, non certo quelle con la famiglia. Ma le donne sole, si è visto, non sono contemplate nell'offerta. E a questo punto mi viene anche il dubbio che se ho una domanda da fare al medico di bordo, mi verrà risposto: "Mi dispiace signora, ma non potrei mai permettermi di visitarla o di parlarle in assenza di suo marito o di suo padre". E temo anche che di fronte a un'aggressione, la polizia, dopo aver verificato che non viaggio in compagnia, mi lasci lì, in balia dell'aggressore. Come quelli che ti dicono: "Se non voleva essere stuprata non doveva mettersi la minigonna". Meno male che dopo l'aggressione è previsto un menù rosa: cioccolatini, caffè e degustazioni.
Si è fatto tardi. Vado in stazione a spendere i miei 82 euro per prendere il treno per Roma. E che Dio me la mandi buona.

venerdì 17 settembre 2010

Il treno della parità

Seduta al mio posto sull’Eurostar che da Milano mi sta riportando a Trieste, assieme a tutti i pendolari del Nord Italia messi insieme, mi godo lo spettacolo umano che mi circonda. Eccola qua, l’Italia che lavora. L’Italia che produce (anche inquinamento acustico, visto che in questo momento stanno tutti gridando al telefono). E mi compiaccio nel constatare che in questo momento, non sembra esserci nessuna disuguaglianza. La ragazza di fronte a me ha appena finito di chiamare una serie di candidati per un colloquio, fissando degli appuntamenti per la prossima settimana e ora si sgranocchia dei Tuc. Più in là c’è un’altra donna che studia con meticolosità dei turni di lavoro di una squadra. Accanto c’è un giovane incravattato che smanetta col Blackberry. Di fronte a lui c’è un uomo che legge “Spigolature Bassanesi”. Ovunque, gente che legge documenti, che scruta diagrammi, che parla con clienti, che organizza incontri. Qualcuno guarda semplicemente dal finestrino. Meno male che esiste ancora l’opzione “contemplare”, e non solo quella del “fare”. Il mio compagno, seduto al mio fianco, o per meglio dire, SUL mio fianco, legge una rivista per nerd della pubblicità, e ogni tanto butta l’occhio furtivo su quello che sto scrivendo. E per questo ho sentito il dovere di menzionarlo.
Insomma, su questo treno - che viaggia già con 20 minuti di ritardo a 30 dalla partenza - non riesco a scorgere alcun segnale di disparità. Nemmeno uno sguardo di compassione di una donna nei confronti di un uomo, né viceversa. Tutti si sono sistemati autonomamente. Tutti molto gentili fra di loro. Mi viene da pensare di aver fatto delle considerazioni azzardate. Sono tentata di salutarvi e di chiudere il blog. Ma poi noto qualcosa. Un piccolo cambiamento di tendenza. Gli uomini, piano piano, si rilassano. Chiudono i computer. Mettono via i cellulari. Iniziano a leggere un giornale. Quelli che sembravano più agguerriti ora sonnecchiano. La ragazza davanti a me invece, finiti i Tuc, si è rimessa a lavorare. Quella accanto non ha mai smesso. Insomma, le donne non sembrano mollare. Non so, mi piace troppo l’idea di viaggiare su un treno paritario, per avere il pensiero malizioso che le donne stanno lavorando di più, perché poi, una volta arrivate a casa loro, dovranno dedicarsi ai lavori domestici. E non vorrei nemmeno pensare che si tratti di un fattore congenito delle donne, quello di lavorare più degli uomini.
Mentre faccio queste riflessioni, e continuo a trasferirle sulla tastiera, il mio compagno si è addormentato. Forse dovrei farlo anch’io.