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lunedì 19 gennaio 2015

Donne in ritardo che traslocano












Cari e care, dopo quasi un anno di silenzio su questo URL (ma di infinite parole su altri), vi comunico che si è finalmente compiuta quella transizione tra il dire e il fare, tra il parlare dei ritardi delle donne e il fare qualcosa per accelerare il loro cammino verso una società finalmente paritaria. L'avevo già annunciato qui: La nuova creatura.
Ma il confronto verbale e teorico resta sempre importante, per cui da oggi possiamo continuare a parlarne sul blog di LABY, che inizia da una domanda di tipo lessicale: "Perché in Italia si fa così tanta fatica a parlare di padri? Talmente tanta che alla fine ci siamo dovuti perfino inventare un nome nuovo e cioè 'mammi'?"
Il blog "Donne in ritardo" finisce qui e inizia qui.
Buona continuazione!
Benedetta

venerdì 7 giugno 2013

"Ho un fucile, una vanga e due ettari dietro casa"


Ciao Benedetta, 

gira questa cosa su Facebook. Fa ridere no? Il papà che minaccia di morte il ragazzetto della figlia, che vuole come risposta "presto Signore", che richiede lavori in cambio di un'uscita con la figlia. Fa ridere no? no? no. A me no. Mah, sarà che forse non capisco, ho due bimbi maschi. Ma che è questo attaccamento "protettivo" verso le figlie femmine? Non riesco bene a mettere in parole il fastidio che mi dà. Ho proprio difficoltà. Che cos'è? Un ennesimo tentativo di mostrare la ragazza fragile che ha bisogno dell'uomo (padre o marito)? Che da sola non se la sa cavare. O addirittura il diritto di decidere i termini delle uscite della figlia? per "proteggerla" perché una donna non può essere indipendente, ma sempre protetta... Non so, ho difficoltà. 

Ma so che la cosa che mi ha infastidito di più sono stati i commenti di miei amici (donne e uomini) che fanno battute, dicono che alla figlia regaleranno il burka, che queste regole saranno appese sulla porta di casa. E mi sei venuta in mente te... Vorrei tanto sapere come la pensi te, e soprattutto vorrei farti una domanda, non ti sembra che anche questo sia un sintomo della donna oggetto? Non solo oggetto di pubblicità volgari e irreali, ma anche oggetto dell'uomo, fidanzato, ex, marito, e stavolta anche padre? 

Ilaria

Lascio a voi la risposta. Che ne pensate?


lunedì 20 maggio 2013

#TISALUTO

In Italia l'insulto sessista è pratica comune e diffusa. Dalle battute private agli sfottò pubblici, il sessismo si annida in modo più o meno esplicito in innumerevoli conversazioni.

Spesso abbiamo subito commenti misogini, dalle considerazioni sul nostro aspetto fisico allo scopo di intimidirci e di ricondurci alla condizione di oggetto, al violento rifiuto di ogni manifestazione di soggettività e di autonomia di giudizio.

In Italia l'insulto sessista è pratica comune perché è socialmente accettato e amplificato dai media, che all'umiliazione delle persone, soprattutto delle donne, ci hanno abituato da tempo.

Ma il sessismo è una forma di discriminazione e come tale va combattuto.

A gennaio di quest'anno il calciatore Kevin Prince Boateng, fischiato e insultato da cori razzisti, ha lasciato il campo. E i suoi compagni hanno fatto altrettanto.
Mario Balotelli minaccia di fare la stessa cosa.

L'abbandono in massa del campo è un gesto forte. Significa: a queste regole del gioco, noi non ci stiamo. Senza rispetto, noi non ci stiamo.
L'abbandono in massa consapevole può diventare una forma di attivismo che toglie potere ai violenti, isolandoli.

Pensate se di fronte a una battuta sessista tutte le donne e gli uomini di buona volontà si alzassero abbandonando programmi, trasmissioni tv o semplici conversazioni.

Pensate se donne e uomini di buona volontà non partecipassero a convegni, iniziative e trasmissioni che prevedono solo relatori uomini, o quasi (le occasioni sono quotidiane).
Pensate se in Rete abbandonassero il dialogo, usando due semplici parole: #tisaluto.

Sarebbe un modo pubblico per dire: noi non ci stiamo. O rispettate le donne o noi, a queste regole del gioco, non ci stiamo.

Se è dai piccoli gesti che si comincia a costruire una società civile, proviamo a farne uno molto semplice.
Andiamocene. E diciamo #tisaluto.



E nella versione maschile da Lorenzo Gasparrini.


Se ti va, copincollalo anche tu!


martedì 12 febbraio 2013

Lasciamo perdere

Mi vedo costretta a interrompere il mio flusso di pensiero elettorale per dire una cosa che mi sta particolarmente a cuore. Si tratta di un concetto molto importante. Un concetto filosofico quasi. Il concetto che dice: "Lasciare si può".

Giusto. Lasciare si può, e a volte si deve.

Per il rispetto verso noi stessi, per la nostra sopravvivenza, per quella dei nostri cari. Per anni ci siamo uccisi di lavoro, senza vedere le nostre famiglie, ammalandoci per inseguire il mito dell'accumulo di beni materiali, poi ci siamo uccisi perché con la crisi non riuscivamo più a pagare le tasse. Ci siamo uccisi perché non ci sentivamo all'altezza, perché non eravamo abbastanza belli, abbastanza eleganti, abbastanza nel gruppo, abbastanza famosi, abbastanza qualsiasi cosa che non c'entrasse niente con la nostra vera essenza: quella di esseri umani.
E adesso abbiamo una grande opportunità: possiamo lasciare. Lasciamo che la crisi ci sommerga, smettiamo di dimenarci come nelle sabbie mobili cercando di aggrapparci a quel ramo che ancora sta crescendo. Perché tanto è solo questione di tempo: anche quel ramo farà una brutta fine.
Lasciamo perdere. Non possiamo permetterci il weekend all'estero? Nemmeno su Groupon, con il volo low cost e nel bed & breakfast? Non importa: inquineremo di meno. Se non potremo più avere una macchina o uno scooterone, porteremo i nostri figli a scuola a piedi. Cammineremo e ci farà bene, così non dovremo iscriverci in palestra. Coltiveremo l'orto, risparmieremo sulla spesa, risuoleremo le scarpe, rammenderemo le giacche. Tanto, prima di consumare completamente tutto quello che già abbiamo negli armadi, passeranno generazioni.

Lasciamo, lasciamo tutto. Se non ce la facciamo più, lasciamo.

Torniamo a essere quello che eravamo: uomini e donne che hanno bisogno di poche cose per vivere serenamente. Mangiare, bere, coprirsi, amare. Ok, anche facebook e twitter.
Questo ce lo insegna il Papa. E io sono d'accordo. Grazie per averci ricordato che non è necessario perdere la vita sul lavoro o su cose che non ci riguardano come persone. Perché il troppo stroppia, perché finiamo per fare del male alle persone che ci stanno vicine a cui non dedichiamo abbastanza di noi stessi. E poi comunque quel lavoro lo faremmo male, troppo stanchi, troppo distratti, troppo arrabbiati.

È vero: il Papa ha fatto una cosa rivoluzionaria. Ha lasciato.

È una cosa bellissima, un atto d'amore e di consapevolezza verso tutti gli esseri umani, che sono stati creati con dei limiti precisi, perché si abbandonassero a Dio con fiducia. Ora, con il gesto del Papa siamo tutti più liberi di lasciare. E qui, su questo blog, penso ovviamente a tutte le donne cattoliche e credenti, che si sono sposate in Chiesa convinte che il loro matrimonio sarebbe stato per sempre, e poi hanno iniziato a subire violenza dai loro mariti, hanno sopportato anni di botte, di insulti, di minacce. Molte sono morte. Perché lasciare non si poteva. No. I preti consigliavano loro di pregare Dio e di essere forti, perché "lasciare non si può".
Beh, adesso si può. Ce lo dice il Papa. Ce lo dicono tutti i commentatori e i vaticanisti: è una rivoluzione che farà impallidire Marco Pannella e la Bonino insieme. Dice che quando non ce la fai più a portare avanti il tuo lavoro, la missione che ti ha dato Dio, quando il peso del tuo incarico è troppo e rischi di fare del male ai tuoi figli, beh, allora devi lasciare. Lasci per il bene dei tuoi figli, perché non eri più in grado di seguirli come avresti dovuto.

Donne, adesso potete lasciare, e avrete la benedizione della Chiesa. Potete abbandonare i vostri mariti violenti e la Chiesa sarà dalla vostra parte. Divorziate! E a messa troverete solo sguardi di solidarietà e approvazione. Potrete continuare a fare la comunione e sedervi in prima fila, davanti al parroco.
Sì, sono sicura, fidatevi.
Mica è possibile che il Papa lasci pensando che può farlo solo lui, no? Voleva che lo facessimo tutti, no? Era un gesto che voleva mostrarci la nuova via, vero? Era il buon esempio da seguire, no?

No?

No?!?

No.

lunedì 21 gennaio 2013

Domanda


Ricevo e riporto integralmente.


Cara Benedetta, 

ti racconto questa storia oggi:

http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/13_gennaio_16/uccide-padre-violento-cisterna-adotta-giovane-2113567195916.shtml

Lui è un ragazzo con problemi a scuola, non andava molto bene ma aveva appena chiesto un aiuto per provare ad impegnarsi per la promozione. Mio papà è il suo insegnante. Adesso non può finire la scuola perché è in prigione. Certo, la violenza non è MAI giustificata. MAI MAI MAI. E le conseguenze servono per imparare a vivere. Ma a chi toccava proteggere quella mamma dal marito violento? Perché nessuno ha fatto niente e ci ha dovuto pensare il figlio? 

Con tanta tanta stima

Ilaria


Qualche risposta?

venerdì 11 gennaio 2013

Soggetto, verbo e complemento d'arredo.

Perdonate il titolo, che è abbastanza demenziale, ma quello che sto per raccontarvi sarà in linea, non vi preoccupate.
L'altro ieri stavo leggendo il giornale locale online, prendendomi una meritata pausa dalla realtà. Non vedevo l'ora di entrare un po' nel regno della fantasia come farebbe Geronimo Stilton e vagare tra un articolo che mi parla dell'outfit dei vigili urbani, un altro che mi spiega che le due statuette che suonano i rintocchi sull'orologio del Comune sono in ritardo per un guasto nell'ingranaggio, un reportage fotografico su un tetto di un palazzo della mia città ricoperto di erba, e via dicendo.


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di Gabriella Ziani
Per la vestizione della polizia municipale il Comune ha preparato un bando da 121.478 euro che scade il 30 gennaio. Pantaloni di lana anche d’estate


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Le due statuette (una copia) che battono le ore dell’orologio fanno le bizze Prima andavano di fretta, ora sono in ritardo. L’esperto: ingranaggio guasto




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Originale inquadratura aerea del tetto di uno storico edificio del centro di Trieste, dove mancano solo le mucche che brucano...






Ma, colpo di scena, mi imbatto in una notizia. Sì, era proprio una notizia! E per questo motivo non poteva godere delle lunghe argomentazioni degli altri articoli: il testo era molto stringato, essenziale direi. Più simile a una velina, che a un articolo. Qui c'è il link: Trieste: aggredisce convivente e agenti, arrestato nella notte.
Vi prego, leggetelo, non vi porterà via più di 70 secondi.

Ora facciamo un test: qual è la cosa che in assoluto vi resta più impressa nella mente? Al di là del caso, ovviamente. A me la rottura dell'orologio dell'agente. Quest'uomo ha opposto resistenza perché era ubriaco e ha rotto perfino l'orologio di un agente! Me lo visualizzo lì, quell'orologio tipo Sector con cronografo, caduto a terra col cinturino spezzato. Si sarà rotto anche il quadrante? Mah, non saprei, oggigiorno li fanno così resistenti: waterproof, shockproof, forse anche criminalproof. Un poliziotto sicuramente non indossa un orologio delicato. Sicuro era il cinturino a essersi rotto.
E mentre leggevo tutte queste cose, la colluttazione, l'orologio, l'agente incazzato per via dell'orologio, arrivo al gran finale: l'uomo è stato messo ai domiciliari. Ben gli sta. Chiuso a casa. Così non rompe più gli orologi a nessuno.

Bella storia. Se fossimo a scuola la maestra direbbe: "Bene bambini, adesso chiudete il giornale e fate un riassunto di quello che avete letto". E scriveremmo tutti: un uomo ubriaco fa resistenza ai poliziotti, rompendo l'orologio di uno di questi e poi finisce agli arresti domiciliari.

Mentre in realtà, il sunto nella vita reale sarebbe: una donna (soggetto), chiama la polizia sperando che arrivi in tempo prima che il compagno la ammazzi di botte. La polizia per fortuna interviene presto e porta via quell'uomo, salvo poi riportarlo in casa obbligandolo a restare lì e obbligando quindi la donna ad andare a dormire sotto un ponte, immagino. Perché come cazzo ti viene in mente di mettere un uomo ai domiciliari dopo che ha bastonato la convivente? Quando ti arrestano per furto dove ti mettono, dentro un cavò di una banca?

Ma il mio riassunto è evidentemente avulso dal sistema media e temo anche da quello culturale attuale, oltreché da quello legale.

Sarò una purista della lingua, ma per me le questioni grammaticali, logiche e sintattiche hanno un'importanza esistenziale e ci insegnano come interpretare il mondo. Fino a quando le donne continueranno a essere complemento oggetto, o complemento d'arredo, anziché soggetto con tanto di predicato verbale, sarà difficile risolvere la questione della discriminazione di genere. Fino a quando ci sarà discriminazione grammaticale, non avremo mai nemmeno lo strumento per parlarne.
Punto e a capo.





    lunedì 10 dicembre 2012

    Quelle cose sconvenienti (for women and for men)

    Ci sono cose nella nostra vita di umani che sono veramente sconvenienti.
    Ognuno di noi, da piccolo, viene educato da subito su tutto quello che non bisogna fare, così da ottenere, per esclusione, un elenco più o meno breve di cose che si possono invece fare. Come in ogni training che si rispetti, l'educazione si compone di nozioni base e nozioni avanzate. Fanno parte di quelle base, tutte quelle istruzioni che riguardano la governance del nostro corpo. Cioè, prima ti insegnano come gestirlo, limitarlo, contenerlo e poi, nella sezione avanzata, come tenerlo pulito e come muoverlo. E ora dalla teoria passo agli esempi pratici:

    CORSO BASIC
    - non si mettono le dita nel naso
    - non si rutta
    - non si scoreggia
    - non ci si fa la pipì addosso, e nemmeno da altre parti che non siano la tazza del wc (DENTRO la tazza, sui bordi non vale)
    - non ci si fa la cacca addosso e tutte le indicazioni del caso della pipì 
    - quando si starnutisce si mette la mano davanti alla bocca
    - quando si tossisce si mette la mano davanti alla bocca
    - quando ci si ravana con lo stuzzicadenti, si mette la mano davanti alla bocca
    - non si parla con la bocca piena
    - e tutte le altre cose che ci insegnano che un cattivo spettacolo della nostra bocca è veramente disdicevole (focus su: non si grida e non si ride sguaiatamente)

    CORSO ADVANCED
    - ci si lava le mani dopo aver usato il bagno
    - ci si lava le mani prima di mangiare
    - ci si lava
    - ci si cambiano gli indumenti intimi con periodicità quotidiana
    - si sta seduti composti
    - in linea generale, si evitano tutti quei comportamenti che ci verrebbero istintivi e naturali, se vivessimo in una giungla 

    Poi c'è anche una specializzazione MASTER, ma è sempre meno usata:
    - non si mettono le mani in tasca
    - non si mettono i gomiti sul tavolo
    - non si mettono in imbarazzo le persone
    - non si dicono le parolacce
    - non si bestemmia
    - non si alzano le mani
    - nemmeno se provocati

    E dove sarà l'attinenza di tutto questo al tema sociale di questo blog?
    Beh, è esperienza comune nella nostra società che esistono delle deroghe non scritte a queste regole. E queste deroghe sono tutte a favore degli uomini, mai delle donne.
    Una donna che si scaccola, che rutta e che scoreggia sarà sicuramente emarginata dalla nostra società. E un uomo? Quel briccone che alla fine della cena si beve un sorso di birra e recita le vocali ruttando, che ripercussioni avrà? La donna che si siede su una sedia a gambe divaricate non si può guardare, ci insegna la società. E un uomo?
    I bagni delle donne sono sempre pulitissimi: possibile che non succeda mai che una la faccia fuori dalla tazza? E i bagni degli uomini?
    Alla fine, le femminucce crescono pesantemente sanzionate a ogni sgarro della regola, coi maschietti si chiude sempre un occhio, perché in fondo continuano a essere dei piccoli grandi animaletti selvaggi, i nostri ometti cacciatori. Che buffi. Che teneri.

    E arrivo a un'amara constatazione: su questo blog, una delle chiavi ricerca più frequente è "Incontinenza urinaria". Mi sono documentata su questo, sul serio. Tutti siamo incontinenti, chi prima e chi dopo. Chi uomo e chi donna. Ma non si sa perché, quando si tratta di pensare ai ripari, ci si affanna per trovarli solo alle donne. Insomma, prendiamo il caso di Lines Perla per esempio. Cioè, voglio dire, ben venga una linea di prodotti che mi permette di comportarmi come una ragazzina di 15 anni sprigionando un delicato profumo di mughetto anche se me la faccio addosso. Sul serio. Son progressi della ricerca & sviluppo.



    E così me lo raccontano anche nello spot video: posso entrare in un ascensore senza temere di attirare su di me l'attenzione della gente perché puzzo di urina. È interessante notare però che alla fine, in quell'ascensore, entra un uomo, per il quale nessuno si preoccupa. Non si sa se è perché tanto gli uomini si sa che puzzano e non curano la loro igiene, o se perché gli uomini non sono incontinenti. Ho il sospetto che sia la prima ipotesi.
    E quindi mi viene da concludere dicendo che noi donne, per una volta, siamo fortunate a ricevere tutte queste attenzioni commerciali. Abbiamo a disposizione dei prodotti che ci risolvono una bella scocciatura. Ho il pavimento pelvico un po' moscio? Mi compro un Lines Perla.
    Però, d'altra parte, un po' mi rode. Perché mi si conferma che, come tutte le cose sconvenienti, l'incontinenza urinaria è sconveniente soprattutto (solo) per le donne. L'uomo piscione va bene così. E chissà invece quanto se la passa male, e con lui tutti quelli che entrano nel suo stesso ascensore. Dai, fatela questa linea Lines Perla for Men.

    lunedì 26 novembre 2012

    Rinarrate: un progetto per raccontare la violenza (tra un X Factor e un Dexter)

    Per la prima volta mi mancano le parole per un incipit che sia degno dell'argomento. Allora inizio a raccontare semplicemente com'è andata.
    Un giorno mi contattano dalla redazione di Bora.la, portale di informazione locale online per coinvolgermi in un progetto assieme al GOAP, il centro antiviolenza di Trieste. Il progetto si chiama Rinarrate, e ha come obiettivo quello di far raccontare a una decina di donne, vittime di violenza, la loro storia e di pubblicarla sul web per far nascere un dibattito. Mi si chiedeva di fare un po' di formazione a queste donne, sulla scrittura creativa, su web, su blog. A me è sembrata un'idea bellissima. Scrivere fa sempre bene, sia a chi scrive, sia a chi legge. E finalmente a scrivere adesso erano proprio le protagoniste, loro malgrado, di vicende di cui andrebbe letto e parlato moltissimo.

    Da anni mi occupo anche di formazione. Insegno la comunicazione alle aziende, ai manager, alle associazioni professionali, ai master. Ma l'ho fatto anche ai corsi di apprendistato, a idraulici, elettricisti, tornitori. Ho avuto davanti a me classi di tutti i tipi e di tutti i livelli: preparati, esigenti, puntigliosi, svogliati, disinteressati, maleducati. Ho fatto lezione a centinaia di persone, a volte sudando freddo, a volte improvvisando, a volte con l'applauso finale, a volte con l'indifferenza. Ne ho visti di tutti i colori insomma, perché ogni classe è sempre diversa e bisogna sapersi adattare ed essere pronti allo scambio, all'interazione, all'imprevisto. Un incubo ogni volta quindi, ma da cui esco sempre soddisfatta.
    Però giuro, mai nella mia vita mi sono sentita così emozionata come quel giorno in cui sono entrata al GOAP di Trieste e mi sono trovata davanti quelle otto donne che volevano scrivere la loro storia. Improvvisamente mi sono passati davanti tutti i post di due anni di blog e mi sono sentita un'idiota. Totalmente inadeguata a misurarmi con queste donne che invece erano lì per sentire da me come avrebbero dovuto raccontarsi sul web. La porta era alla mia destra, vicinissima, ma per scappare ormai era troppo tardi.
    Alla fine ho fatto appello alla razionalità, mi sono seduta, le ho guardate e ho pensato che avremmo tutte imparato qualcosa l'una dalle altre. In fondo questo blog è una sorta di prologo alle loro storie, un'introduzione che tenta di spiegarsi da dove nasca tutto quanto, i gravi problemi culturali della nostra società, gli stereotipi in cui incappiamo spesso e che contribuiamo ad alimentare senza nemmeno accorgercene. Certo, la violenza esiste di per sé. Il problema è che viene alimentata, giustificata e a volte proprio invocata. Da chi? Da noi, chi più chi meno. E quindi i problemi sono due: la violenza e la sua giustificazione. E il fatto che la si giustifichi impedisce anche che si faccia qualcosa per prevenirla. Non si fa educazione, non si spiega ai bambini maschi che usare le mani è sbagliato. Si sanzionano però le femminucce, quando lo fanno. Perché una femminuccia certe cose non le deve fare. Il maschietto invece è maschietto, si sa che è esuberante. I maschi vengono cresciuti come macchine da guerra e le femmine come fashion victims che hanno solo bisogno di un protettore. Questo nel 2012. Ma non lo dico io sulla base di osservazioni personali, lo dicono gli studi più recenti, le ricerche. E dicono che la situazione è in peggioramento.

    Mi è piaciuto passare quelle due ore con quelle donne. Mi è piaciuto guardarle e conoscerle. Un paio di loro mi sembrava di averle già viste, da qualche parte. Mi è sembrato di conoscerle già. Mi sono sforzata di ricordare da dove. Ma poi in fondo che importa? Le conosciamo già tutti quanti, quando entriamo in quel negozio, quando vediamo quella cassiera al supermercato, quando ritiriamo quella raccomandata in posta, quando stringiamo la mano a quell'impiegata. Le donne vittime di violenza sono ovunque e sono tantissime e ci parliamo ogni giorno. Ma non ci pensiamo. Pensiamo che la violenza sia molto lontana da noi. Che si consumi in famiglie balorde, che non fanno parte del nostro giro. E invece no. Non è - solo - il disoccupato che beve e torna a casa infuriato. È anche l'avvocato astemio membro dell'associazione di beneficenza. È il notaio, il commercialista, il carabiniere, il nostro vicino di casa che vediamo all'assemblea condominiale che raccoglie le deleghe, è il vicino di brandina allo stabilimento balneare, è quello che guida il nostro autobus, è il personal trainer o il preside della scuola dei nostri figli. È il nostro vecchio compagno di classe delle superiori che da ragazzo ci faceva tanto ridere.

    Oggi è partito ufficialmente il progetto Rinarrate. A questo link trovate il primo racconto. Ogni lunedì ne troverete uno nuovo, pronto per essere commentato e per essere conosciuto e divulgato. Ogni lunedì avremo la possibilità di comprendere quanto vicine a noi siano queste persone. Sia le vittime sia i carnefici. E avremo la possibilità di pensarci un po' su. Tra un X Factor e un Dexter.

    Io, intanto, ringrazio Bora.la, Goap Trieste e tutte le donne che ho conosciuto in questo progetto, per avermi dato queste grandissime emozioni.
    E invito tutti i lettori di questo blog a dare il loro contributo, commentando tutti i racconti.


    martedì 23 ottobre 2012

    Parenti serpenti


    Riprendo da uno dei commenti al mio post precedente "Lo scarrafone": le famiglie di chi si macchia di violenza contro le donne hanno spesso una responsabilità indiretta per l'educazione che hanno impartito ai loro figli, anche se spesso negano di averne una. Anzi, in genere si comportano come se fossero loro a subire dei torti, un ingiustificato accanimento.
    Per questo pubblico, su indicazione di Patrizia Menchiari, che ringrazio, una lettera tratta da La 27esima ora del corriere.it. Si tratta di una lettera che ha scritto tale Giovanna, 37 anni, ai genitori del suo stalker. Ma potrebbe anche essere di Carla, Francesca, Federica e qualsiasi altro nome.
    La morale della storia è: per cortesia, cari genitori di figli maschi (tra cui mi inserisco anch'io), impegnatevi a educare i vostri figli come se steste educando delle figlie femmine, con la stessa attenzione. Fatelo innanzitutto per loro. Ve ne saranno grati. E con loro anche molte donne. E infine i loro figli, che poi saranno i vostri nipotini. QUESTA è la vostra responsabilità.
    Gentili Signori,
    l’onorevole titolo di “figlia acquisita” di cui mi avete insignita, mi autorizza ad esprimere il mio parere in assoluta libertà senza chiedere autorizzazioni o porgere scuse (…). Un antico ma particolarmente calzante detto recita “La verità è figlia del tempo” e proprio nel tempo è venuto a galla quanto per anni avete cercato di insabbiare.
    La mia più grande soddisfazione ad oggi non è tanto la carcerazione di Carlo quanto l’avervi messo davanti ad uno specchio. Nessuno ha brindato o gioito il giorno della sentenza, si è provata solo un’immensa tristezza confortata dalla consapevolezza del trionfo della Giustizia. L’unica soddisfazione che mi sto togliendo è scrivere queste righe che non sono dettate da astio o risentimento ma da semplice buon senso.
    Sono state commesse troppe leggerezze nell’educazione di Carlo (…) Si è preferito soprassedere sulle anomalie del suo comportamento sia per non alimentare pettegolezzi tra vicini e parenti sia per l’altissima considerazione in cui viene tenuto il figlio maschio, magari provando una punta di orgoglio nel vedere che sa come farsi “rispettare” dalle donne.
    Ma a chi è giovato? E’ valsa la pena rovinarlo per non aver voluto imporsi e per non aver avuto l’umiltà di ammettere di non possedere gli strumenti per ricondurlo sulla retta via, cedendo il posto a specialisti quali psicologi o assistenti sociali che potessero farne un individuo autonomo, onesto, dignitoso, capace di badare a se stesso? (…) La polvere va rimossa, non nascosta sotto al tappeto.
    Avreste potuto anche denunciarlo compiendo così il più grande atto d’amore nei suoi confronti tendendogli una mano per salvarsi da se stesso. Ma avete preferito limitarvi a sgridarlo ogni tanto come si fa coi bambini quando lasciano i giocattoli in disordine e il fatto che il nostro sistema giudiziario non vi reputi perseguibili, vi esonera sì da responsabilità legali e formali, ma non morali.
    Generando un figlio avete sottoscritto una sorta di “contratto” con la società, contratto che vede i genitori garanti della consegna ad essa di una persona degna di farne parte: cosa vi ha autorizzato ad infrangere questo patto? Chi vi ha autorizzato a consegnare al mondo una persona con così tanti squilibri, che gioca a rovinare la vita degli altri? Cosa è stato per voi più importante del benessere di vostro figlio? (…)
    Non sono madre, ma sono figlia e se sono cresciuta sana, con una formazione adeguata ai tempi e capace di badare a me stessa, è stato soprattutto grazie ai divieti opposti dai miei genitori che si sono tradotti in dolorosi ma formativi NO. Se io sbaglio nessuno mi compra un’auto più potente della precedente o mi permette di togliermi il capriccio del cane o mi copre inventandosi le scuse puerili che sentivo a casa vostra, una per tutte quella dell’invidia dei parenti…Invidiarvi per cosa? per i pavimenti brillanti forse, ma a che serve una casa tanto pulita se sono sporche le intenzioni e la coscienza?
    Il messaggio che avete trasmesso a Carlo è che chi sbaglia non solo non paga ma viene perfino premiato.
    (…) Se vi foste comportati come dei genitori e non come degli albergatori, a quest’ora la situazione sarebbe molto diversa: a Carlo non servono lenzuola pulite o gustosi manicaretti o camicie perfettamente stirate che lo rendano credibile, ma persone che siano per lui di esempio. E comportarvi civilmente con le sue vittime, dopo tutto quello che ci avete costretto a sopportare, avrebbe potuto rappresentare un momento significativo per lui, mentre avete assunto l’atteggiamento di chi il torto lo ha subito.
    A che è servito coprirlo, difenderlo, appellarsi quando è indifendibile anche agli occhi del suo stesso avvocato? Cosa potete ancora opporre agli atti dei Tribunali, tutti assolutamente concordi sull’attitudine delinquenziale? Se non avete voluto aiutarlo a crescere, accettate che ora siano le istituzioni a farsi carico di 38 anni di omissioni.
    (…) Non si è voluto prevenire, nonostante le numerose avvisaglie che il ragazzo vi ha mandato negli anni, a danni fatti  ma nemmeno correre ai ripari con il risultato che le istituzioni ora semmai lo puniranno e non lo rieducheranno, peggiorando così una situazione già molto critica. E purtroppo siamo state noi vittime a chiederne l’intervento esponendo noi stesse e le persone a noi vicine al rischio di ritorsioni e vendette future.
    (…) Dove eravate mentre con me si comportava in modo tale da farsi condannare a due anni di carcere o mentre tormentava le altre vittime? Ha sempre vissuto con voi se ben ricordo.
    So bene che chiedergli chiarimenti comporta minacce se non aggressioni, ma voi siete la sua famiglia ed è vostro preciso dovere prendere provvedimenti preventivi o riparatori: abbiate il coraggio di affrontarlo, è il vostro sangue, non potete ne’ temerlo ne’ ignorarlo, sarebbe come dire che temete la vostra testa o il vostro cuore. E se doveste avere la peggio, a parer mio è più giusto e coerente che al pronto soccorso ci finiate voi piuttosto che la sottoscritta.
    (…) Mia madre, anche se sono alla soglia dei 40 anni, fruga ancora nelle mie tasche e nel mio cestino se fiuta qualcosa di poco convincente che mi riguarda. Non vi mancano la luce e l’aria nel tenere continuamente la testa sotto la sabbia?
    (…) Siete stati talmente “distratti” da non riuscire a controllarlo nemmeno nel periodo dei domiciliari: rendendo inaccessibili telefoni e computer forse si sarebbe risparmiato una condanna. E dopo aver perso anche in appello, un giorno l’ho trovato a 200 metri da casa mentre andavo in ufficio alle 9.15 del mattino intento a simulare un incontro casuale per avvicinarmi e provocarmi. Episodio che mi ha costretta a deviare verso il Commissariato……ma chi è Carlo per voi? Possibile non riusciate a tenerlo a bada nemmeno in un momento così delicato? Cosa aspettate per intervenire, un omicidio? Sforzatevi di vedere il positivo di questa vicenda: non dovrete più fingere normalità e spensieratezza.
    La messa in scena è terminata, non dovete nemmeno più simulare quell’ipocrita aria trionfante che avevate nel mostrarmi il casellario nel 2006 quando ancora godeva del beneficio della non menzione. Umanamente è comprensibile l’amarezza che provate, ma è l’atteggiamento di sufficienza che avete assunto ad essere quasi diabolico. Fate che Carlo sia e resti un problema vostro e non mandatelo in giro a turbare la serenità di famiglie oneste (…)
    Se poi siete talmente avvezzi a trattare con poliziotti e avvocati da pensare che facciano parte del quotidiano di chiunque, vi informo che personalmente ho varcato la porta di studi legali, commissariati, di un pronto soccorso e di un carcere solo dopo aver incontrato voi e da quando siete usciti dalla mia vita non a caso non ne ho più avuto la necessità.
    (…) Grazie a Voi ho conosciuto tutto ciò da cui la mia famiglia ha sempre cercato di proteggermi proprio come farebbe qualunque famiglia coscienziosa.
    A me rimane solo la consolazione di sapere che non può capitarmi nulla di peggio di quanto ho vissuto grazie a voi.
    Vostra “figlia”

    lunedì 22 ottobre 2012

    Lo scarrafone

    Questa mattina sono un po' inquieta. Apro cassetti, consulto schedari, ravano in libreria. No, perché qua bisogna stare attenti, che più che temere un controllo della Guardia di Finanza, che tutto sommato male non fa, dovremmo temere quello di qualche ex fidanzato, che potrebbe ritenersi oltraggiato dal fatto che, per esempio, io abbia fatto due figli con un altro. Potrebbe pensare che l'ho tradito. E di conseguenza potrebbe accoltellarmi nell'androne del palazzo. Nulla di più semplice, direi.
    No, perché non so se avete letto le dichiarazioni di tale Samuele Caruso dopo che ha ammazzato Carmela Petrucci, la sorella della sua ex ragazza Lucia. Dice Samuele che lui e Lucia si sono conosciuti nell'aprile 2011 su facebook e che dopo un mese si sono messi insieme. Carini. Dice che poi non stavano più insieme, da tipo sei mesi, e che siccome un giorno ha visto su facebook che Lucia era ritornata con il suo ex fidanzato, lui si è sentito tradito. Dice che è stata Lucia a lasciarlo perché lui era troppo geloso. Ma no, non è vero che lui era geloso, dice Samuele. Anzi, era Lucia che lo escludeva sempre e che non lo portava mai alle feste, dove invece andava con la sorella.
    Quindi che fa Samuele? Dice che voleva chiarire la situazione. Che, voglio dire, è una lodevole iniziativa se c'è qualcosa da chiarire. Ma in questo caso forse era solo lui che doveva chiarire a se stesso che la sua ex non lo sopportava più e che stava felicemente con un altro. Ma lui vuole chiarire con Lucia. E quindi che fa? Prende un coltello ed esce di casa.
    Ora, vi confesso che anch'io purtroppo nel mio passato ho dovuto chiarire alcune spiacevoli vicende personali, ma uscendo di casa prendevo tipo le chiavi della macchina, le sigarette, il telefono, ah sì, le chiavi di casa. Forse anche un panino al prosciutto. Coltelli, mai.
    Samuele Caruso invece prende un coltello ed esce di casa. "Mamma, io esco" Avrà detto alla mamma, che oggi tiene a precisare che suo figlio non è un mostro e che loro sono una famiglia perbene.
    Samuele va a casa di Lucia, suona il campanello dicendo "pubblicità", entra in androne e aspetta. Quando arriva Lucia assieme alla sorella Carmela, lui le aggredisce entrambe e Carmela muore. Lucia oggi è in ospedale, dove la stanno curando per le 20 coltellate che si è presa da Samuele.
    In sintesi, una ragazza muore e un'altra rimarrà sfigurata per colpa di un "bravo ragazzo", come dice la madre. Samuele ha detto al giudice che lui ha preso il coltello proprio per uccidere Lucia, nel caso il tradimento fosse vero. Cioè: è uscito di casa con un coltello, per uccidere la sua ex. Però è un bravo ragazzo, eh. Questi media fanno un gran baccano per niente. E poi viene da una famiglia perbene eh. Che non si pensi male!
    Nooo, ma noi non pensiamo male, cara signora Caruso (perché immagino che ci tenga a portare il cognome di suo marito). Per carità, la vostra è una famiglia rispettabilissima, dove i valori vengono trasmessi ai figli in maniera ineccepibile. Immagino che lei, signora Caruso, adesso sia molto in difficoltà per la sciagura che si è abbattuta sulla sua famiglia. Probabilmente sarà molto difficile ora farsi vedere al circolo del bridge. Sarà un incubo. Suo marito che cosa dice a riguardo? No, perché non l'ho sentito. Ho capito solo che ogni scarrafone è bello a mamma sua, ma la sua posizione qual è? Perché questi valori che tanto decanta sua moglie li avrà trasmessi anche lei no? I valori del rispetto della libertà di una donna. Il valore che una donna ha il diritto anche di essere stronza, se vuole e di non portarti a una festa. Il valore che una donna è libera anche di tradirti, se vuole, ma sul serio, non dopo 6 mesi che non state più insieme. Il valore che non si mandano sms minatori quando qualcuno non vuole avere a che fare con te. Il valore che non si esce di casa con un coltello. Il valore che se uccidi a coltellate una persona non puoi essere definito "un bravo ragazzo".
    Ecco, cari signori Caruso, sento della resistenza da parte vostra. Una resistenza nel rendervi conto di quello che è successo veramente. Una resistenza nel capire cosa rende veramente "bravo" un ragazzo. Che non è il successo scolastico, o lo stipendio, o la carriera, o fare la raccolta differenziata, andare a messa e aiutare la vecchina ad attraversare la strada. No. "Bravo" è il ragazzo che porta rispetto per tutti gli esseri viventi. "Bravo" è il ragazzo che riesce a distinguere un essere vivente da un oggetto. E comunque io in genere ho rispetto anche per gli oggetti.

    Vi lascio con la foto dello scarrafone, tratta da Repubblica.it:


    lunedì 1 ottobre 2012

    Quei titolisti mattacchioni

    "Quando è lui a lavare i piatti la coppia si sgretola, il 50% in più di divorzi". Ecco cosa mi segnala la mia amica Giulia stamattina. Poi vai a leggere, e scopri che in realtà non c'è nessun legame tra la parità nelle faccende domestiche e il numero di divorzi. O meglio, non c'è un legame causa-effetto. Si legge invece che probabilmente, siccome le coppie in cui c'è una sostanziale collaborazione tra i sessi nella gestione della casa e nella suddivisione dei compiti sono quelle più aperte e consapevoli, va da sé che sarà anche più facile che donna e uomo, qualora riscontrino una loro incompatibilità a restare insieme, siano più sciolti nella separazione.
    Questa ricerca norvegese non mi sconvolge un granché. Diciamo che anzi mi dà conferma delle condizioni culturali e sociali in cui stiamo vivendo. Quello che mi fa rizzare i peli (maledetti peli) è il titolista (o la titolista). Che cosa mi vuol significare con la frase che quando l'uomo lava i piatti la coppia si sgretola? Puro sensazionalismo per indurci a leggere l'articolo? Strategia di marketing? A me pare una delle solite paraculate per attirare la nostra attenzione. Però si gioca sempre con il fuoco, perché mentre scrivi il tuo titolo paraculo, migliaia di trogloditi che la pensano proprio così esultano e ti prendono sul serio.
    "HHA! Vedi? Faccio bene io a non alzare nemmeno un dito, donna! Io sì che tengo unita la coppia".
    Oppure, in versione femminile: "Eh certo, un uomo mica è in grado di fare le faccende domestiche: con tutti i disastri che combinerebbe, la moglie lo lascerebbe subito".
    Una gran bella discussione, in cui si dà per scontato che la durata o meno di una coppia dipenda dall'igiene domestica.
    Insomma, dopo il delfino goloso e il cavallo curioso, oggi abbiamo anche il titolista mattacchione.

    Concludo in bellezza e vi lascio con una vignetta di cura domestica ma anche di grande ironia, presentandovi la nuova protagonista di questo blog: La Paola.
    La Paola accompagnerà questo blog nei meandri dei piccoli dettagli quotidiani che rendono grande la disparità tra uomo e donna, cercando di mantenere sempre leggero il tono delle nostre dissertazioni. Nella colonna di sinistra, trovate la sua biografia.



    mercoledì 18 luglio 2012

    Penso (ma forse non dovrei)

    Penso che se evadi le tasse ma magari lo fai perché sei un po' ignorante o perché hai fermamente creduto nelle idee di Bossi, la giustizia dovrebbe essere più clemente con te.
    Penso che se scippi una vecchia a Napoli, non è poi così grave perché si sa che a Napoli si scippano le vecchie.
    Penso che se sei andato a scipparla in motorino ed eravate in due senza casco (o magari in tre), i vigili dovrebbero chiudere un occhio, perché in fondo lì si fa così.
    Penso che se ti intaschi una tangente e sei un funzionario pubblico, in fondo la pena dovrebbe essere mite, perché il tuo status culturale di funzionario pubblico italiano ti porta inevitabilmente a questo.
    Penso che se ammazzi un tifoso allo stadio, il giudice debba darti delle attenuanti, perché si sa che negli stadi la gente si incazza.

    Quindi va bene anche questa: "Se il marito violento è ignorante, merita una pena più mite".

    mercoledì 2 maggio 2012

    Vorrei solo una vita banale

    Non ve l'ho detto per non farvi preoccupare, ma qualche mese fa mi sono fatta qualche giro nei blog maschilisti. Ecco, l'ho detto.
    Non uso a caso il termine "maschilista", che sa un po' di faida della terza elementare, perché è l'unico ancora valido per descrivere certi contenuti. Come credo si sia ormai capito, un po' per mia indole che tende al compromesso, e un po' per la mia giovane, giovanissima età (!) ho sempre cercato di andare oltre i termini di femminismo / maschilismo. Quello che mi piacerebbe non è un mondo dove "le donne comandano sugli uomini", né mi interessa dimostrare che le donne sono superiori o il genere dominante. Abbiamo già un bel daffare a districarci tra incomprensioni e rapporti in cui lei seduce, poi fugge, poi sta ferma, poi viene abbandonata, poi lui è insicuro, poi tira fuori i muscoli, poi scappa, poi torna, ecc. per poterci permettere di ridurre tutto a chi comanda e chi no. Quello a cui aspiro io è semplicemente un po' di pace. Svegliarmi la mattina e sapere che, compatibilmente con i mezzi economici, con il tempo a disposizione e nel rispetto delle altre persone, quello che mi va di fare posso farlo. Una serenità così, fatta di tante piccole libertà. Ecco a cosa aspiro. Libertà. Poter circolare a testa alta. Ma no, non a testa alta, ché fa molto valchiria. Diciamo circolare come se fosse la cosa più normale di questo mondo. Senza che nessuno mi guardi, senza che nessuno commenti o si chieda dove sono i miei figli, se lavoro oppure no, come mi sono vestita, dove sto andando, se ho la busta della spesa, se guido un'auto troppo grande per essere una donna, e via dicendo. Insomma, circolare come se fossi attualmente un uomo, al quale si fanno sempre la metà delle domande che si fanno alle donne. Possiamo noi donne, finalmente, circolare senza avere addosso tutte queste aspettative? Possiamo scegliere senza sofferenza se vogliamo fare le casalinghe e partorire 16 figli o restare da sole facendo solo del buon sesso quando ci va e quando ci capita, o prenderci una laurea e un master e parlare 4 lingue o diplomarci e basta perché non ci va di continuare gli studi, o sposarci e lavorare e fare carriera fino a ricoprire cariche dirigenziali, il tutto senza doverci per forza scarnificare o senza che qualcuno si debba sentire in dovere di dare la propria opinione a riguardo? Solo questo vorrei.
    Ma non si può. Non ancora almeno. Si fa un gran parlare in questi giorni delle 54 vittime di femminicidio in soli quattro mesi. Sembra ci sia una guerra. Maschi contro femmine. Femmine contro maschi. E in effetti la cinematografia non aiuta. Probabilmente quelle 54 donne volevano vivere serenamente come lo vorrei io. Volevano lavorare, avere una famiglia, andare in giro tranquillamente senza dover rendere conto a nessuno per le loro scelte personali. Cose così. Banali. "Libera circolazione delle merci e delle persone".
    Ma non si può. Le hanno uccise gli uomini, ma non solo. Non voglio continuare qui la guerra tra generi. Perché il vero colpevole è l'ignoranza. La mancanza di cultura, di uomini e di donne, sostituita da una pseudocultura del disimpegno, dove chiunque può dire qualsiasi cazzata e dove si continua a ridere e a fare battutacce sulla stupidità delle bionde, o delle donne al volante, o sulle farfalle di Belen, dove i blog che parlano di orgoglio maschile sono liberi di sostenere che le donne muoiono comunque in numero inferiore agli uomini che crepano nei cantieri facendo un lavoro che le donne non vogliono fare. E vai tu a spiegare che le donne muoiono pure di parto. O che ci sono donne che pagherebbero pur di lavorare in un cantiere e manovrare una gru piuttosto che stare a battere a un angolo di strada per soddisfare gli uomini di quegli stessi cantieri, ma che nei cantieri le donne non ce le vuole nessuno.
    Alla base della violenza sulle donne c'è la stessa sottocultura deficiente che sta attorno al problema dell'alcolismo. E ne siamo TUTTI responsabili. Quando accendiamo gli abbaglianti per segnalare agli altri il posto di blocco che fa i controlli con l'etilometro. Quando ridiamo al racconto di un amico che è tornato a casa ubriaco in macchina e non si ricorda come. Quando ci prende l'euforia all'idea di una bella serata in un locale con qualche birra e qualche superalcolico. E poi leggiamo i giornali: oh, che peccato, investita una famiglia da un'auto il cui conducente era ubriaco. Oh che peccato: aumentano i casi di alcolismo tra i giovani. Oh che peccato: hai la cirrosi epatica. Ma è come se le due cose non avessero niente a che fare l'una con l'altra: la cultura del bere non ha niente a che fare con le sue conseguenze negative. Così come la cultura maschilista non ha niente a che vedere con la morte di 54 donne.
    Non ci si pensa. Ci si ride su. Non ci si indigna. E se ci si indigna c'è qualcuno pronto a darti del moralista, del pesantone. E invece le cose sono collegate. Le persone muoiono perché c'è gente che si nutre di questa sottocultura dell'ignoranza. Le persone muoiono in strada perché in molti hanno detto che bere va bene, e che non sarà quello a ucciderti. Le donne muoiono in famiglia perché qualcuno non ha spiegato ai loro assassini che essere gelosi non dà la licenza di uccidere, che una compagna non è una proprietà acquisita come la casa o la macchina, che le donne, al pari degli uomini, possono scegliere se e quando interrompere una relazione quando questa non è più soddisfacente. Queste informazioni di base non sono arrivate purtroppo a destinazione. Perché sono state date male, o non sono state date affatto. Perché esistono pezzi interi della nostra società che impediscono a queste informazioni di circolare liberamente. Perché l'ignoranza genera ignoranza. E perché leggere sui giornali l'accostamento delle parole bravata-strage del sabato sera o gelosia-omicidio, non aiuta. Perché si annacqua, si stempera, si sminuisce e alla fine si giustifica.
    Io non giustifico.

    giovedì 12 aprile 2012

    Intubiamola

    Ciò che spesso fanno gli ipocondriaci con la loro innocente ossessione per le malattie è garantirsi una vita sana. Così è stato per me, per lunga parte della mia vita. Sono stata spesso oggetto di scherno per la mia enciclopedia medica sistemata con nonchalance tra il vocabolario d'italiano e quello d'inglese. Però poi li vedevo i miei amici sbruffoni, a sfogliarla con attenzione, convinti di non essere visti, cercando la pagina dell'ictus o quella del verme solitario. Ero talmente attenta, all'epoca, da evitare addirittura di diventare SERIAMENTE ipocondriaca, perché di fatto anche quella era una malattia. Questo comunque mi ha consentito di accumulare negli anni un notevole bagaglio culturale in campo sanitario. Ho imparato a suddividere gli antibiotici in famiglie, ad apprezzare le qualità del Buscopan, a descrivere con estrema precisione i sintomi. Ma la mia specialità sono sempre stati gli analgesici che fanno quella cosa magica, mistica direi, di allontanarci dalla nostra misera vita terrena, fatta di disagio e di dolore, per farci approdare in un universo più lieve, sereno e quindi sano. Ecco, io per anni sono stata una felice, ma soprattutto sana, ipocondriaca.
    Tutto questo è ahimè finito molto presto. Nel 2006 per l'esattezza, quando è nato il mio primogenito. Mi ero appena specializzata nella medicina dedicata alla gravidanza - cosa per me fino ad allora sconosciuta, visto che sui foglietti illustrativi il capitolo "Gravidanza e allattamento" veniva regolarmente saltato - che ho subito dovuto abbandonare tutti i miei studi per una ragione che non avrei mai pensato di mettere in conto un giorno: la mancanza di tempo. In questi ultimi sei anni ho perso progressivamente tutte le mie conoscenze mediche. Oggi riesco a malapena a distinguere una Tachipirina da un'Aspirina, un Oki da un Aulin. E infatti mi ammalo. A manetta, ogni anno di più. Da che ero convinta di avere i sintomi di tutte le malattie, ma di fatto ero sana come Willy il delfino, ora sono convinta che tutto sommato sto bene, ma mi ammalo di continuo.
    Su una cosa sono rimasta piuttosto brava: l'autodiagnosi. Grazie a Internet e al mio talento personale, riesco a individuare con precisione qual è il problema. Ma i medici non temano, non faccio sfoggio di questa mia capacità, è solo così, per mia soddisfazione personale. So che sto per andare da loro con qualcosa che li renderà molto molto felici. Sì perché avete mai notato come reagiscono i medici alle vostre malattie? Se non sono abbastanza virulente restano delusi, vi trattano con sufficienza. Ma se arrivate lì con qualcosa di grosso, eccolo là il guizzo negli occhi, un eccitamento sessuale (non verso di voi, è ovvio), come quando trovate dieci euro nella tasca di una giacca che non usate da due stagioni.
    "A-aaah...questo è proprio un bell'herpes!"
    "M-mmmh...questa è proprio una bella tonsillite, sa?"
    "U-uuuh...una bella colonia di pseudomonas..."
    Tutto diventa BELLO, ed è merito tuo. TU li stai rendendo così felici. La tua malattia dà loro una ragione per esistere.

    La mia tonsillite era iniziata poco prima della pausa pasquale. Infiammazione | Aulin | fine del problema. Il problema invece è stato che non essendo più ipocondriaca, ho abbassato la guardia, ho sottovalutato le complicazioni e soprattutto ho pensato di meritarmi delle vacanze. E la mia arroganza è stata punita. Appena arrivata in una nota località termale della Slovenia, pronta per trasformarmi in una spugna umana, le mie tonsille hanno seguito lo stesso procedimento dei chicchi di mais che diventano popcorn. L'analogia mi sembra perfetta sia per proporzioni, sia per colore. Ai bei tempi della mia ipocondria non avrei mai intrapreso un viaggio superiore ai 20 chilometri senza una valigetta del pronto soccorso al seguito. Oggi, mi tocca sopportare pure questo: nel beauty-case ci sono magari due antirughe diversi, ma nemmeno un antibiotico. Della serie, belle ma morte. Vi risparmio le peripezie, ma vi dico solo che in tre giorni ho visto 5 medici: 2 dottoresse dell'ex impero comunista (una molto, molto simile al Maresciallo Tito), 1 medico di guardia italiano e 2 medici specialisti in una clinica privata. Manifestazioni di gioia alla vista della mia gola: 5. Totali antibiotici prescritti: 3. Assunti: 3. Utili: 0. Analisi proposte per mononucleosi: 1 (era dalle medie che non sentivo parlare di mononucleosi). Proposte di ricovero: 1 (per ascesso tonsillare, ma smentito dai due medici successivi).
    Per farla breve, e dare un senso a questo post, vi dico che l'altro ieri mattina, durante la mia ultima visita (quella con gli specialisti) ho assistito a una scena molto rappresentativa. Io seduta, esausta, che snocciolavo i nomi dei principi attivi che avevo assunto nei giorni precedenti e l'evolversi della malattia, e i due medici che annuivano estremamente interessati. Poi iniziano a discutere tra loro. Quante fiale contiene quel medicinale? Cinque. No, sei. Sette. E mentre cercavano di mettersi d'accordo su quante iniezioni avrei dovuto fare e a partire da quando e se sospendere oppure no gli altri antibiotici, il tutto con estrema calma, e anche con un certo disorientamento, direi, l'infermiera prende la situazione in mano, va a prendere una fiala, una siringa, un disinfettante e mi trascina con sé per fare la prima iniezione.
    "Ecco, così per una ci siamo tolti il pensiero, va bene?" Dice ai medici che non si erano nemmeno accorti che io ero uscita e rientrata con in corpo una dose da cavallo di non so nemmeno cosa.
    "Ah, sì, bene..." Dicono in coro.
    "La ricetta?"
    "..."
    "..."
    "Ah, ecco, la ricetta, sì"
    "..."
    Ecco, magari la mia percezione era distorta dai medicinali, ma ho notato una comune assenza di senso pratico degli uomini, compensata da una operatività bellica della donna. Mi domando come sarebbero andate le cose se anche l'infermiere fosse stato maschio. Avrebbe preso la situazione così in mano? Avrebbe preso l'iniziativa di farmi quell'iniezione lasciando gli altri due discutere per conto loro? E le dottoresse femmine invece, avrebbero tergiversato così a lungo? A nessuna sarebbe venuto in mente di farmi la prima iniezione lì, sul posto? Mi viene difficile crederlo. Alla fine, uscendo da lì, mi sono sentita estremamente riconoscente a quell'infermiera che con grande senso pratico aveva accelerato i tempi della mia guarigione. Ora vado a vedere se ho la mononucleosi. Vi terrò aggiornati.



    P.S.: sì, anche il blog sta avendo delle mutazioni. Non so se e quando si stabilizzerà.


    domenica 7 agosto 2011

    L'amico di mutanda

    Siete tutti al mare a mostrar le chiappe chiare? Bravi. È sempre rassicurante per me vedere che ogni anno, all'arrivo di ogni estate, si ripetono ciclici sempre gli stessi discorsi e si mettono in moto sempre le stesse dinamiche. Sì, mi rasserena. Mi rasserena e mi dà la forza di combattere l'ansia per le notizie inedite, tipo la crisi globale dei mercati, il declassamento degli Stati Uniti, l'Irap sulla prima casa, e via dicendo. Proprio ieri, mentre stavo immaginando quale potesse essere il significato delle parole: "La Cina esige il pagamento di tutti i debiti degli Stati Uniti" e la mia fervida immaginazione mi stava mostrando scenari apocalittici in cui la mia famiglia ridotta in schiavitù dava da mangiare ai pesci dell'acquario del ristorante cinese sotto casa, ecco arrivare in mio soccorso il tradizionale, il banale, il triviale, il becero, ma il tanto rassicurante tam tam estivo. Sì perché d'estate tutto sembra uscire da un servizio di Studio Aperto e diciamocelo, a noi piace così. Dai, lasciamoci andare al gossip, al disimpegno, al rutto libero! È estate cavolo!
    Ovviamente c'è sempre chi esagera. La colonna destra di Repubblica online imperversa con foto choc di personaggi pubblici con la cellulite, i cartelloni pubblicitari di Bari gridano "E tu dove glielo metteresti?", in tutta Italia fa scalpore (scalpore?) la campagna Intimissimi uomo, in cui una donna indossa le mutande di un uomo. Ecco, volevo soffermarmi sull'ultimo caso, ma non per dire le cose che pensate voi, tipo che la donna viene usata adesso anche per pubblicizzare l'intimo per l'uomo, che lo sfruttamento del corpo, che la mercificazione, che la morale, che dove andremo a finire, che non c'è più religione, che si stava meglio quando si stava peggio. No, volevo parlare invece della VERA discriminazione. Ma andiamo con ordine.
    Allora, c'è questa modella no, che apprendo essere la fidanzata di Ronaldo, Irina Shayk, che indossa una canotta e un paio di mutande da uomo. Alle sue spalle, un letto sfatto (come la sua acconciatura peraltro). E la scritta Intimissimi Uomo. Ora, il riferimento a quell'usanza per cui, dopo una notte di sesso, di solito non trovi più le mutande e ti copri con quello che trovi, pare chiaro. Solo che una volta ti coprivi con la camicia dell'uomo, oggi non va più di moda. Forse perché non esistono più gli uomini con la camicia. O forse perché, finalmente, adesso, gli uomini sfoggiano una biancheria intima invidiabile, che ogni donna vorrebbe avere. Sono molto tentata di darvi la mia versione privata di come si sarebbe rappresentata in casa mia quella scena, ma non posso. Posso però dirvi che intanto non sempre  ti rincoglionisci al punto tale da non sapere più dove sono le tue mutande, non sempre l'uomo ha delle mutande indossabili (e non solo per ragioni estetiche), non sempre tu hai la stessa taglia dell'uomo (per cui potrebbe essere che le sue mutande ti stiano, come dire, un po' comode, oppure, nella peggiore delle ipotesi, non ti stiano proprio) e non sempre quelle che si perdono sono le tue, di mutande. Ma chissà perché, a nessun uomo verrebbe in mente di indossare le tue. Anche se La Perla.
    Ma non divaghiamo. È comunque chiaro che i destinatari di questa campagna sono le donne che vogliono essere fighe come Irina e gli uomini che vorrebbero avere Irina nel letto. Da recenti discussioni sul web, emerge che in sostanza, il corpo della donna viene usato per attrarre le donne (per emulazione), mentre il corpo dell'uomo, sempre per emulazione, viene usato per attirare i gay. Scopro che tutte le recenti campagne di intimo maschile che utilizzavano testimonial muscolosi e aitanti, erano in realtà rivolte al mondo omosessuale. E allora mi chiedo: ma gli uomini etero, chi emulano? Chi vorrebbero imitare? Chi vorrebbero essere? Ma è semplice! Nessuno! L'uomo Intimissimi, che non si vede ma c'è, forse in bagno a rinfrescarsi l'ascella pezzata, non vuole emulare nessuno, l'importante è avere Irina nel letto. E purtroppo la povera Irina non ha la possibilità di voler essere nessun'altra, se non la fidanzata di Ronaldo, che, come testimonia Studio Aperto, ha una panza che non finisce più. L'uomo etero, pare, non ha bisogno di essere diverso da quello che è. E infatti perché dovrebbe? Sono così svilenti le dinamiche della competizione estetica. Così basse. Lasciamole alle donne, che non hanno altro su cui puntare. Ecco, questa sottile differenza mi mette a disagio. Perché l'uomo Intimissimi può permettersi di restare chiuso nel suo bagno mentre si sta facendo uno shooting per un prodotto rivolto a lui? Se l'avesse fatto la modella, l'avrebbe passata così liscia?
    Per ulteriori approfondimenti, leggete il blog PensieridiStefania.