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martedì 12 febbraio 2013

Lasciamo perdere

Mi vedo costretta a interrompere il mio flusso di pensiero elettorale per dire una cosa che mi sta particolarmente a cuore. Si tratta di un concetto molto importante. Un concetto filosofico quasi. Il concetto che dice: "Lasciare si può".

Giusto. Lasciare si può, e a volte si deve.

Per il rispetto verso noi stessi, per la nostra sopravvivenza, per quella dei nostri cari. Per anni ci siamo uccisi di lavoro, senza vedere le nostre famiglie, ammalandoci per inseguire il mito dell'accumulo di beni materiali, poi ci siamo uccisi perché con la crisi non riuscivamo più a pagare le tasse. Ci siamo uccisi perché non ci sentivamo all'altezza, perché non eravamo abbastanza belli, abbastanza eleganti, abbastanza nel gruppo, abbastanza famosi, abbastanza qualsiasi cosa che non c'entrasse niente con la nostra vera essenza: quella di esseri umani.
E adesso abbiamo una grande opportunità: possiamo lasciare. Lasciamo che la crisi ci sommerga, smettiamo di dimenarci come nelle sabbie mobili cercando di aggrapparci a quel ramo che ancora sta crescendo. Perché tanto è solo questione di tempo: anche quel ramo farà una brutta fine.
Lasciamo perdere. Non possiamo permetterci il weekend all'estero? Nemmeno su Groupon, con il volo low cost e nel bed & breakfast? Non importa: inquineremo di meno. Se non potremo più avere una macchina o uno scooterone, porteremo i nostri figli a scuola a piedi. Cammineremo e ci farà bene, così non dovremo iscriverci in palestra. Coltiveremo l'orto, risparmieremo sulla spesa, risuoleremo le scarpe, rammenderemo le giacche. Tanto, prima di consumare completamente tutto quello che già abbiamo negli armadi, passeranno generazioni.

Lasciamo, lasciamo tutto. Se non ce la facciamo più, lasciamo.

Torniamo a essere quello che eravamo: uomini e donne che hanno bisogno di poche cose per vivere serenamente. Mangiare, bere, coprirsi, amare. Ok, anche facebook e twitter.
Questo ce lo insegna il Papa. E io sono d'accordo. Grazie per averci ricordato che non è necessario perdere la vita sul lavoro o su cose che non ci riguardano come persone. Perché il troppo stroppia, perché finiamo per fare del male alle persone che ci stanno vicine a cui non dedichiamo abbastanza di noi stessi. E poi comunque quel lavoro lo faremmo male, troppo stanchi, troppo distratti, troppo arrabbiati.

È vero: il Papa ha fatto una cosa rivoluzionaria. Ha lasciato.

È una cosa bellissima, un atto d'amore e di consapevolezza verso tutti gli esseri umani, che sono stati creati con dei limiti precisi, perché si abbandonassero a Dio con fiducia. Ora, con il gesto del Papa siamo tutti più liberi di lasciare. E qui, su questo blog, penso ovviamente a tutte le donne cattoliche e credenti, che si sono sposate in Chiesa convinte che il loro matrimonio sarebbe stato per sempre, e poi hanno iniziato a subire violenza dai loro mariti, hanno sopportato anni di botte, di insulti, di minacce. Molte sono morte. Perché lasciare non si poteva. No. I preti consigliavano loro di pregare Dio e di essere forti, perché "lasciare non si può".
Beh, adesso si può. Ce lo dice il Papa. Ce lo dicono tutti i commentatori e i vaticanisti: è una rivoluzione che farà impallidire Marco Pannella e la Bonino insieme. Dice che quando non ce la fai più a portare avanti il tuo lavoro, la missione che ti ha dato Dio, quando il peso del tuo incarico è troppo e rischi di fare del male ai tuoi figli, beh, allora devi lasciare. Lasci per il bene dei tuoi figli, perché non eri più in grado di seguirli come avresti dovuto.

Donne, adesso potete lasciare, e avrete la benedizione della Chiesa. Potete abbandonare i vostri mariti violenti e la Chiesa sarà dalla vostra parte. Divorziate! E a messa troverete solo sguardi di solidarietà e approvazione. Potrete continuare a fare la comunione e sedervi in prima fila, davanti al parroco.
Sì, sono sicura, fidatevi.
Mica è possibile che il Papa lasci pensando che può farlo solo lui, no? Voleva che lo facessimo tutti, no? Era un gesto che voleva mostrarci la nuova via, vero? Era il buon esempio da seguire, no?

No?

No?!?

No.

lunedì 27 febbraio 2012

The iron lady

Non ve ne fregherà niente, ma io ADORO Maryl Streep. E quindi festeggio insieme a lei il suo ultimo oscar come migliore attrice per il film The iron lady. Ha impersonato Margaret Thatcher, la prima donna a ricoprire il ruolo di Primo Ministro in un paese europeo, e non perché fosse progressista. Ha governato bene la Thatcher? Ha governato male? Non importa. O meglio, importa a seconda della nostra inclinazione politica, e su di lei esprimeremmo gli stessi giudizi che esprimeremmo nei confronti di Ronald Reagan, il suo gemello maschio d'oltre oceano. Questo è quello che conta: giudicare il suo lavoro solo in base ai risultati o alle nostre considerazioni politiche e non in base al suo genere.
Vi lascio con un'intervista a Maryl Streep, che ricorda di quando lei era all'Università e fu eletta la Thatcher. Non c'erano studentesse di legge all'epoca, ricorda. E gli unici mestieri che potevano fare le donne erano l'insegnante e l'infermiera. E la prostituta, ovviamente. Poi, se ne aggiunse un altro: il Primo Ministro.
Buon inizio settimana!



venerdì 29 aprile 2011

Il matrimonio del secolo (scorso)

Anche se con qualche giorno di ritardo rispetto alla Pasqua, risorgo anch'io a nuova vita e torno a scrivere. In quest'ultima settimana ho ricevuto molte segnalazioni da parte vostra, segno che siete sempre molto caldi sull'argomento. Bravi. Ora ci lavoro su e poi ne parliamo.
Intanto non posso far passare questo venerdì 29 aprile sotto silenzio, perché secondo stime attendibili, oggi circa due miliardi di persone, vuoi dal vivo, vuoi attraverso i media, assisteranno al matrimonio del secolo. Che ovviamente non è il mio, ma quello di Kate e William d'Inghilterra. Non chiediamoci perché due miliardi di persone ritengano così imperdibile questo evento. Finiremmo per deprimerci. Chiediamoci piuttosto come, nel 2011, tiri ancora così tanto la favola principesca. Ho profuso fiumi di parole, ragionamenti, invettive sull'argomento Cenerentola-Barbie-Biancaneve. E poi? Poi due miliardi di persone staranno incollate alla TV o su Internet a commuoversi per questa favola. C'è gente che è informatissima sulla lista di nozze, sugli invitati, sul menu del pranzo, sul vestito di Kate, su chi ha confezionato la camicia di William (questo lo so anche io: è un sarto di Ginosa di Puglia, località dove trascorro spesso le ferie estive con la famiglia e dove per protesta non andrò più). È tutto magnifico, è tutto un sogno, è tutto eccezionale. È tutto come quando si sono sposati Carlo e Diana. Ma poi nessuno si ricorda di com'è andata a finire (e ben prima che Lady D morisse). È come il parto, che passato un po' di tempo non ti ricordi più quanto hai bestemmiato in quei momenti. È la stessa storia che si ripete da secoli: la favola del principe e di quella fortunata che diventerà sua consorte. Perché, diciamocelo, la fortunata è Kate, mica William. La fortunata era Diana, mica Carlo. La fortunata era Cenerentola. Avete mai sentito qualcuno dire: "Certo che William ha avuto veramente un gran culo a trovare una come Kate che accettasse di sobbarcarsi tutta la sua famiglia ingombrante con regole, regolette, invidie e pettegolezzi. Che accettasse di firmare un accordo per cui, in caso di divorzio, rinuncerebbe a figli e denaro". Eh già, proprio fortunata questa Kate, che fra l'altro, di suo è già ricca e bella.
E allora, per cortesia, celebriamo oggi il grande amore di Kate per William. Lasciamo perdere la storia del regno e dei fasti di corte. Riflettiamo su quanto questa donna è disposta a rischiare di perdere pur di stare con la persona che ama. E questa cosa, più che farmi sognare, mi fa un po' preoccupare. Ecco sì, sono un po' in apprensione. Speriamo che vada bene. Speriamo, sì, che lei sia veramente fortunata e che William la ami nello stesso modo, e che anche lui sia disposto a rinunciare a tanto per lei.
E infine gioiamo anche per la volontà della regina Elisabetta, che ha dichiarato di voler modificare la legge che impedisce alle figlie femmine di salire al trono, anche se primogenite, quando è presente un fratello. Pare che sia veramente complesso modificare questa regola, perché ci vuole l'approvazione di tutti i membri del Commonwealth. Ma sembra che regina e Parlamento siano del tutto intenzionati a farlo, costi quel che costi. God save the Queen (e anche Kate).

mercoledì 5 gennaio 2011

Tardone e tardoni

Arrivo un po' tardi sul gossip di fine anno che tanto ha appassionato l'opinione pubblica italiana, e cioè la nascita di Penelope Nannini. A dire la verità non ero molto stimolata a parlare di questo fatto, perché non mi ero fatta un'opinione precisa. In genere sono molto affezionata al concetto di libero arbitrio, per cui è giusto che ognuno faccia le scelte che meglio crede. Probabilmente Gianna Nannini avrà considerato i vari pro e contro di mettere al mondo una creatura alla sua veneranda età. Probabilmente avrà pensato che se Mick Jagger saltella ancora sugli spalti a settant'anni, fare un figlio a 54 non è poi così fuori dal mondo. Chissà. Comunque oggi mi salta all'occhio un articolo che ci dice che Carla Bruni, per favorire la prossima elezione del marito, voglia dargli un figlio. Si tratta del solito meccanismo (che pare funzioni), secondo cui la gente vota più volentieri i candidati sposati con figli. Su questo non commento. Commento invece tutto il gran parlare che si fa di donne celebri, che secondo la stampa dovrebbero (o non dovrebbero) intraprendere una gravidanza. Ne ha parlato prima di me Cinzia Sasso, giornalista di Repubblica, nel suo blog, a proposito di un articolo su Elisabetta Canalis, in cui si evidenziava con un certo sgomento che la ragazza aspettasse ormai da ben 17 mesi di essere sposata, e che 32 anni sono un'età pericolosa, perché George Clooney potrebbe tranquillamente ripiegare su candidate molto più giovani (e meno vicine alla menopausa). Allora, io non vivo in campagna e non ho dimestichezza con le fattorie, ma credo che questo discorso ben si adatti al mondo dell'allevamento, quando la sopravvivenza dell'attività del fattore dipende da tutta una serie di variabili come: la fertilità degli animali, l'età delle mucche, la nascita di nuovi vitelli, l'accoppiamento. Allora, George, quando facciamo questo nuovo vitello? Siamo sicuri che quella mucca vada bene? Non è che magari vogliamo provare con una più giovane, e quella la mandiamo al macello? Non vorrai mica far fallire tutta l'industria del gossip? Insomma, siamo stufi di scattare foto alla tua fidanzata quando porta un maglione largo ipotizzando che sotto ci sia un po' di pancetta da gravidanza. Che poi magari era solo perché la sera prima ha esagerato coi pandori.
E poi mi arriva l'articolo su Carla Bruni, che è una vita che ci trifolano con la storia che forse è incinta, che a quell'intervistatrice ha detto di pregare ogni giorno per l'arrivo di un bambino, che ha 43 anni ma che significa. Che poi sembra che tutta la realizzazione di Carla Bruni e di Sarkozy dipenda dall'arrivo o meno di un figlio, quando di figli loro, in totale ne hanno già quattro. Tre lui e uno lei. Ma quello che mi inorridisce è la solita univocità delle considerazioni. Non si è capito perché l'arrivo di queste benedette creature debba dipendere soltanto dalla donna. 43 anni sono un'età in cui obiettivamente una donna fa più fatica a rimanere incinta, ma neppure i 55 anni del compagno aiutano. Com'è che non leggo da nessuna parte un commento che dica: "Beh, forse la Bruni dovrebbe scegliersi un marito più giovane, più fresco e più fertile. Forse dovrebbe farsi un giro nelle banlieues". E, seppure con la morte nel cuore, credo che nemmeno George Clooney sia più così "in forze" come un tempo. E mi sa che pure la Canalis non avrebbe problemi a sostituirlo con uno molto più giovane. Ma questo non fa gossip, perché anche il mondo dell'editoria del pettegolezzo ha le sue regole sessiste. Demi Moore con il suo giovane compagno non fanno molta notizia. Questa cosa della donna più vecchia che sta con il giovanotto è un po' una stramberia.
Del resto - e qui ritorno su Gianna Nannini - l'Italia intera si è espressa in considerazioni di ogni tipo sulla tardiva gravidanza della cantante. "Quando la figlia avrà vent'anni, lei ne avrà 74".
"Non è giusto condannare un figlio a vivere da orfano così giovane".
"Ce la farà a tenerla in braccio?"
"Come farà a starle dietro?"
Giuste o no, queste considerazioni io non le ho mai lette o sentite nel caso di Charlie Chaplin, investito anzi da un'aura mitica proprio per aver messo al mondo figli fino a novant'anni. O per Mike Bongiorno, che quando è nato il suo terzogenito, di anni ne aveva 65. O per Michael Douglas, padre a 59.
Poveri padri: di loro, se muoiono presto, a nessuno gliene frega niente.

giovedì 30 dicembre 2010

Ciao 2010, ciao Geraldine

Ecco, quest'anno si conclude degnamente con la morte di uno dei simboli del movimento femminista americano. Si è appena spenta Geraldine Hoff Doyle, la protagonista del manifesto "We can do it!"
Oddio, a dire il vero la signora Doyle non era molto consapevole di essere un'icona del femminismo. Si era semplicemente data da fare durante la Seconda Guerra Mondiale, lavorando in fabbrica e contribuendo allo sforzo bellico degli Stati Uniti. Era un'operaia insomma. Una donna operaia che poi lasciò il suo lavoro perché una collega era rimasta ferita in un incidente in fabbrica, e lei non voleva fare la stessa fine. Non voleva rischiare di dover rinunciare alla sua vera passione: il violoncello. Ma non è che smise di lavorare. No. Anche finito lo sforzo bellico, Geraldine continuò ad avere delle occupazioni retribuite. Gestì anche un chiosco di bibite, dove incontrò il signor Doyle, che sposò e con cui fece cinque figli. Il matrimonio è durato 66 anni, fino alla morte di lui, pochi mesi fa. Solo nel 1982, Geraldine scoprì che la sua immagine era stata utilizzata nel famoso manifesto simbolo del movimento femminista. "Ma guarda un po' - avrà pensato - che avrò fatto di tanto eccezionale per essere celebrata così?" E in effetti, che ha fatto di tanto speciale? Geraldine ha condotto la sua vita come milioni di donne nel mondo. Ha lavorato, si è innamorata, ha fatto dei figli, ha coltivato il suo hobby della musica. Non so se, una volta sposata, questa signora sia rimasta a casa a fare la casalinga. Di questo le cronache non parlano, perché non fa notizia. Immagino comunque di sì, con cinque figli da crescere e un welfare non ancora molto sviluppato (non lo è nemmeno adesso, figuriamoci all'epoca). Ma non importa. Culliamoci invece nell'idea che Geraldine sia stata, già negli anni Cinquanta, una donna normale.
Detto questo, festeggiamo la fine di quest'anno funesto (e non era nemmeno bisestile!), augurandoci un 2011 più sereno, più equo, meno violento, meno precario, più sensibile, più etico, ma soprattutto, più fortunato. Vado a comprare da bere. Ciao 2010.

lunedì 13 dicembre 2010

Il testimonial che uccide

Faccio subito seguito al post precedente (Le pari opportunità di Belen) e vi segnalo lo spot dell'ultimo libro di Marra. Anche qui, non hanno potuto fare a meno di usare un testimonial. E chi, se non Manuela Arcuri, era più adatta a pubblicizzare un manoscritto? Non farete mica gli snob? I soliti intellettualoidi con la puzza sotto il naso. Dovreste apprezzare, invece, la perfetta recitazione dell'attrice, che pare realmente terrorizzata nel raccontare la trama di questo thriller. Ah, non è un thriller? Eppure si parla di "strategggismo sentimentale" (non è un refuso il mio: la Arcuri cede volontariamente all'inflessione del dialetto romanesco, perché come sono strateggici i romani, non lo è nessuno). Insomma, compratelo, che è "bellissimo".


Le pari opportunità di Belen

Non so se tra voi c'è qualche cliente Tim. Probabilmente sì, anche perché la scelta dell'operatore telefonico non è poi così varia. Ecco, a voi clienti Tim (ma anche Vodafone, Wind, 3, Fastweb) voglio chiedere: qual è stata la ragione che vi ha spinto ad aderire a quel marchio? Io sono un'esperta nel cambio di gestore. Nel giro di un anno ne riesco a cambiare fino a tre. Stessa cosa per la telefonia fissa. Faccio una specie di corsa al ribasso per punire tutti gli operatori che mi bombardano di telefonate in ufficio. Devono pagare la loro insistenza, e così li faccio impazzire come nella battaglia contro la burocrazia di Asterix e Obelix. Rispondo a tutti, vedo chi offre la tariffa più bassa e firmo contratti a manetta. Nel frattempo il gestore in corso, per non perdermi, fa ulteriori sconti e io accetto. Interrompo le trattative con quello nuovo, che però rilancia. E così praticamente telefono gratis e mi regalano un sacco di smartphone. Faccio la stessa cosa con i finanziamenti in banca. L'ultima volta sono riuscita a far abbassare del 25% la rata della mia banca, dopo una serie di trattative concitate con la concorrenza. Giuro: da 400 euro al mese siamo arrivati a 300. Il che ti fa pensare quanto paghiamo più del necessario su TUTTO. Ma non divaghiamo. Io scelgo l'operatore telefonico solo in base alla tariffa. Poi c'è anche il discorso della ricezione. Diciamo che Vodafone e Tim prendono praticamente ovunque, e questo è un plus rispetto agli altri. Poi c'è il discorso dell'assistenza. Ma dopo anni, posso dire che l'inefficienza è il denominatore comune di tutti, quindi non va presa in considerazione.
Qualcuno ha scelto Vodafone perché gli piace Totti o Ilary Blasi? O, quando c'era Omnitel, avete scelto quella compagnia perché il testimonial dello spot era Megan Gale? Vi piace così tanto Panariello o la Incontrada da scegliere Wind? A me no. I motivi per cui adesso sono con Tim non dipendono da Belen. E nemmeno da De Sica. Eppure adesso si fa un gran parlare dell'inefficacia degli ultimi spot Tim. Crociata contro Belen, che "non vende". Sgomento nel reparto marketing di Tim.
"Oddio! Forse dovevamo mostrare più culo".
"O forse più tette".
"Secondo me è per via che è extracomunitaria".
"Le facciamo fare un corso di dizione?"
"Vestiamola da casalinga. Alle famiglie piacerà".
"Sì, ma che si intravedano le autoreggenti però".
Povera Belen. Sì, va bene, è la carriera che ha scelto consapevolmente di fare. Sapeva che non sarebbe andata là a recitare Shakespeare. Sapeva che in pubblicità sarebbe diventata puro oggetto, al pari del prodotto di cui fa la testimone. Ma forse Belen un po' di parità di trattamento se la sarebbe aspettata. Avrà pensato: "Perché dev'essere tutta colpa mia?" "Perché quel pirla di De Sica se ne esce pulito?" Già, perché se le famiglie che disdicono i contratti Tim si sono sentite così offese dall'uso improprio e indecente che la pubblicità fa delle donne, non hanno avuto nulla da eccepire sulle battute di De Sica? Che, riferendosi alla macchina recita: "Mi raccomando, trattala come una bella donna". O forse hanno eccepito. Ma l'agenzia e l'azienda hanno preferito discriminare: la colpa non può essere che di Belen. Che non va bene. Che è stupida. Che non vende. Detto questo, si può aprire la strada a diverse riflessioni. La prima, che però non verrà fatta, è che questo sistema di pubblicizzare un prodotto solo con la presenza di un testimonial famoso nel mondo dello spettacolo, non funziona più. E non funzionano più nemmeno culi e tette. A meno di non ripeterci la stessa scenetta un milione di volte (e con milioni di euro spesi). Alla fine, volenti o nolenti, ce la ricorderemo. La seconda, che nemmeno verrà fatta, è quella di concentrarsi sui reali vantaggi che offre il prodotto rispetto agli altri. Ma per questo sarebbe necessario abolire cartelli e accordi sotterranei per tenere alte le tariffe. La terza, che si sta prendendo in considerazione, è di sostituire i testimonial. E qui cascherà l'asino. Cascherà Belen, e cascherà il livello della comunicazione. Chi verrà adesso? L'ultima miss Italia? L'ultima ex velina? La Canalis? E cosa le faremo fare a questa nuova Tim girl? La mettiamo sul cofano della macchina? La facciamo inseguire da un branco di uomini col telefonino? Sì, dai, così lei poi deve mandare un sms a tutta la community per essere salvata. E l'uomo che ruolo avrà nel prossimo spot? Beh, sarà simpatico, piacione, un po' maldestro, ma tanto amante delle donne. Che tenerezza. Ecco, staranno pensando adesso, quando c'era solo De Sica sì che si vendeva. Quando lui faceva il marito farfallone per scappare da quella moglie grassa e brutta che stava sempre a casa, sì che era divertente. Ecco che cosa piace alle famiglie! Torniamo un po' ai sani principi di una volta. Le donne lasciamole a casa a cucinare e a lamentarsi dei mariti farfalloni. Il divertimento sta tutto lì. Nelle cose genuine di una volta. E io, nell'attesa del prossimo spot Tim, continuo a contrattare con gli altri operatori.

venerdì 3 dicembre 2010

Dichiarazione d'amore

Mi è arrivata una velina. Non in senso umano, ma giornalistico. Viviana mi segnala una dichiarazione di Sting. Potete leggerla qui. È una dichiarazione d'amore per le donne. Almeno a suo dire. E che ci dice Sting? Ci dice che vorrebbe essere lo schiavo del sesso in un mondo femminile. Su, non arrossite. Lo so che molte di voi bramerebbero avere Sting nel letto, se non altro per testare tutta quella storia delle sette ore consecutive di tantra sessuale, che ormai ha surclassato la sua fama di cantante. A parte che voglio vedervi poi, dopo già la prima ora a dire: "Beh? Ti muovi o no? Che ho le lasagne in forno". Comunque potrebbe essere emozionante anche solo per sentirsi cantare "You don't have to put on the red light", come delle moderne Roxanne, salvate dalla loro vita di prostituzione, alla quale sempre più donne oggi sembrano predestinate. Sting, dicevo, sembra immolarsi alla causa delle pari opportunità. Sembra. Perché in realtà sceglie proprio il campo più deteriore della faccenda. Siccome oggi sono le donne a essere schiave sessuali di un mondo al maschile, facciamo una bella cosa: facciamo a cambio? Grazie Sting, per avere una così nobile proposta per migliorare la nostra società. Ma ne abbiamo veramente bisogno? Cioè, di Sting magari anche sì, ma della reciprocità dello schiavismo sessuale, forse no.
Okay, quanto sono pesante oggi. Il fatto è che questa pseudo serenata di Sting mi sembra il perfetto mix di tutti i luoghi comuni sulle donne, contro i quali combatto quotidianamente. È gentile, Sting, a dire che le donne sono superiori in molti campi. Anche se poi bonariamente ci dice che non gli piace come guidiamo. "Il mondo sarebbe migliore se venisse gestito come una famiglia", ci dice. Certo, perché una donna è quello che fa. Fa famiglia. Da sola. Ecco allora che mi torna l'incubo delle inserzioni su Facebook di cui ho parlato nei miei ultimi due post. "Le donne italiane lavorano, curano la casa e i figli". "Le donne italiane sono come Superman". Nient'altro? No, nient'altro. Forse, caro Sting, il mondo sarebbe migliore se anche gli uomini gestissero le famiglie come (e assieme) alle donne. Forse, se anche gli uomini scendessero dai loro troni, non ci sarebbe bisogno di alternarci nello schiavismo sessuale. O forse, semplicemente, potresti tornare a cantare.

martedì 16 novembre 2010

Le icone contro gli stereotipi

Oggi mi sono presa una giornata libera dal blog. Non ho scritto, non ho fatto ricerche, non ho letto nemmeno un giornale. La cosa deve avervi gettato nello sconforto, perché mi avete sommersa di materiale e di segnalazioni varie. Tipo sportello del cittadino. Non vi preoccupate, il mio non era stress, ma primogenito con 39 di febbre. E come ben sapete, quando un figlio si ammala, la carriera di una donna si ferma. Soprattutto per quelle che lavorano in proprio. Comunque, dopo aver raccolto vomito per tutta la giornata, ora sono qui, alle 22.30, sul divano, davanti al canale 137 di Sky che mi propone il programma Mamma e non solo - "Un reality che indaga la vita delle mamme di oggi, tra lavoro, figli, mariti, sensi di colpa e problematiche di coppia". Roba tosta. Ecco, adesso ho la reale percezione dello stato pietoso in cui verso. Sono però molto soddisfatta della spesa che ho fatto questo pomeriggio col mio secondogenito, e della cena che ho preparato: moscardini in umido con polenta. Mi trovate poco coerente? No, vi prego. Prometto che domani farò la brava: lavorerò, mangerò un tramezzino davanti al computer e ordinerò cinese per il resto della famiglia.
Fra le varie segnalazioni che mi avete mandato, ce n'erano un paio tratte da articoli del settimanale Newsweek. Pare che il giornale tragga spesso ispirazione dai fatti di casa nostra. E come biasimarli. Da un lato c'è tutto un chiedersi come mai continuiamo a tenerci Berlusconi. Un settantaquattrenne che corre ancora dietro alle gonne di ragazzine in cerca di fama e denaro facili. Il senso di quell'articolo è che l'immagine della donna italiana ne esce svilita, perché il capo-ancora-per-poco del nostro Governo usa e abusa del corpo delle donne, riducendole a oggetti a sua disposizione. E fin qui c'eravamo arrivati. L'articolo che invece mi fa riflettere, vuole essere una sorta di premio di consolazione. Leggetelo qui.
In pratica ci dicono: "Su, dai, non vi demoralizzate: ci sono un sacco di donne italiane che non fanno parte della cerchia delle ragazze di Berlusconi e che tengono alto il nome del vostro paese". Bene, penso io, vediamo chi sono. Anna Maria Mozzoni, femminista vissuta a fine Ottocento. Anna Magnani, per aver detto quella celebre frase al suo truccatore: "Le rughe non me le coprire. Ci ho messo una vita a farmele venire". Isabella Rossellini. Sofia Loren. Inizio a preoccuparmi. Le donne che portano avanti il nome dell'Italia, o sono morte o comunque fanno parte del mondo dello spettacolo. Poi mi rianimo un po', perché si nomina Rita Levi Montalcini, che ha 100 anni, ma comunque vale. Oriana Fallaci (anche lei morta, però). Rosaria Capacchione (giornalista molto attiva nella lotta contro la criminalità organizzata, stranamente viva e quindi esempio finalmente degno di questo articolo). Miuccia Prada e Donatella Versace (uff!). Le sorelle Antinori (ma è facile, visto che l'azienda è della famiglia da 600 anni). Poi, presi evidentemente dalla disperazione, si sono messi a ravanare nel passato di celebrità estere e ci riportano come fulgido esempio di donna italiana Sonia Gandhi, nata a Lusiana, in Veneto. A questo punto potevano pure mettermi Madonna, che si chiama Ciccone di cognome. Si riprendono però sul finale, citando Emma Marcegaglia. Non nominano la Camusso, neo eletta segretaria della Cgil, ma si sa che gli americani non amano parlare dei comunisti. E alla fine, proprio associata alla Marcegaglia, arriva la donna che non avremmo mai voluto sentire inserita in questo contesto: Carla Bruni. Cioè, Rita Levi Montalcini e Carla Bruni. Oriana Fallaci e Carla Bruni. Ma pure Sofia Loren e Carla Bruni. Beh, ringraziamo Newsweek per il pensiero, ma mi sa che nemmeno loro abbiano le idee ben chiare di cosa significhi essere una donna impegnata che porta all'estero il buon nome dell'Italia. Insomma, queste "icone contro gli stereotipi", come recita l'articolo, non convincono. Facendo i debiti tagli, ne restano veramente poche. E forse stanno pulendo il vomito dei loro figli.

domenica 14 novembre 2010

Povera Kate

Scelgo il disimpegno per questo post di inizio settimana, così andiamo tutti a lavorare più sereni. Sfoglio il Corriere nella sezione Esteri e mi imbatto in una notizia sconvolgente. Non so se capita anche a voi, ma quando penso agli "Esteri" mi aspetto sempre notizie che mi arrivano da paesi lontani e posti sconosciuti. Mi aspetto reportage da zone di guerra che non siano necessariamente in Medioriente, o approfondimenti su situazioni politiche instabili, tipo in Thailandia. Invece "Esteri" significa quasi sempre Francia, Germania, Inghilterra e magari Città del Vaticano. Ecco, anche in questo caso la notiziona mi arriva dal Regno Unito e fa eco a un'indiscrezione di News of the world. Cavolo però, ci deve proprio essere una noia mortale nel resto del mondo, se gli Esteri si riciclano le notizie dagli altri giornali. Insomma, mi fa piacere che non sia successo nient'altro da nessuna parte. La notizia mi aggiorna sulla famiglia reale inglese. Meno male perché stavo in ansia. Il titolo però era molto interessante: "Una guardia del corpo donna per Kate". Ma guarda un po', ho pensato, vuoi vedere che le nuove generazioni stanno combinando finalmente qualcosa di buono. Vuoi vedere che il principe William, per proteggere la sua fidanzata, ha aperto alle donne. Sì, vuoi vedere. E invece non vedi niente come al solito. Io che già mi immaginavo il cambio della guardia a Buckingham Palace fatto da patriottiche signorine in divisa, sono subito costretta a frenare la mia fervida immaginazione. È vero che William sta cercando una donna che faccia da guardia del corpo alla sua Kate, ma mica per ragioni di quote rosa. Il motivo è molto più pragmatico: siccome la madre Diana aveva ceduto alle lusinghe proprio di una guardia del corpo, e siccome queste guardie sono in genere giovani, carine e aitanti (probabilmente più del principe), allora meglio essere previdenti e far scortare la futura principessa da una donna. E così, in un colpo solo, annulliamo il discorso delle pari opportunità, diamo della zoccola alla buonanima di Diana, e della zoccola potenziale a Kate, che pare quindi non abbia mai incontrato uno più carino di William in vita sua.
Come spesso accade, l'articolo si aggrava poi nel finale, perché si specifica che a Scotland Yard ci sono solamente tre possibili candidate a questo ruolo, per cui sarà facile fare una scelta. Meno male che i figli di Carlo sono solo due, altrimenti avremmo veramente corso il rischio di alzare il numero delle donne in polizia. E comunque, povera Kate.

giovedì 14 ottobre 2010

Mi compro le pari opportunità

Faccio parte di quella categoria di idioti (e sono molti) che sperano sempre di vincere al superenalotto, ma non giocano mai. Peraltro, non arriverò mai al livello di mio padre, che invece gioca e poi non guarda i risultati. Ogni volta che il montepremi raggiunge vette impensabili, mi metto a fantasticare sul mio futuro da milionaria. E ogni volta che qualcuno vince, mi dico: "Beh, sarà per la prossima volta". Fra le varie cose che vorrei fare da milionaria, ce n'è una molto pertinente a questo blog. Vorrei comprarmi le pari opportunità. Perché? Vi sembra strano? Mica tanto. Con il denaro si possono fare molte cose. Nel nostro mondo decadente ci si compra la rispettabilità, per esempio. O l'immunità. O una buona dose di felicità, checché ne dica il detto popolare. Comunque, di donne che si sono comprate le pari opportunità ce ne sono molte. Tipo Madonna, che nell'ultima campagna D&G gioca a fare la femmina d'altri tempi (a parte la tenuta con cui lava il pavimento). Che bello. Anche a me piacerebbe giocare a fare la donna tradizionale, tutta casa, chiesa, figli e obbedienza alla società patriarcale. Mi divertirei un sacco, perché tanto saprei che poi tornerei alla mia vita normale, dove tutto questo non esiste. In effetti è così che fa Madonna. Si diverte, gioca e poi torna a casa sua, dove fa tutto quello che le pare, dove nessuno si sogna di chiederle se e quando andrà in maternità, o quanto tempo ha intenzione di prendersi per l'allattamento. Dove anzi, è sempre l'uomo a essere in difficoltà, perché sempre inadeguato al personaggio della consorte. Madonna ha vinto al superenalotto al posto mio.
Poi c'è Angelina Jolie, che ha deciso di volersi circondare di bambini. Un po' suoi, un po' no. Quando ho avuto il mio secondo figlio, mi sono chiesta come facesse Angelina Jolie a stare dietro a sei bambini e contemporaneamente girare un film, fare l'ambasciatrice dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, mantenersi in forma e tenersi Brad Pitt. Beh, semplice: con tanti soldi. E quindi tante babysitter e la libertà di vivere solo del tempo di qualità. Mica penserete che li andrà a comprare lei al supermercato i biscotti solubili? O che quando uno dei figli ha un mal d'orecchio lo porti lei in autobus e passeggino dal pediatra? O che il suo produttore, dopo la maternità, la metta a lavorare in un sottoscala? Sono molto carini Brad e Angelina fotografati in vacanza. Loro con i sei figli. Un bel quadretto. Sono tutti felici, allegri e pieni energie. Se penso che io, per farmi un fine settimana al mare con meno della metà delle persone che compongono la famiglia Jolie-Pitt, rischio l'esaurimento già soltanto all'IDEA di dover partire... Ecco perché a me nessuno mi fotografa in vacanza. Nemmeno gli amici. La mia famiglia non è affatto un bello spettacolo. Il mio compagno che russa sulla brandina ucciso da una settimana di lavoro, il figlio grande che fa la pipì sui castelli degli altri bambini e quello piccolo che si mangia la sabbia condita con qualche alga, mentre io cerco di pulire le chiazze di gelato dei Gormiti dall'asciugamano. Chi ha tempo di mettersi in posa? E poi, con quale faccia?
Infine c'è la mia preferita. Monica Bellucci. Che riesce a essere l'emblema della femminilità, ma facendosi comunque gli affari suoi. Ha sposato la campagna per la fecondazione assistita, causa peraltro nobilissima, ma senza preoccuparsi poi di come le famiglie devono fare per gestire figli, lavoro e vita quotidiana. Non so se la Bellucci sia poi ricorsa (all'estero) alla fecondazione assistita per aver avuto il secondo figlio a 44 anni. Fatto sta che adesso si gode la sua nuova maternità, tipo Angelina Jolie. Felice e serena, perché sa che non sarà discriminata sul lavoro e che non dovrà mai prendere un autobus. "Sono molto innamorata di mio marito" dice con un candore disarmante. E la cosa dispiace un po', perché si priva di quell'esperienza costruttiva e fondamentale per la crescita della coppia, che passa attraverso l'odio per il proprio partner proprio alla nascita di un figlio. Ma la mia è solo invidia. Beata lei che può essere donna e vantarsene. Noi, comuni mortali, le pari opportunità ce le dobbiamo sudare.
P.S.: chi volesse partecipare a un sistemone per il superenalotto, mi scriva.

giovedì 7 ottobre 2010

Tanti auguri a me

Mi concedo un post autocelebrativo e festeggio così i miei 35 anni. È la mia vera età, non quella percepita (che credo si attesti attorno ai 15-16 anni), né quella “ridotta” di qualche anno perché per le donne è disdicevole invecchiare. Chissà perché poi. Immagino per un antico retaggio secondo il quale nell’antichità venivano preferite le donne con un’età il più lontano possibile dalla menopausa, per garantire dei matrimoni fruttiferi. Nella nostra antichità attuale invece, vengono comunque preferite le donne giovani a scopo matrimonio, sempre quelle giovani a scopo intrattenimento durante il matrimonio, e quelle giovani ma sterili nelle aziende. Ma io me ne frego, perché oggi è il mio compleanno e voglio pensare positivo. Del resto, dal 1975 molte cose sono effettivamente migliorate. In quell’anno Bill Gates gettava le basi per la nascita dell’informatica fondando la Microsoft Corporation. Il Parlamento varò la legge sul divieto di fumo nei locali pubblici. E venne anche riformato il diritto di famiglia, sancendo la parità giuridica fra coniugi, attribuendo a entrambi la patria potestà, eliminando l’istituto della dote (!), introducendo la comunione dei beni e riconoscendo pari diritti e dignità ai figli nati fuori dal matrimonio.
Sono contenta di essere nata nel ‘75. E per festeggiare vi lascio con un classico che non stufa mai, registrato proprio in quell'anno da John Lennon, in un album che riproponeva i classici rock degli anni ‘50. Il video è stato realizzato nel 1983 da Yoko Ono. Una delle poche donne che hanno avuto una posizione dominante nella vita degli uomini. E che ne ha anche abusato. Ma è sempre il mio compleanno, per cui dico: beata lei.





P.S.: ci stava bene anche Woman, sempre di Lennon, ma non volevo calcare troppo la mano.

martedì 21 settembre 2010

Divi

Leggo su Repubblica un articolo molto importante su Javier Bardem: Quando il divo si appesantisce ma resta sexy
Apprendo che il compagno di Penelope Cruz, attualmente incinta, forse rilassandosi per la paternità, ha messo su una bella pancetta. Ma niente paura: il divo resta sempre un'icona sexy del cinema internazionale. Il giornalista (o la giornalista) ci tranquillizza e tranquillizza anche Bardem, dicendo che "Un po' di adipe sul ventre, o un corpo non palestrato, nulla tolgono al fascino di un uomo. Specie se parliamo di divi magnetici, carismatici, con sguardo, voce, movenze che trasudano sensualità". Come dire che non tutti se lo possono permettere, e già qui la prima discriminazione. Già mi vedo i nostri compagni, mariti e fidanzati, che dopo un bel piatto di pasta al forno con le polpette, sogghignano dicendoci che tanto anche Javier Bardem ha la pancetta. A quel punto dovremmo chiarire loro che quella che trasudano non è sensualità, ma l'olio della teglia.
Comunque, viene da chiedersi se Penelope Cruz, dopo il parto, potrà permettersi ugualmente un po' di adipe sul ventre, dal momento che anche lei è carismatica con sguardo, voce, ecc. O se, come tutte le altre dive si ammazzerà di addominali e dieta vegana seguita da un feroce personal trainer. La risposta arriva prima della domanda, visto che non molto tempo fa, Vanessa Incondrada, dopo aver partorito, si è permessa di tornare sulle scene senza prima aver smaltito tutti i chili presi. Riporto uno stralcio di una sua intervista a Donna Moderna: "Mi hanno presentata come una diva che aveva preso 20 chili. Poi hanno scritto che ne avevo persi 17 in un mese. Già con la gravidanza non è facile, l'ho vissuta come una violenza psicologica sulle donne. Che vergogna. Se prendo 15 chili - chiude - sono affari miei. Non puoi deridermi e poi lanciare l'allarme contro l'anoressia".
Non so perché, ma mi è venuta fame. Le proteste consumano energia.