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lunedì 19 gennaio 2015

Donne in ritardo che traslocano












Cari e care, dopo quasi un anno di silenzio su questo URL (ma di infinite parole su altri), vi comunico che si è finalmente compiuta quella transizione tra il dire e il fare, tra il parlare dei ritardi delle donne e il fare qualcosa per accelerare il loro cammino verso una società finalmente paritaria. L'avevo già annunciato qui: La nuova creatura.
Ma il confronto verbale e teorico resta sempre importante, per cui da oggi possiamo continuare a parlarne sul blog di LABY, che inizia da una domanda di tipo lessicale: "Perché in Italia si fa così tanta fatica a parlare di padri? Talmente tanta che alla fine ci siamo dovuti perfino inventare un nome nuovo e cioè 'mammi'?"
Il blog "Donne in ritardo" finisce qui e inizia qui.
Buona continuazione!
Benedetta

mercoledì 5 marzo 2014

La leadership spiegata da una madre

Esiste un assioma, una legge scolpita nella pietra immaginaria di cui sono fatti i cervelli di molti, secondo cui una donna che rientra al lavoro dopo la maternità non può più essere una risorsa, ma solo un inutile - e stupido - peso.
Oggi vi spiego perché invece una donna, proprio dopo la maternità, acquisisce poteri sovrannaturali che qualsiasi top manager, per eguagliarli, si deve fare minimo dieci anni di training nell'esercito russo.

Questa settimana ero in montagna da sola coi miei figli. 4 e 7 anni.

Sapete cosa implica in termini organizzativi, una settimana bianca con due bambini?
A) Pianificazione strategica con definizione degli obiettivi.
Quali sono gli obiettivi? Analizziamoli.
Riposarmi.
Irrealistico.
Sciare.
Secondario.
Far divertire i bambini.
Fattibile a seconda delle attività pianificate. In caso di fallimento anche di una sola di queste attività, vanno calcolati i danni sul sistema nervoso (mio) ed economico per l'attivazione di esosissimi incentivi a compensazione.
Per questa ragione tutte le attività vanno pianificate prevedendo la propensione che ogni bambino avrà, in uno specifico momento, per il loro svolgimento. Può essere utile disegnare una curva di gradimento per ogni attività, che a seconda dell'orario della giornata sarà ascendente o discendente. Per esempio, pianificare l'ora di sci con il maestro ha una curva ascendente dalle 11 alle 13, ma fortemente decrescente dopo pranzo.
"Signora ho un'ora libera con il maestro Aldo alle 14:30"
Escluso.
"Dalle 9 alle 10?"
Escluso (prevedere risveglio, colazione, pipì, denti, capricci per chi si deve lavare per primo, vestizione con mutanda, calzamaglia, calzettoni, maglietta, pile, pantaloni da sci, scaldacollo, casco, guanti, mascherina con intermezzi di "Mi va stretto, mi da fastidio, mi stringe, ho sete, mi cola il naso", per finire a vestizione conclusa, scarponi compresi con "mi scappa la cacca". Il tutto, ENTRO le 8:30 di mattina).
B) Gestione del budget collegandolo a un numero impressionante di variabili.
Per esempio, quante ore di skipass dovrei calcolare al giorno? È verosimile ipotizzare mattina e pomeriggio. Solo mattina? Se sì, quante ore? Due? Tre? La fluttuazione dell'umore dei miei figli nei confronti di qualsiasi tipo di attività sportiva è molto simile a quella dei mercati dei paesi asiatici. Il lunedì potrebbero voler sciare tutto il giorno, ma la visione di un cucciolo di cane in un bar potrebbe far cambiare radicalmente lo scenario.
Evitare i bar affollati.
Quando si vedono animali, cambiare marciapiede.
C) Analisi del rischio e problem solving.
Compilare una scaletta dei bisogni primari.
Cibo.
Fare spesa per menu differenziati per 7 giorni. Bilanciare verdura, proteine e carboidrati. Prevedere merende trasportabili in zaino e mangiabili nel più breve tempo possibile per evitare che il calo ipoglicemico si trasformi in un bagno di sangue.
Quindi, NO yogurt, che implicherebbe cucchiaino sporco, pezzi di carta argentata impiastricciati e crisi di nervi nel tentativo di aprirlo.
Mi sto informando sulle pillole che usano gli astronauti in missione.
Bisogni.
Mappare tutti i bar vicini alle piste da sci e fare un calcolo mentale della strada più breve, ma anche meno faticosa per arrivarci. Per esempio, non è detto che il rifugio più vicino sia anche quello migliore, perché potrebbe avere un numero eccessivo di scalini da fare.

In ogni caso, spalare sempre la neve attorno alla macchina, prevedendo fughe in qualsiasi momento verso il pediatra più vicino.

Potrei andare avanti per ore. Anzi, per una settimana esatta.
Ma la competenza migliore che sviluppa una madre è quella della leadership. Ma non della leadership vecchio-modello, del capo che sanziona e terrorizza. No, della leadership moderna. Del capo autorevole, che tutto sa e tutto può, ma che condivide, che motiva i collaboratori e che lavora perché tutto il team raggiunga gli obiettivi comuni. Questa, cari miei, è la vera ragione per cui chi licenzia una donna perché è diventata madre fa una grandissima cazzata, perché si priva di una risorsa che improvvisamente è in grado di traghettare tutta l'azienda verso qualsiasi obiettivo di crescita.

Tratto da uno mio speech:
"Guardate che sciare non è obbligatorio. C'è un sacco di gente che non scia e sta tranquilla e beata a casa in questo momento. Tipo quel tuo compagno lì, che non scia. Quello oggi è a casa e fa i compiti in serenità. Ma chi scia, chi vuole divertirsi e scendere per le piste come un missile, SI DEVE PORTARE GLI SCI DA SOLO, CHIARO?"
Il secondogenito mi guarda con le lacrime agli occhi mentre uno sci gli scivola da una parte e l'altro si incastra tra i lacci del doposci destro. Il primogenito con aria di sfida si incammina portando gli sci come le tavole della legge.
"Dai, che siete bravi." Incoraggiamento della squadra.
"Guardate me, che mi porto i miei sci e anche le vostre racchette". Buon esempio e condivisione degli obiettivi.
"Quando arriviamo, mettiamo giù gli sci e ci scartiamo un pangocciolo". Tecnica della visualizzazione e incentivo al raggiungimento dell'obiettivo.

Sempre il secondogenito ha un cedimento psicologico: "SONOTROPPOPESANTI!"
"No no no. Non voglio sentire storie. Perché Lorenzo si sta portando i suoi sci senza fiatare…" innescare la competizione "…e comunque non c'è alternativa, altrimenti giro la macchina e torniamo a casa, e sai che lo faccio" (e quasi quasi ci spero).
Il piccolo, punto nell'orgoglio, ricomincia a camminare.
E quindi attacca il primogenito: "Ma mamma, ma quando arriviamo? Uffa…"
"Dai, arriviamo a quel cassonetto e poi ci riposiamo, ok? Lo so che siete stanchi, ma è solo abitudine. Vedrete poi come andrà meglio prossimi giorni". Capacità di entrare in empatia con il team. Comprenderlo, motivarlo, fare concessioni.
E infatti i due, al cassonetto, non si sono fermati.

All'arrivo, grande riconoscimento per lo sforzo fatto: "Bravi! Avete visto? Ce l'abbiamo fatta! E domani???" Presi dall'entusiasmo promettono: "Mamma, domani non faremo neanche una protesta!".
Perché una madre è perfetta pure per le vertenze sindacali.



martedì 7 gennaio 2014

P&G pensa alle madri separate

Ho già parlato qui del rapporto che P&G vorrebbe avere con tutte le mamme del mondo. Ho già protestato contro l'immagine della mamma che DA SOLA si sobbarca tutti i lavori domestici, DA SOLA cresce i figli e sempre DA SOLA li fa pure diventare campioni olimpici. Ho protestato anche a nome di tutti quei padri che dicono: "Hey! Ma non è così!!! Anche io porto mio figlio ad allenamento, gli preparo la cena e carico la lavatrice!" Ma niente, a P&G l'opzione che esistano anche i padri e che questi padri possano essere attivi nelle famiglie proprio non piace. Meglio insistere sullo stereotipo della donna/mamma che fa tutto da sola. Perché si sa, le donne sono multitasking e i fustini di detersivo si vendono meglio a loro.

Adesso esce il sequel di quello spot che in molte, troppe, ha suscitato lacrime di commozione.



E mi è venuta l'illuminazione. Non avevo capito niente. Pensavo che P&G fosse la classica multinazionale che si nutre del marketing più conservatore e generalista. Pensavo che la sua comunicazione fosse un ostacolo culturale al lento e difficile processo verso la parità di genere, verso il superamento degli stereotipi. E invece mi sbagliavo: P&G in realtà promuove un reale cambiamento della società verso nuovi modelli di famiglia.
Sì, perché finalmente si parla a una categoria di donne che non sono mai considerate nella comunicazione italiana e forse nemmeno in quella estera: le donne separate.
E allora sì! Essere una donna separata non ti emargina dalla società! Guarda donna separata: sei forte anche se sei da sola! Insegni ai tuoi figli che si può anche cadere ma che l'importante è rialzarsi! Un bellissimo messaggio di coraggio. Pensate che rivoluzione: non è più la famiglia tradizionale al centro di una comunicazione di una delle multinazionali che investono di più al mondo in comunicazione, ma è un modello nuovo, indipendente.
Le donne, che in caso di separazione sono in genere quelle più svantaggiate, adesso hanno uno sponsor importante. Uno sponsor che le incoraggia e dice loro che possono sempre farcela, che possono sempre rialzarsi, esattamente come insegnano loro ai figli.

Vabbè dai, la smetto, che quasi quasi mi convinco da sola.

P.S.: aggiungo un chiarimento "postumo". Siccome mi stanno arrivando commenti entusiastici su questa cosa delle mamme separate, sono costretta a specificare che si tratta di una mia personale provocazione e che non c'è evidentemente alcuna intenzione da parte dell'azienda di fare un salto così audace. Purtroppo le cose restano come sono sempre state: l'azienda inscena le mamme nel loro ruolo più classico, che è quello di donne che si occupano dei figli e della cura della casa e comprano i prodotti P&G. I padri probabilmente sono tutti al lavoro.


venerdì 27 settembre 2013

La buona vecchia tradizione del rogo

Negli ultimi anni in Italia, ogni pubblicitario che si rispetti ha dovuto misurarsi con il più celebre dei binomi, quello che deve assolutamente accompagnare la filosofia di ogni prodotto, di ogni servizio, di ogni azienda, piccola, media, grande, nuova o vecchia che sia. Un binomio che può accomunare un produttore di gelati con un designer di bidet. Un binomio che sta bene su tutto, come una donna nuda per intenderci.
Il binomio "tradizione e innovazione".
Ora, sono sicura che nella vostra vita anche voi avrete i vostri bei grattacapi sul lavoro e non voglio di certo sminuirli adesso, ma veramente: non avete idea di che cosa significhi per un creativo che lavora in pubblicità dover tradurre in parole e immagini il concetto "tradizione e innovazione". Una volta ho lavorato per un'azienda che fa tappi di sughero e non vi dico tutte le idee che ci sono venute in mente per "sistemare" quei tappi in maniera tradizionale ma innovativa. Nessuna di queste era pubblicabile, ovviamente.
Per fortuna ultimamente le cose stanno migliorando: questo pauroso senso di bilico tra passato e futuro sta scomparendo. Gli imprenditori italiani e con loro molti responsabili marketing hanno capito che era molto pericoloso tenere la gente in sospeso tra ieri e domani. E così, il concetto di innovazione è stato soppresso e ci siamo tenuti quello di tradizione. Vuoi mettere la sicurezza? La stabilità? Solidità, certezza? I valori? Dove sono i valori di un tempo? Un tempo, quando si stava veramente bene.

Ed ecco che negli ultimi tre giorni abbiamo assistito alla santificazione della Tradizione. La Tradizione è salvezza, la Tradizione è vita. Ci siamo ridotti così perché per un attimo ci siamo dimenticati del nostro passato, abbiamo ceduto all'innovazione e guarda adesso come siamo combinati!
Tutti, intellettuali, giornalisti, menti illuminate, hanno per un attimo abbracciato la sicurezza della tradizione quando la Presidente della Camera ha sollevato il caso della pubblicità italiana. Che, diciamocelo, anche se è contro i miei interessi, fa veramente cagare. E che cosa ha detto Laura Boldrini di tanto scandaloso? Qual è stato il suo odioso attacco alla Tradizione?
Ha detto che quando una donna, negli spot televisivi, viene rappresentata sempre e solo come una mamma che serve la cena a tavola oppure come corpo da associare a qualsiasi prodotto, beh, c'è qualche domanda da farsi.
Ommioddio.
La Presidente della Camera ha raccontato una verità che sfido chiunque a contestare: la donna nella pubblicità italiana viene rappresentata principalmente in due modi: madre/casalinga oppure tigre del materasso. Questo è parte di un problema culturale enorme che tocca tantissimi aspetti della nostra società, dal fatto che le donne guadagnano meno degli uomini, che non riescono a fare carriera, che devono scegliere tra figli e lavoro, che devono firmare dimissioni in bianco, al fatto che vengono molestate, stuprate e uccise quando vogliono semplicemente farsi i beati cavoli loro. Il modo in cui si rappresentano le donne sui media e il modo in cui se ne parla è un problema serio.

Però è la Tradizione, baby. Insomma, si è sempre fatto così. Ma cosa vuole la Boldrini? Le mamme cucinano da sempre, perché "servire è amore" ha detto qualcuno su Twitter. Perché tutti abbiamo una nonna o una mamma che hanno preparato dei piatti prelibatissimi di cui andavano orgogliose. Qual è il problema? Non vorrete mica toglierci i pilastri della società italiana? Mamma mia che paura: la Boldrini lancia messaggi troppo innovativi per essere compresi. L'innovazione è morta, resta solo la Tradizione. E alla Tradizione non piace che si parli male degli spot con le mamme che servono a tavola. Alla Tradizione non piace che negli spot possano essere rappresentate donne che lavorano o che studiano. Cosa sono queste diavolerie?

E arriva pure l'industria italiana a dare manforte all'esercito dei portatori dei sani valori di un tempo, e lo fa parlando della TRADIZIONALE famiglia italiana, quella in cui le donne servono a tavola e sono tutti eterosessuali. Grazie a Guido Barilla, noi pubblicitari siamo finalmente e definitivamente salvi dall'orrido binomio "tradizione e innovazione". Grazie a lui e a tutti quelli che si battono per difendere tutto il nostro passato remoto - per lo più onirico, a dire la verità - possiamo dimenticarci della parola "innovazione". Oh, quant'è rassicurante sapere che si torna a casa e ci sarà la televisione accesa sul TG1 e la mamma che ci serve la pasta al sugo e tutti i problemi del mondo restano fuori: froci, negri, puttane, disoccupati, musulmani e zingari.

Sì, è vero, ogni azienda deve scegliersi bene il suo target. Barilla è liberissima di scegliere quello ariano. Non discuto su questo. Discuto però sullo sbandieramento di un nuovo, terrificante binomio, un binomio che è emerso fortissimo in questi ultimi giorni e che ci fa rimpiangere quello vecchio. È il binomio Tradizione e orgoglio. Perché la Tradizione, rimasta senza l'innovazione, adesso incarna il bene assoluto. Il nostro passato è il bene assoluto. Ma prima di gioire, guarderei bene di cosa è fatto questo passato e soprattutto a quale presente ci ha condotti.

Ora scusate, ma prima che io venga bruciata al rogo secondo tradizione, torno a lavorare, finché quei pochi innovatori rimasti me ne danno la possibilità.

venerdì 30 agosto 2013

"Non piangere"

Avete presente quel fenomeno strano per cui, quando siete a piedi per strada odiate tutte le macchine che vi passano a destra e sinistra e quando invece siete seduti voi in macchina, nel preciso istante in cui mettete in moto, il pedone diventa il vostro peggior nemico? Ecco, la stessa cosa a me succede coi bambini.
Che sia chiaro, io amo i miei figli. Adoro passare le vacanze con loro. Quest'anno ci siamo divertiti un sacco al mare: abbiamo riso come matti, abbiamo guidato i quad come i re dei tamarri, abbiamo fatto casino insieme e ci siamo voluti un gran bene, la sera, facendoci le coccole prima di dormire. Adoro le mie creature, veramente. Ma poi, capita magari un weekend con le amiche, o una trasferta di lavoro da sola e mi trasformo immediatamente in Crudelia De Mon. Odio i bambini che piangono in treno, quelli che piangono al ristorante, che piangono in spiaggia, al bar, al supermercato, che piangono ovunque! Confesso che se sono sola al mare, scelgo il posto più lontano possibile dalle tracce di presenza infantile. Quando prendo un treno, trasalisco quando vedo un passeggino nel mio scompartimento. E guardo con orrore quelle madri (perché nel nostro paese sono sempre ancora le madri che stanno coi figli) che si affannano a inseguire quei bambini, a pulirli, a dare loro da mangiare, a farli giocare, a farli smettere di piangere. Le guardo e penso a tutte le volte che vengo guardata anch'io così, mentre il mio primogenito vomita nel sacchetto per il mal di mare e il secondogenito grida perché vorrebbe essere a letto da tre ore. E penso che le donne che mi guardano con disappunto sono altre madri che a loro volta si prendono i loro 5 minuti di soddisfazione. 

Insomma, sono un mostro, lo so. E in mezzo a questa mia mostruosità, ci sono i bambini, poveri esseri inconsapevoli e innocenti che non possono fare altro che piangere di fronte alle brutture di questo mondo, compresa la mia.
Sì, perché i bambini piangono. Che scoperta, eh? I bambini non ti dicono: "Guarda, sono rimasto molto deluso dal fatto che non ci fosse il budget per il nuovo Trenino Thomas". No, i bambini piangono. Non ti dicono: "Vorrei schedulare la nostra giornata in maniera diversa dall'asilo". Non ti dicono nemmeno "Questi spaghetti hanno un retrogusto esotico". Piangono, piangono e basta. È l'unico modo che hanno per esprimersi, per manifestare i loro sentimenti, per sfogarsi. E invece noi che facciamo? Qual è la frase più ricorrente di un genitore medio? "Dai, non piangere (tantomeno in treno, o in un luogo pubblico)". Questa cosa poi, prosegue in maniera differenziata per maschi e femmine. Il maschio è bene che non parli dei propri sentimenti, che non li esprima. Il maschio dovrebbe smettere presto di piangere. Per le femmine invece c'è più indulgenza. Anzi, le femmine sono così, sempre un po' isteriche, perché ci hanno gli ormoni e non ragionano e ce le teniamo così. E molte femmine quando crescono, tengono un diario, chiuso con un lucchetto, che le madri più smaliziate imparano a rintracciare e a scassinare senza lasciare traccia dell'effrazione. Sul diario si incanalano emozioni, paure, lacrime, gioie. Nei diari delle femmine ci sono pezzi autentici di vita vissuta, sentimenti allo stato puro. 
E i maschi? I maschi non tengono diari. L'ho scoperto quando mia madre ha deciso di regalare al mio primogenito un diario su cui lui potesse appuntare i suoi pensieri. "Così si esercita a scrivere" mi ha detto, coerentemente con il suo ruolo di professoressa d'italiano e latino in pensione (e con il ruolo di rompiballe). Mia madre quel diario ha fatto fatica a trovarlo. Dice che ci sono solo diari di Barbie, Winx, Hello Kitty, dice che sono tutti rosa e parlano alle bambine. Alla fine ne ha trovato solo uno unisex, e l'ha preso:

Il diario del Piccolo principe. Carino eh. Con lucchetto. Ovviamente è importato dalla Francia, dove evidentemente i maschi sono liberi di tenere un diario.
E allora penso che se i bambini maschi fossero liberi e magari anche incoraggiati a esprimere i loro sentimenti, anziché a reprimerli o far finta che non esistano, magari la futura generazione di adulti potrebbe essere un pelo migliore di quella attuale. Magari ci sarebbero meno uomini tristi e frustrati. Magari ci sarebbero uomini più consapevoli perché hanno imparato a verbalizzare per iscritto i loro sentimenti. Magari ci sarebbero meno omofobi, meno misogini, in generale meno stronzi in giro. Chissà. Magari un diario può contribuire a fare la differenza. 

Lorenzo ha iniziato a scrivere. A matita, perché dice che così quando finisce lo spazio, può cancellare e scrivere di nuovo. Perché oltre alle pari opportunità gli stiamo insegnando anche l'ecologia.

Povera creatura.

lunedì 21 gennaio 2013

Domanda


Ricevo e riporto integralmente.


Cara Benedetta, 

ti racconto questa storia oggi:

http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/13_gennaio_16/uccide-padre-violento-cisterna-adotta-giovane-2113567195916.shtml

Lui è un ragazzo con problemi a scuola, non andava molto bene ma aveva appena chiesto un aiuto per provare ad impegnarsi per la promozione. Mio papà è il suo insegnante. Adesso non può finire la scuola perché è in prigione. Certo, la violenza non è MAI giustificata. MAI MAI MAI. E le conseguenze servono per imparare a vivere. Ma a chi toccava proteggere quella mamma dal marito violento? Perché nessuno ha fatto niente e ci ha dovuto pensare il figlio? 

Con tanta tanta stima

Ilaria


Qualche risposta?

lunedì 14 gennaio 2013

Storiella di Natale a posteriori

Un Natale qualunque, in una casa qualunque, arriva Babbo Natale, che deposita i regali sotto l'albero e riparte con la sua slitta. La mattina, il risveglio è emozionante.
"Vieni a scartare i regali! Guarda! Qui c'è scritto il tuo nome."
"MAMMA! GUARDA! MI HA PORTATO LA BAMBOLA CHE VOLEVO! IL CICCIOBELLO BUA!"
"Bene! Apriamo allora."
"Ha il ciuccio."
"Sì, proviamo a toglierlo."
"PIANGE!"
"Forse gli devi misurare la febbre."
"Sì, dovrò dargli anche lo sciroppo."
"Così guarisce."
"Mamma, ma anche tu avevi le bambole da piccola?"
"Qualcuna, sì."
"E le portavi in passeggino?"
"Non avevo il passeggino, però mi prendevo cura di loro. Mi esercitavo per quando avrei avuto dei figli."
"Anche io avrò dei figli."
"Se vorrai."
"Mi devo esercitare allora, così poi saprò fare tutto."
"Bene."
"E sarò bravo come papà."
"Speriamo."

mercoledì 7 novembre 2012

Tu quanti handicap hai?

Torno sul tema che più di altri mi appassiona, per deformazione professionale e per demenza personale: la segnaletica. Sulla pagina facebook di Donne in ritardo ci stiamo confrontando sui dilemmi che suscita questo segnale:



Ringrazio la mia amica che è arrivata fino in Norvegia per consegnarci questo rompicapo.
Dunque, il senso generale del messaggio è chiaro: le mamme sono portatrici di handicap. Io, che ho due figli, come mi è stato giustamente fatto notare, ho due handicap. Immagino che in caso di quattro figli ti riservino direttamente una corsia stradale, perché è risaputo che in Norvegia sono molto attenti alle questioni sociali.
E fin qui ci siamo. Voglio dire, va bene: prendiamo coscienza di avere delle difficoltà rispetto al resto della popolazione abile. E su questa scia proporrei anche dei posteggi gratuiti e riservati in prossimità di negozi e principali luoghi di interesse, ché camminare sotto la pioggia, il pupo per mano e le buste dello shopping non è proprio il massimo.

Ma poi ci sono quegli altri due.
Quello con le stampelle e quello col bastone.
E mi domando: "perché?"
E forse se lo domandano anche quelle due donne, girate verso di loro in attesa di una risposta.
Perché in Norvegia sentono la necessità di differenziare l'handicap? Mi dicono che il primo è un giovane che si è appena operato al menisco, mentre l'altro è un anziano col bastone. Un'ipotesi sensata. Ma continuo: "perché?"
Forse l'obiettivo era quello di escludere qualsiasi dubbio su chi far sedere e chi no sull'autobus. Magari si sono trovati malissimo sui mezzi italiani, dove veniva rappresentato solo l'uomo col bastone e quindi quello con le stampelle ha fatto il viaggio in piedi, assieme alle donne incinte e alle madri coi bambini. Magari il giovane operato di menisco ha chiesto il posto e gli è stato risposto: "Eh no, caro. Tu mica hai il bastone".
Ma allora mi dovete mettere anche tutti gli altri. Tipo quelli col braccio in gesso. Perché come si tengono quelli col braccio in gesso? Quelli non li facciamo sedere? E quelli con la storta alla caviglia? E quelli con l'ascella pezzata? Ne vogliamo parlare?

Rimango sempre spiazzata dalla creatività repressa che hanno gli autori dei segnali convenzionali. Per questo ho dedicato un tag apposta su questo blog sotto la voce "segnaletica". L'argomento è veramente curioso.

Comunque resta un fatto ineluttabile: se sei un uomo e hai un bambino in braccio, resti in piedi. Ma anche se sei donna, anziana oppure giovane e operata al menisco.

lunedì 29 ottobre 2012

Orrore a Halloween



Vorrei che guardaste questo. Me l'ha girato Chiara, una creativa molto in gamba che segue da lontano (per sua fortuna) le nostre vicende.
A questo video c'è un precedente di due anni fa, quando Sarah, una blogger del Missouri raccontò che suo figlio di 5 anni si sarebbe vestito da Daphne di Scooby-doo, suscitando un coro di critiche di molti lettori. La sua risposta fu in sintesi questa: “Che sia gay o meno, non m’interessa. È sempre mio figlio, ed ha cinque anni. Ed io sono sua madre. E se avete qualche problema con qualcosa, non ho alcuna intenzione di avere a che fare con voi. Perché il vostro è un ragionamento ridicolo, se mio figlio è gay è ok; lo amerò allo stesso modo. Di certo io non mi preoccupo del fatto che uno dei vostri figli possa diventare un guerriero ninja da grande”.

Tornando al video di oggi, negli Stati Uniti, trovo angosciante la dedizione che queste madri mettono nel cercare a tutti i costi una soluzione a questo problema. Perché questo per loro è in effetti un problema. Per fortuna c'è un happy end. Ma resta comunque un video perfetto per la spaventosa notte di Halloween.

giovedì 24 maggio 2012

Più padri nel blogroll

In questi giorni mi sento un po' decadente. Forse è colpa delle condizioni meteo, che fanno molto Autumn in New York, ma che siccome non siamo a New York, fanno solo Autumn. Comunque non so, sono stanca. E di certo i miei figli non mi aiutano, anzi, se possono, mi danno la mazzata definitiva. Domenica pomeriggio infatti, ho portato il mio primogenito al cinema a vedere The Avengers, il film sui supereroi. E siccome c'era anche Capitan America che fa molto anni Ottanta, prima del film ho portato Lorenzo a fare una cosa in linea col periodo storico: un panino al Burger King. Non me ne voglia Mc Donald's, ma in quella zona c'era solo la concorrenza. È stata una bella idea: mio figlio ed io a mangiare junk food prima del cinema. Mi sono sentita molto complice, molto gggiovane. E poi anche molto patetica. Su ogni tavolo c'erano delle corone di cartoncino e io ne ho indossata subito una, dicendo a Lorenzo: "Guardami! Sono la tua regina!" e muovevo la testa a destra e sinistra pensando di essere in quel momento il top della madre che ogni bambino vorrebbe avere. Ci ha pensato mio figlio a ridimensionarmi subito, dicendomi, abbassando la voce: "Mamma, dai, ci stanno guardando tutti..."
Ora, mio figlio ha cinque anni e mezzo, un'età che pensavo potesse rientrare ancora nell'infanzia. Voglio dire, non ne ha 16. È un bambino piccolo, e quindi io dovrei essere a pieno diritto una madre giovane. Capite adesso la mia depressione? In quel Burger King mi è stata negata un'illusione. Sono improvvisamente diventata la madre vecchia e rincoglionita che fa delle cose stupide che non fanno ridere nessuno. Così, dopo aver scartato tutti i cetrioli del panino e aver rifiutato le patatine fritte col ketchup e la salsa rosa, mio figlio mi ha pregato di portarlo al cinema. E ci sarebbe andato volentieri da solo se avesse avuto un reddito minimo.
La depressione inizia a passarmi soltanto oggi, perché ci sono improvvisamente 30 gradi ed è tornato il sole, ma soprattutto mi viene incontro la pubblicità su facebook, che mi assicura che non sono poi tanto da buttare, che mi ricorda che dopotutto sono ancora fertile e che il marketing mi ha inclusa in una segmentazione di donne tutto sommato giovani:


Siate finalmente libere !
fleurcup.com
Vivete questa nuova
sensazione di libertà
femminile, dimenticatevi
tamponi e assorbenti,
scoprite Fleurcup !

Adesso mi sento veramente sollevata.
Comunque tutto questo non c'entra niente con quello che volevo dirvi. Era solo un mio sfogo personale, perché dopotutto non è che si può sempre stare sul pezzo: ogni tanto sui blog ci va pure qualcosa di personale, no? Oggi va così, ma una cosa importante ve la dico lo stesso: a seguito dei discorsi sui post precedenti, ho aggiornato il mio blogroll inserendo link ai blog di padri che meritano di essere inclusi in tutti i discorsi legati all'educazione dei figli e al progresso della nostra società verso una direzione più equa. Così, se anche a qualcuno di loro capiterà di sentirsi vecchio e patetico, lo sapremo subito e potremo consolarci a vicenda.


lunedì 14 maggio 2012

Ve l'avevo detto

Non per essere pesante, ma vorrei dire una di quelle frasi che non si dovrebbero mai dire, una di quelle frasi che fanno tanto antipatia, fanno tanto Quattrocchi: "Ve l'avevo detto, io". Nel post sul video di P&G "a supporto delle mamme", si è discusso se questo fosse semplicemente un bel video, che valorizzava e gratificava il duro lavoro delle mamme, o se fosse piuttosto la solita operazione paraculo di marketing per cavalcare l'onda delle olimpiadi e nel frattempo vendere qualche fustino in più di detersivo a quelle stesse mamme che venivano santificate. Io propendevo per la seconda.
Ho trovato quel video svilente per tutte quelle madri che sì, si fanno un mazzo tanto per tirar su i figli, ma che vorrebbero anche seguire le proprie inclinazioni personali, oltre alla capacità (che hanno tutti) di fare il bucato. Ho trovato quel video svilente per tutti quei padri che magari vorrebbero accompagnare loro i figli agli allenamenti e preparare loro la colazione, ma una buona fetta di società (uomini, donne, aziende) li ritiene incapaci. E lo spot P&G certifica questo status quo e ce lo vende prendendoci con i buoni sentimenti.
Beh, insomma, sabato ero dal parrucchiere, e mentre sfogliavo una di quelle riviste che mi consentono un totale relax cerebrale, mi imbatto in questo: 
E indovinate cos'è? La traduzione pratica dello spot P&G per le mamme. Riporto i testi per i miopi. Titolo: Dash. Per le mamme di ieri, di oggi e di domani. Didascalia della prima foto: Andrea, luglio 1974. Didascalia della seconda foto: Andrea, luglio 2011. Claim: più Mamma (maiuscolo perché è importante) non si può. Marchio pubblicizzato: Dash, una marca P&G.
Ora, adesso potete dirmi quello che volete, anche insultarmi, ma non ci posso fare niente: io vedo un'immagine horror della nostra umanità. Un'immagine che offende sia gli uomini, sia le donne. Intanto vedo un idiota che appena si sbrodola come quando aveva 8 mesi, deve portare la camicia alla mamma. O forse non la porta proprio alla "mamma di ieri", ma a quella "di oggi", che poi sarebbe sua moglie. Insomma, il bucato proprio non è affar suo. Vedo una donna che è in realtà INVISIBILE in questo annuncio, probabilmente perché impegnata a pulire un pavimento. Perché del resto è questo che fanno le mamme no? Fanno le casalinghe. Ed è per questo che adesso lo spot P&G fa piangere anche me: perché sono madre di due figli, ma la mia funzione principale, per questa azienda, è fare il bucato. E in questo annuncio la verità salta fuori con tutta la sua forza ed evidenza. "Più mamma non si può": questo è il top aspirazionale per ogni madre. Il top della mammitudine per Procter & Gamble.
Ora ditemi: siete ancora convinti che lo spot a supporto delle mamme sia una bella iniziativa che valorizza il lavoro delle madri?
P.S.: Questo annuncio è stato pianificato su Wellness, inserto di Donna Moderna, del 15 febbraio 2012. 

giovedì 3 maggio 2012

Lo sport più duro del mondo

Si avvicinano le olimpiadi di Londra e iniziano a fiorire le iniziative di comunicazione delle aziende. C'è uno spot in particolare che mi ha colpito, perché non parla di sudore, muscoli, concentrazione e voglia di vincere, per metterci sopra il logo dell'azienda. O meglio, si trattano questi argomenti, ma non come ci si aspetterebbe. Ve lo faccio vedere:



L'incipit di questo post è lo stesso di un mio guest post sul blog di Stefania Boleso, che però analizza il caso dal punto di vista del marketing e della comunicazione. In questa sede invece lo svolgimento sarà diverso. Ora vi chiedo, che cosa vi suscita questo spot?
Commozione.
Bene, poi?
Amore per la mamma.
Ok, poi?
Voglia di andare ad allenarmi.
Io, in quanto madre, non ho potuto fare a meno di immedesimarmi nelle protagoniste di questo spot. Mi è piaciuta la tenerezza con cui queste madri svegliano i propri figli la mattina. Mi sono detta: "Anche io faccio così". Beh, almeno quando non sono in ritardo e grido mentre sto contemporaneamente scaldando il latte e spalmando il fondotinta: "VUOI SCENDERE DA QUEL LETTO SI' O NO?!?" Ma i parallelismi finiscono qui. Infatti io poi vado a lavorare e se c'è uno dei miei figli da accompagnare in piscina, magari ci va il loro legittimo padre. Oppure i nonni.
Oddio, dite che i miei figli non diventeranno mai degli atleti perché non sono io ad accompagnarli agli allenamenti? Ecco, vedete? Sempre il solito stupido senso di colpa.
Comunque, quello che volevo sottolineare è che nella vita degli atleti, come in quella di tutti i bambini del mondo, c'è una madre e c'è un padre. Insomma, ci sono due genitori. DUE. Uno più uno, capite? E magari il padre ha anche piacere a stare con il proprio figlio, a fargli da mangiare, a vestirlo, a portarlo in piscina e a fare il tifo per lui. Magari quel padre stende anche la biancheria, oppure va a fare la spesa. Tutto questo senza rinunciare al proprio lavoro. Proprio come fa la madre.
Ma, come al solito, la realtà sembra essere un'altra. In questo spot, i figli li fanno solo le mamme. Mi ha veramente colpito la chirurgica assenza dei padri. Come sotto il fascismo, quando oltre alle persone, sparivano anche le parole straniere e i cognomi venivano italianizzati. Così ti viene subito da pensare: "Che stronzi questi padri, che non accompagnano mai i figli agli allenamenti e non fanno il tifo per loro durante le gare". E pensi che magari questi ragazzi si concentrano così tanto nello sport per superare il trauma di un padre assente. Insomma, ti fai delle domande, ti chiedi cosa c'è che non va.
Ma l'unica cosa che non va è l'approccio dell'azienda che decide di fare comunicazione in modo molto vecchio. E qual è l'azienda? La Procter & Gamble, multinazionale dei detersivi, dei dentifrici e dei prodotti di bellezza. E a chi venderò mai il mio Dash durante le olimpiadi? Ma è ovvio! Alle mamme! Cioè alle donne. Cioè a quegli esseri umani creati per far compagnia agli uomini, fare il bucato e accudire i figli. Questa è la realtà. Questo è il mercato e questo è quindi il marketing.
E allora faccio uno spot per le olimpiadi, e dico W la mamma. E apro una pagina su facebook. E dico a tutti che io sostengo le mamme, perché io alle mamme ci tengo, perché fanno il bucato e comprano il Dash. Per la Procter & Gamble i padri non esistono e ci rimanda l'immagine della sua visione della società. E a noi piace: condividiamo questo spot su facebook piene di lacrime e di emozione e contribuiamo a diffondere un modello che non esiste o che non dovrebbe esistere. E come al solito ci diamo da sole la zappa sui piedi. Siamo così concentrate a celebrare il nostro eroismo quotidiano che non ci accorgiamo che così legittimiamo uno status quo in cui ogni cambiamento diventa molto difficile. Diffondiamo una visione in cui l'uomo non c'è e poi ci lamentiamo perché non c'è. E il tutto, compiacendo anche il marketing dei detersivi.
Non vi sembra eccessivo?

lunedì 5 marzo 2012

Mi sono distratta un attimo

Ieri pomeriggio ho accompagnato il mio primogenito all'evento mondano dell'anno: la festa di compleanno della sua compagna di asilo Alice, che ha compiuto 6 anni. La cosa bella delle feste dei bambini è ricordarsi di quando eravamo bambini noi e riempirci di tenerezza per noi stessi. E per come siamo finiti: dall'altra parte, da quella dei vecchioni, di mamma e papà, di gente strana. Ho guardato mio figlio giocare al gioco della sedia sulle note di Gioca Jouer e non ho potuto fare a meno di pensare che questa canzone è uscita quando io avevo la sua età, e mentre questo pensiero mi trafiggeva il cuore, sono stata distratta da un altro accadimento importante.
Sì, le feste dei bambini sono come una puntata di Lost: succede sempre qualcosa che ti fa trasalire mettendoti in violento contatto con il tuo subconscio.
Era arrivata Matilde. Erano giorni che non veniva in asilo perché è stata male, e poi era anche in ferie. Ma adesso eccola qui, con i jeans e la cintura argentata e la maglietta rosa con il cuore stampato. Matilde è la fidanzata ufficiale di Lorenzo. Matilde è la prova che la storia per cui gli uomini si scelgono sempre le compagne che assomigliano alla propria madre è falsa. La bambina è gentile, delicata, esile e accondiscendente nei confronti di Lorenzo. Voi non avete idea di ciò che è capace mio figlio in fase di corteggiamento, e fra l'altro non saprei nemmeno dire da dove l'abbia appreso, visto che vi garantisco che in casa non ne ha mai visto uno. Alla festa era tutto un prenderle la mano, allontanare chiunque tentasse di distrarla, sussurrarle nell'orecchio, guardarla fisso negli occhi. Sono stata anche tentata d'intervenire, temendo una denuncia del padre per stalking, ma poi per fortuna la festa volgeva al termine e ho potuto lecitamente interrompere tutto quel rituale. Ero anche un po' emozionata, vi confesso. Vedere mio figlio così preso, così sicuro dei propri sentimenti, così fiducioso di essere ricambiato, mi ha fatto stare un po' sulle spine. "Speriamo che anche per lei sia così, speriamo che non gli spezzi il cuore" pensavo.
"Mamma, aspetta, devo dire un'ultima cosa a Matilde! MATILDE, VIENI PRESTO IN ASILO DOMANI!"
E Matilde, galvanizzata, corre da sua madre dicendole che il giorno dopo avrebbero dovuto fare presto.
Ancora un po' emozionata, racconto tutta la storia alla mia migliore amica, che con il dovuto distacco mi fa notare come io mi sia rincoglionita dietro a mio figlio, perdendo qualsiasi obiettività. Con ben poca delicatezza e un linguaggio diretto e scurrile il giusto, mi si fa notare che sono appena alla fase del corteggiamento e già lui le fa pressioni sull'orario in cui dovrebbe presentarsi in asilo. Non solo, ma lei, invece di rispondergli "Vengo quando mi pare" va dalla madre assicurandosi la puntualità.
Stamattina, rinsavita, non ho potuto esimermi dal dire a Lorenzo: "Matilde verrà quando potrà e secondo quelli che sono i suoi orari e non i tuoi, capito?"
"..."
"..."
"Ho capito."
Mai, mai abbassare la guardia.

lunedì 20 febbraio 2012

Mamme tigri in montagna

Ho staccato la spina andando un po' in montagna. Era giunto il momento in cui il mio primogenito doveva imparare a sciare. Cioè, non che io sia una di quelle madri che obbligano i figli a diventare campioni di qualcosa eh. Però a me sciare piace. La montagna - d'inverno - piace. Mangiare krapfen piace. E quindi perché non far vivere questi piaceri anche al resto della famiglia? Insomma l'ho iscritto alla scuola di sci, ripromettendomi di non trasformarlo nella protagonista de "La solitudine dei numeri primi". "Saper sciare non è obbligatorio" è stato il mio mantra.
Alla fine è andato tutto liscio, Lorenzo ha sciato con un certo entusiasmo, anche se il bambino ha i suoi tempi...si distrae...guarda il panorama...pensa alla mamma...pensa alle caccole nel suo naso...insomma, è un sognatore. Una mamma tigre l'avrebbe preso a calci con il tacco dello scarpone. Io mi sono trattenuta, o meglio, ho trattenuto la nonna tigre e quello che mi ha fatto passare da piccola.
Lo guardavo con orgoglio mentre cadeva in continuazione dallo "skifil", spiegandogli che solo gli stupidi non cadono mai, lo incoraggiavo mentre finiva dritto in un cumulo di neve fresca perché non curvava al momento giusto e gli portavo gli sci quando era stanco. Sono stata brava, veramente. Ho avuto solo un momento di esitazione, giuro, solo uno, quando ho guardato il suo maestro ventitreenne, quindi nato nel 1989 (capite? 1989) e ho pensato che lui ha imparato a sciare direttamente con i carving, che per me sono stati una sorta di rivoluzione copernicana, e che probabilmente quando ha imparato lui c'era già il tapis roulant che ti portava su dopo ogni discesina di prova, mentre io, da piccola, tornavo su a scaletta sudando dentro la calzamaglia che non era in tessuto tecnico ma di lana grezza di muflone preistorico, e se cadevo dovevo tirarmi su da sola, e nessuno mi portava gli sci, perché se volevo sciare dovevo portarmeli da sola, e se piangevo, le lacrime mi si ghiacciavano in faccia, perché nessuno me le asciugava. Okay, la smetto. Comunque questi pensieri li ho fatti veramente, per cui ho avuto un momento di ribellione e ho detto a mio figlio che se era  sulle piste da sci a divertirsi era un privilegiato e che se voleva sciare, gli sci doveva portarseli da solo e se erano troppo pesanti per lui, poteva andare a fare un altro sport, tipo nuoto, ché in acqua è tutto più leggero. Ah, e mi è scappato anche di dirgli che doveva ascoltare di più il maestro e guardare di meno il panorama, ché nella vita nessuno aspetta i tuoi tempi. Alla fine mi ha punita con un atto eroico: il bambino davanti a lui sul tapis roulant cade rovinosamente perdendo sci e bastoncini, Lorenzo, precario anche lui sui suoi scietti, noncurante del pericolo di cadere a sua volta, si china, si protende in avanti, recupera uno dei bastoncini e lo porta in cima al bambino. Un atto di gentilezza gratuito, che gli ha richiesto concentrazione, attenzione, equilibrio (e anche culo). Io, ovviamente, piangevo a bordo pista. Ma comunque, gli sci non glieli ho portati lo stesso: diventerà un uomo, cazzo. Gli sci, deve portarseli da solo, così come se li portano le bambine.

martedì 20 dicembre 2011

Scusi, lei soffre?

Che gioia, che felicità. Ce l'ho quasi fatta: ho quasi finito di comprare tutti i regali di Natale, ho quasi finito di lavorare, ho quasi finito di fare la spesa per la cena della vigilia (ho addirittura già ordinato il pesce), ho quasi tutto sotto controllo. Quasi. Sono abbastanza soddisfatta, dai. E poi per me Natale è speciale a prescindere. Cioè, resto sempre la solita cinica e acida di sempre, ma sensibilmente di meno. Perché a Natale è nato il mio primogenito. La notte di Natale proprio, all'una e quaranta. Amore. In sala d'aspetto c'erano circa una decina di amici e parenti che attendevano con ansia l'arrivo di questa creatura. Qualcuno giocava a carte, qualcuno intonava canzoncine di Natale. Poi sono tutti andati ai rispettivi cenoni. Poi sono tornati. E alla fine ce l'ho fatta. È nato Lorenzo. Però non è vero che uno si dimentica del parto. No. Non è vero che alla fine penso solo alla magica notte di Natale. No. Un cazzo proprio.
Avevo le doglie da due giorni. Poi in ospedale mi hanno dato l'ossitocina per farle aumentare. Poi ho chiesto l'epidurale. Poi l'ho richiesta. Poi l'ho supplicata. E mi hanno detto che non c'era l'anestesista. Poi che dovevo fare un cesareo. E l'anestesista improvvisamente c'era. E me l'hanno fatta l'epidurale. Per il cesareo.
Alla fine ero contenta. Era nato Lorenzo. Era la notte di Natale. Ero viva. Però mi è sempre rimasta la sensazione che il bambino avrebbe potuto nascere anche col parto naturale. Magari avendo un po' di pazienza. Magari facendomi l'epidurale, così mi sarei riposata un po'. Magari se non fosse stato il 24 dicembre e i medici fossero stati un po' meno scazzati. Chissà.
Comunque, due anni e otto mesi dopo, quando doveva nascere il mio secondogenito, non ho voluto farmi fregare: ho firmato settecento carte per partorire naturalmente e CON epidurale. Inizio il travaglio e vado tranquilla. Poi arrivo a quel punto per cui ti accorgi che devi prenderti qualcosa. Come quando hai mal di testa e aspetti un po' di vedere come va, perché non vuoi subito imbottirti di analgesici. A volte passa da solo, a volte rimane blando e non prendi niente, ma a volte ti scoppia irrimediabilmente e devi per forza farti di Aulin. Ecco, in sala parto, ero arrivata a quel punto. A quel punto c'è stato un breve ma intenso scambio di battute tra me e l'ostetrica che mi assisteva:
"Voglio l'epidurale".
"Sì, ora vediamo".
"No, la voglio subito, ho firmato, ho fatto le analisi".
"Ma sta andando bene..."
"No, TU stai andando bene, brutta puttana".
E ho partorito come Eva nella Bibbia. Con quel fottuto dolore. Che poi voglio vedere cosa ha partorito Eva. Perché probabilmente all'epoca, al di fuori del giardino dell'Eden, non era facile come oggi procurarsi del cibo e ingrassare. Non era facile essere in piena salute per tutti e nove mesi della gravidanza. E quindi non credo che nascessero bambini al di sopra dei 2 chili e mezzo. Ecco. Il mio secondogenito pesava 4 chili 350. Ricordo ancora il ginecologo di turno che ogni tanto entrava in sala parto e diceva: "Ah sì, è brava la signora". Come se dovessi fare qualcosa di eroico. Certo, di sicuro qualcosa di meglio del suo stupido lavoro. "Ehi, vedi di fare il bravo anche tu e chiamami quel cazzo di anestesista per cortesia".
La mattina dopo, nella mia stanza nel reparto con altre due neo mamme, mi monta l'incazzo. Le due si alzano dai loro letti come cerbiatti in primavera. Una si fa la doccia e poi si pettina i capelli. L'altra saltella tra la culla e la scatola di cioccolatini sul mobiletto accanto al letto. Si lamentano del fastidio sulla schiena, in prossimità del punto in cui hanno praticato l'epidurale. Poverine. In tutto questo io resto immobile. Seduta sulla mia ciambella. Guardando con odio qualsiasi essere umano con normali capacità motorie. I loro neonati pigolano con i loro 2 chili e tre di peso. Il mio barrisce, suscitando espressioni di disappunto tra i visitatori presenti.
Comunque quello che volevo dire oggi, sotto Natale, sotto i buoni sentimenti e sotto i buoni propositi, è: FATELE QUESTE EPIDURALI! Che siamo nel 2012. Che le donne lavorano. Che la madre che soffre non è necessariamente una buona madre. Che ognuno deve avere la libertà di scegliere e io scelgo la libertà di partorire senza dolore. Come quella mia amica che ha pure dormito, durante le doglie. La stronza. E soprattutto, l'epidurale è inserita nei livelli essenziali di assistenza. Come dire che è un diritto di base. Come misurare la febbre a uno con la polmonite. La vogliamo finire di ragionare come nel Medioevo? Che poi, cari ginecologi italiani, se è tanto importante per voi che il parto debba avvenire come nella preistoria, allora che li fate a fare tutti quei cesarei, tanto da superare di gran lunga la media europea? Com'è? Il cesareo va bene e l'epidurale no? E leggetevi questo articolo.
Dai, ditemi qualche cattiveria, adesso.

martedì 11 ottobre 2011

Quello sporco bagno dell'Autogrill

Signore e signori, buongiorno. Ho lasciato volutamente passare sotto silenzio il giorno del mio compleanno per non sentirmi obbligata al solito bilancio della vita. Bilancio che in genere faccio, appunto, quando compio gli anni e non a Capodanno, quando potrei essere sempre troppo ubriaca per farlo. Comunque andiamo avanti. Ho un anno in più e invecchio con dignità (anche perché mi sono iscritta a pilates, attività tipica di chi vuole combattere l'artrite e l'osteoporosi - tipo Madonna).
Ho fatto passare quindi un po' di giorni nel silenzio, ma friggevo per raccontarvi una cosa.
La scorsa settimana sono andata per lavoro a Reggio Emilia. E siccome era un momento di mio odio nei confronti dell'umanità intera, ho scelto di andarci in macchina e di evitare così qualsiasi contatto umano e disumano in treno. E, diciamocelo, ho scelto soprattutto di evitare Trenitalia con tutto ciò che si porta dietro. Ah che meraviglia. Se fatti sporadicamente, i viaggi in macchina sono una vera pratica zen. Senti la musica che vuoi, ti fermi quando ti pare, parli da sola facendo considerazioni profonde sul senso della vita (senza che nessuno ti contraddica), e quando hai bisogno di adrenalina ti immagini sfide all'ultimo chilometro con quel monovolume che ti ha superato due minuti prima. E poi c'è tutto l'universo dell'Autogrill. Un mondo veramente affascinante. Dove, non si sa perché, tutti si sentono in dovere di comprare un biglietto della Lotteria Italia, come se ci fosse la consapevolezza che tanto, nella nostra vita quotidiana del paesello, non si vince mai niente, mentre è nei luoghi casuali di passaggio che si annida la fortuna.
Mi sono fermata tipo a Bologna, per far benzina e bermi un caffè. Più tappa obbligata in bagno. Lo so, ho già affrontato in passato il tema del bagno. Che vi devo dire? Mi farò vedere da uno bravo. Però è li che ho notato una cosa fastidiosa. Come al solito, c'erano i soliti simboli (anche di simboli ho già parlato...aiuto!) che indicavano "uomini" da una parte e "donne" dall'altra. E in più, sulla porta delle donne c'era anche il simbolo della mamma che cambia il pannolino al figlio. E infatti poi entri e vedi che sul ripiano dei lavandini è poggiato un fasciatoio. Uau. Intanto facciamo progressi, perché non so da quanti anni gli Autogrill siano dotati di un tale servizio. Sicuramente quando da piccola viaggiavo con i miei genitori, mi cambiavano sul cofano della macchina. Un sollievo d'inverno e un inferno d'estate. Comunque, il fato ha voluto che proprio in quel momento scendesse ai piani bassi un padre con un neonato in braccio. E allora mi sono fermata a gustarmi la scena. Il padre si ferma. Guarda il simbolo della donna che cambia il figlio e subito assume un'espressione di inadeguatezza. Quel simbolo gli sta dicendo: "Ma sei rimbambito? Non lo sai che sono le mamme che devono cambiare i pannolini? Non penserai veramente di poterlo fare tu?" Con grande forza d'animo, vedo che prova a entrare nel bagno degli uomini e gettare uno sguardo impaurito, alla ricerca di un fasciatoio anche lì. Niente. Solo cumuli di carta bagnata sparsa ovunque (i bagni degli uomini sono sempre così, e non è uno stereotipo). Il bambino inizia a piangere. Il padre esce dal bagno dei maschi. Io sono tentata di aiutarlo, di prendere il fasciatoio e di portarlo momentaneamente nel suo bagno, ma mi fermo. La vogliamo finire di pensare sempre a tutto noi? E poi è giusto che la protesta provenga dai padri, in questo caso. Ha più valore. Con un certo disappunto, il padre risale le scale. "Ah! Adesso lo sentiamo". Penso io. Sicuro andrà a protestare con qualcuno dell'Autogrill. "Insomma, possibile che non ci sia un cazzo di fasciatoio nel bagno degli uomini? Costa 7 euro. Non è un grande investimento". Sì, io avrei detto così. Asciutta. Schietta. E invece no. Un minuto dopo, scende la madre, col bambino in braccio, ed entra nel bagno delle donne per cambiarlo.
Caporetto.
Disfatta su tutto il fronte.
Risalgo e vedo il padre con aria finalmente sollevata, che si beve il suo caffè.
"Datemi un biglietto della Lotteria, va..."

martedì 1 marzo 2011

La semplicità dell'uomo. Seconda parte: l'allattamento

L’esempio più classico dello schema donna-dubbi/uomo-nulla, ce l’abbiamo nel caso dell’allattamento. Recentemente ho partecipato a una discussione su un blog che parlava proprio di questo: la tortura psicologica a cui milioni di donne sono sottoposte quando devono allattare. Chi ha figli mi ha capita al volo. Chi non ne ha, ora glielo spiego. Allora, tu hai appena partorito, che è come se avessi corso la maratona di New York. Solo che dopo la maratona, quando arrivi al traguardo, torni in albergo, ti fai un idromassaggio di un’ora e vai a dormire per le seguenti 12. Poi fai colazione ed esci a fare shopping. Dopo il parto invece, quando vorresti farti l’idromassaggio, ti piazzano tuo figlio in braccio perché dicono che faccia bene al bambino e alla mamma stare appiccicati, e tu hai appena letto di quella figlia che ha ammazzato i genitori e pensi che magari è stato perché appena nata non ha dormito nel letto con la mamma. Quindi ti tieni il bambino addosso. Vorresti andare in bagno, vorresti dormire, vorresti farti un panino al prosciutto, ma niente, non puoi. Dello shopping non parliamo neanche. In quel momento capisci che la tua vita è finita per sempre. Certo, è finita solo la vita che facevi prima, adesso ne hai una ancora più bella e gratificante, capisci di aver dato un senso alla tua esistenza, ti sentirai sempre completa e appagata, i figli ti danno infinite soddisfazioni e amore. Ma queste sono considerazioni che vengono soltanto dopo, con il tempo. Intanto, a poche ore dal parto, vorresti solo essere a New York. Anche solo a fare colazione. E invece la colazione la deve fare tuo figlio, che si deve attaccare al seno e nutrirsi. Sembra facile eh? Cioè, lo fanno le donne da quando erano delle scimmie. Lo fanno tutti i mammiferi. Addirittura gli ornitorinchi, che dopo aver deposto le uova, scelgono di allattare. Ed è lì che ti accorgi di non essere sola. Ti rendi subito conto che l’allattamento non è una questione tra te e tuo figlio, ma una questione di tutti. Perché TUTTI avranno qualcosa da dirti sull’allattamento. E di solito non sono mai cose positive. Iniziano in ospedale, quando la rappresentante della lega del latte (che in genere è anche un’ostetrica) ti spiega come posizionare in maniera corretta il bambino e ti comunica la Prima Grande Regola dell’Allattamento: non esiste alimento migliore del latte materno per il bambino. A questo segue il Primo Grande Corollario alla Regola dell’Allattamento: il latte in polvere è veleno. Non fai in tempo a provare la prima sensazione di tuo figlio che si nutre da te, che subito te lo portano via per la pesata. E di solito, quando te lo riportano, non ci sono mai buone notizie: “Signora, suo figlio ha avuto un calo ponderale importante”. Che se non sei sufficientemente equilibrata e non hai una sufficiente padronanza della comprensione lessicale, potresti pure farti venire un colpo: “COS’HA AVUTO MIO FIGLIO???” Niente, ha avuto che quando è nato pesava 4,350 Kg e adesso ne pesa 3,800 (i riferimenti non sono puramente casuali: cito dati vissuti). È normale, visto che quando era nella pancia, il bambino era costantemente nutrito dal sangue della mamma, e una volta uscito, gli hanno tolto (tagliato) il rubinetto. E poi il latte alle mamme viene appena dopo circa 72 ore. Prima c’è questa cosa che si chiama colostro, che, voglio dire, già il nome…Ma che non è latte. Esattamente come le uova di lompo non sono caviale. Insomma, è ovvio che il bambino cali di peso. Lo recupererà, pensi tu fiduciosa. Ma intanto all’ospedale, dopo aver appreso la Prima Grande Regola dell’Allattamento, con relativo Corollario, scopri che quando portano tuo figlio a fare le canoniche visite, gli danno pure un rinforzino di latte in polvere, perché “ha avuto il calo ponderale”. In pratica, stando a quello che ti dice la rappresentante della lega del latte, lo avvelenano. Dopo un paio di giorni torni a casa, e hai già perso il controllo della questione dell’allattamento.
A questo punto le madri si dividono in due categorie: quelle che allattano senza problemi e quelle che allattano con problemi. Quali problemi?
- Il bambino si attacca male e ti vengono le ragadi (delle specie di piaghe sanguinanti, che nemmeno le scarpe nuove senza calze ti procurano)
- Il bambino si attacca bene, ma ci rimane per ore e quando lo stacchi, grida come un maialino da latte
- Il bambino si attacca bene, ma ci sta poco e non cresce
- Tu devi tornare a lavorare
La risposta unica a tutto ciò, la risposta semplice, quella maschile insomma, sarebbe: latte in polvere. Fine della sofferenza, fine dei pianti, fine della denutrizione, fine dei problemi. E invece ti viene subito fornita la Seconda Grande Regola dell’Allattamento: ci vogliono pazienza, perseveranza e resistenza al dolore. Primo Corollario alla Seconda Regola: non esistono donne che non hanno abbastanza latte. Secondo Corollario alla Seconda Regola: se non allatti sei una cattiva madre. La storia del lavoro invece, ti taglia direttamente fuori da ogni discussione.
Quindi tu sei lì, a casa, sola, mentre il tuo compagno ha ripreso la sua vita di sempre e realizzi che quindi è solo la TUA di vita, che è finita. Cerchi di allattare questa creatura che però piange insoddisfatta e nemmeno tu ti senti un granché bene. Pensi al latte in polvere, a quanto sarebbe più veloce, indolore e soddisfacente per la fame del bambino, ma ti trattieni. Come se avessi pensato di ucciderlo. E in effetti hai pensato anche a quello. E cerchi conforto sulle riviste, sui forum, tra la gente. Tutti sono molto prodighi di consigli. Pure quelli che non hanno mai avuto figli. Ma non sai deciderti. Come quando devi scegliere i vestiti per andare a lavorare. Poi, grazie al cielo, subentra l’istinto di sopravvivenza, e con un liberatorio “Vaffanculo” fai di testa tua. Qualcuna opta per la resistenza fino alla morte (sua o del bambino) e qualcun’altra sceglie il biberon. E va a farsi un bell’idromassaggio con il bambino. Io sono una di quelle. Ho detto vaffanculo alla lega del latte, vaffanculo all’ostetrica, vaffanculo ai forum su internet, vaffanculo a tutti quelli che ti dicono che “Il latte materno è l’alimento migliore che esista per il bambino”. Perché presumo che sia anche meglio la frutta del proprio orto senza concimi e pesticidi, ma se non hai un orto, la frutta te la compri al supermercato e nessuno ti viene a dire che stai avvelenando tuo figlio. Chissà perché. Poi fai anche mente locale, e pensi che se è stata inventata la figura della balia, che aveva come funzione quella di allattare i bambini delle altre, una ragione ci sarà. Forse che qualche altra donna, prima di noi, ha avuto problemi di allattamento? Forse che una volta, senza le balie, c’erano dei bambini che morivano? E forse, senza il latte in polvere, ce ne sarebbero anche oggi.
Questo per il mio primo figlio. Per il secondo è stata una passeggiata. Ancora prima che nascesse ho comprato due scatole di latte in polvere, di cui poi, ironia della sorte, non ho avuto bisogno, fino a quando non sono tornata a lavorare, e sono stata esclusa da questo genere di discussioni.
Poi ti guardi in giro, e scopri che pure quelle che hanno fatto tutte le cose che andavano fatte, quelle che hanno seguito tutte le Grandi Regole e i loro Corollari, vengono comunque criticate. Tipo perché hanno scelto di allattare oltre i primi sei mesi del bambino. Come se ci fosse una Terza Grande Regola dell’Allattamento: okay, hai dato a tuo figlio il tuo latte, però adesso basta, eh. Su che basi non si sa. Come se questo latte prodigioso, alla lunga facesse male. Ma che fa? Scade?
Bene, in tutto questo, nel mezzo di elucubrazioni, dubbi, sofferenze e patimenti fisici e psicologici, l’uomo ti guarda con stupore e smarrimento e sembra chiedersi “Perché?” E in effetti dovremmo chiedercelo anche noi. Perché l’uomo è una creatura semplice, e dovrebbe esserlo un po’ di più anche la donna.
Fine seconda parte.

mercoledì 5 gennaio 2011

Tardone e tardoni

Arrivo un po' tardi sul gossip di fine anno che tanto ha appassionato l'opinione pubblica italiana, e cioè la nascita di Penelope Nannini. A dire la verità non ero molto stimolata a parlare di questo fatto, perché non mi ero fatta un'opinione precisa. In genere sono molto affezionata al concetto di libero arbitrio, per cui è giusto che ognuno faccia le scelte che meglio crede. Probabilmente Gianna Nannini avrà considerato i vari pro e contro di mettere al mondo una creatura alla sua veneranda età. Probabilmente avrà pensato che se Mick Jagger saltella ancora sugli spalti a settant'anni, fare un figlio a 54 non è poi così fuori dal mondo. Chissà. Comunque oggi mi salta all'occhio un articolo che ci dice che Carla Bruni, per favorire la prossima elezione del marito, voglia dargli un figlio. Si tratta del solito meccanismo (che pare funzioni), secondo cui la gente vota più volentieri i candidati sposati con figli. Su questo non commento. Commento invece tutto il gran parlare che si fa di donne celebri, che secondo la stampa dovrebbero (o non dovrebbero) intraprendere una gravidanza. Ne ha parlato prima di me Cinzia Sasso, giornalista di Repubblica, nel suo blog, a proposito di un articolo su Elisabetta Canalis, in cui si evidenziava con un certo sgomento che la ragazza aspettasse ormai da ben 17 mesi di essere sposata, e che 32 anni sono un'età pericolosa, perché George Clooney potrebbe tranquillamente ripiegare su candidate molto più giovani (e meno vicine alla menopausa). Allora, io non vivo in campagna e non ho dimestichezza con le fattorie, ma credo che questo discorso ben si adatti al mondo dell'allevamento, quando la sopravvivenza dell'attività del fattore dipende da tutta una serie di variabili come: la fertilità degli animali, l'età delle mucche, la nascita di nuovi vitelli, l'accoppiamento. Allora, George, quando facciamo questo nuovo vitello? Siamo sicuri che quella mucca vada bene? Non è che magari vogliamo provare con una più giovane, e quella la mandiamo al macello? Non vorrai mica far fallire tutta l'industria del gossip? Insomma, siamo stufi di scattare foto alla tua fidanzata quando porta un maglione largo ipotizzando che sotto ci sia un po' di pancetta da gravidanza. Che poi magari era solo perché la sera prima ha esagerato coi pandori.
E poi mi arriva l'articolo su Carla Bruni, che è una vita che ci trifolano con la storia che forse è incinta, che a quell'intervistatrice ha detto di pregare ogni giorno per l'arrivo di un bambino, che ha 43 anni ma che significa. Che poi sembra che tutta la realizzazione di Carla Bruni e di Sarkozy dipenda dall'arrivo o meno di un figlio, quando di figli loro, in totale ne hanno già quattro. Tre lui e uno lei. Ma quello che mi inorridisce è la solita univocità delle considerazioni. Non si è capito perché l'arrivo di queste benedette creature debba dipendere soltanto dalla donna. 43 anni sono un'età in cui obiettivamente una donna fa più fatica a rimanere incinta, ma neppure i 55 anni del compagno aiutano. Com'è che non leggo da nessuna parte un commento che dica: "Beh, forse la Bruni dovrebbe scegliersi un marito più giovane, più fresco e più fertile. Forse dovrebbe farsi un giro nelle banlieues". E, seppure con la morte nel cuore, credo che nemmeno George Clooney sia più così "in forze" come un tempo. E mi sa che pure la Canalis non avrebbe problemi a sostituirlo con uno molto più giovane. Ma questo non fa gossip, perché anche il mondo dell'editoria del pettegolezzo ha le sue regole sessiste. Demi Moore con il suo giovane compagno non fanno molta notizia. Questa cosa della donna più vecchia che sta con il giovanotto è un po' una stramberia.
Del resto - e qui ritorno su Gianna Nannini - l'Italia intera si è espressa in considerazioni di ogni tipo sulla tardiva gravidanza della cantante. "Quando la figlia avrà vent'anni, lei ne avrà 74".
"Non è giusto condannare un figlio a vivere da orfano così giovane".
"Ce la farà a tenerla in braccio?"
"Come farà a starle dietro?"
Giuste o no, queste considerazioni io non le ho mai lette o sentite nel caso di Charlie Chaplin, investito anzi da un'aura mitica proprio per aver messo al mondo figli fino a novant'anni. O per Mike Bongiorno, che quando è nato il suo terzogenito, di anni ne aveva 65. O per Michael Douglas, padre a 59.
Poveri padri: di loro, se muoiono presto, a nessuno gliene frega niente.

lunedì 8 novembre 2010

Diario di un fine settimana

Pare che un blog sia una sorta di diario personale, in cui l'autore annoti pensieri personali, fatti accaduti (più spesso soltanto nella sua fantasia), considerazioni, deliri vari. Ecco, mi pare che finora, a parte qualche rapida incursione nella mia vita domestica, ci sia stato poco diario. Oggi, per soddisfare il target dei guardoni (per intenderci, tutti quelli che passano le ore su facebook a esaminare le foto di amici di amici, o che spulciano le liste dei contatti di ognuno per vedere chi conosce chi e se si scrivono sulle rispettive bacheche), racconterò quello che ho fatto nel fine settimana. Ma siccome il web richiede sintesi, per brevità parlerò soltanto del sabato. Tutti gli altri possono tornare domani, a leggere uno dei miei soliti post. Ma tanto lo so che leggerete tutti fino in fondo. Inutile che facciate tanto gli intellettuali.
Dunque, il mio week-end inizia sabato mattina, con classico giro in centro con le amiche. Un caffè, qualche vetrina, qualche incontro con gente che ti dice meravigliata: "Ti vedo bene!", ovviamente tutti chiedono dove io abbia abbandonato i miei figli, immaginandoli sottratti dai servizi sociali. In questa cornice, si muovono migliaia di persone che, come me, ricercano un po' di relax fluttuando senza meta per le vie già addobbate per il Natale (tanto che mi sono chiesta se le abbiano mai tolte, dall'anno scorso, quelle cavolo di decorazioni). Lo scorso sabato ero rimasta folgorata dalla visione di tre giovani padri con passeggini. Questa volta noto una cosa molto particolare delle coppie che circolano con i figli al seguito: chi spinge il passeggino è sempre l'uomo. La donna in genere cammina con un'espressione di stupore dipinta sul volto, come a dire: "Cazzo, non ho niente attaccato alle mani!". Il padre invece è pienamente soddisfatto dal compito assegnatogli. Come quando gli dicono di tagliare il cordone ombelicale dopo il parto. Cioè, lui è l'uomo. Il passeggino lo guida lui. Perché è un lavoro di fatica, e a lui piace aiutare la sua compagna. Fateci caso. Avete mai visto una coppia passeggiare e la donna portare il passeggino? Molto raramente. E in quei casi state certi che è così perché la coppia ha appena litigato, o lui le ha appena detto che non potrà venire al pranzo con i parenti perché c'è il Gran Premio. "Ma vaffanculo. Dammi il passeggino, va'". A chi mi diceva che la realtà della vita è molto diversa dai sabati mattina trascorsi per le vie del centro, non posso che dare ragione. Probabilmente, se durante la settimana i padri si sobbarcassero i figli in egual misura delle donne, non sarebbero più così solerti a portare il passeggino, che verrebbe quindi equamente spinto, tipo dieci minuti a testa, da ognuno dei due.


Comunque, il mio sabato si intensifica nel pomeriggio, quando il secondogenito si sveglia dal sonnellino con un orecchio incrostato di sangue. Alla notizia che dobbiamo andare tutti al pronto soccorso dell'ospedale infantile, il primogenito esulta. Primo perché erano giorni che mi implorava di andare a giocare all'ospedale, perché i giochi che hanno lì sono fantastici (il che mi ha fatto subito sospettare che avesse attentato lui alla vita del fratello per raggiungere il suo obiettivo). Secondo perché non era lui a dover essere visitato. Rifocillo i nani perché non si sa mai quanto ci si mette al pronto soccorso, spiego a Lorenzo che quella non è una gita per cui non possiamo portarci la borsa frigo, montiamo in macchina e partiamo. Ovviamente non era niente, ma comunque Lorenzo ha tenuto ad informare il pediatra di turno che lui da grande farà il dottore dei bambini, perché ci sono tanti giochi. E mentre si disquisiva di ciò, il piccolo sbraitava come una sirena, offesissimo per essere stato visitato a tradimento e aver subito l'onta del fratello che gli dava dello sfigato. Poi Lorenzo, credo per fare un sopralluogo più approfondito, inizia a bighellonare per il pronto soccorso. Il dottore lo richiama più volte chiedendogli di non allontanarsi e di stare vicino alla mamma (in quel momento impegnata in una lotta all'ultimo sangue per chiudere le fauci dell'alligatore che si dimenava in braccio). Ma niente. Poi, quando la fa troppo sporca e cerca di aprire una porta, un'infermiera lo incenerisce sibilando: "VAI DALLA MAMMA". E in un nanosecondo mi ritrovo Lorenzo attaccato alla giacca, non sapendo nemmeno lui come. Il dottore, muto e col capo chino riprende a scrivere il verbale e il piccolo, per un attimo, smette di piangere. Non c'è niente da fare, i bambini riconoscono subito l'autorità femminile. Ci sarebbe da scoprire adesso, quand'è che smettono di farlo. Ci sarà un evento traumatico nel loro processo di crescita? Che ne so, quando iniziano i baffi finisce anche il rispetto per la donna? Non so se riusciremo mai a scoprirlo.


La giornata termina a teatro, per uno spettacolo molto bello su Puškin e Mozart - artisti della libertà, in cui recita un vecchio amico. Lo spettacolo previsto per il giorno dopo da quella rassegna è tratto da "Lo stupro" di Franca Rame. Ecco, non sempre c'è un lieto fine nei diari. Infatti oggi è lunedì, e il fine settimana è finito.

martedì 26 ottobre 2010

Madri Coraggio

Continuo con il filone "domande fastidiose che ti fanno le persone per strada" ed esploro l'universo delle donne, sposate e non, che si azzardano a circolare per la città con i loro bambini. Nel post "Sposata o sfigata?" si parlava della disapprovazione della gente nei confronti delle donne che, superati i 30 anni, non si sono ancora degnate di accasarsi. Beh, non consolerà le amiche single, ma le donne "realizzate" con figli sono comunque oggetto dello stesso disappunto. Non per la loro condizione di madri, ma per la loro inadeguatezza a esserlo. Premetto che oggi, con le condizioni di lavoro che regrediscono progressivamente verso i tempi della Rivoluzione Industriale, avere un figlio diventa sempre più un'impresa eroica e sempre meno un fatto naturale. Una donna che mette al mondo una creatura e pensa poi di mantenere il lavoro, il marito, le amicizie e la salute, rimane spesso delusa, trovandosi ad affrontare prove che nemmeno all'Isola dei famosi si azzardano a proporre. Parlo per esperienza personale. Prima di avere figli pensavo che, in fondo, l'Umanità procrea da millenni, anche in tempi di peste, colera, guerre. E che sarà mai oggi? Una passeggiata. Dopo il primo figlio ho iniziato a nutrire i primi dubbi, e per essere veramente sicura, ho voluto farne un secondo. Ecco, adesso posso finalmente dire che mi sbagliavo. Quando c'era la guerra e le famiglie erano comunque numerose, le donne si aggregavano in una specie di asilo collettivo, dove c'era la mamma, la nonna, la zia, la cugina e dove i bambini giocavano tutti assieme nei cortili senza il rischio di venire investiti da un SUV o iniziati allo sniffo della colla (sorte che peraltro è toccata a tutta la mia generazione, cresciuta facendo le caccole con la UHU). E comunque c'era un'incondizionata fiducia nell'angelo custode, che faceva in modo che nessuno si facesse male. Non gravemente, almeno. Queste donne si consigliavano, si aiutavano, davano un occhio ai bambini, cucinavano, badavano alla casa. Era una società di mutuo soccorso. Poi, con il boom del secondo dopoguerra, con l'arrivo degli elettrodomestici e la necessità di consumare (e acquistare) sempre nuovi prodotti, le donne hanno iniziato a dare un aiuto economico in casa. Hanno iniziato a lavorare anche loro. E hanno scoperto che non era niente male poter seguire le loro inclinazioni e realizzarsi in qualcosa che non fosse solo l'economia domestica. Quindi, la mamma, la nonna, la zia, la cugina adesso lavorano e non passano più le giornate tutte assieme. Ogni donna, oggi, è sola. Sola nella gestione dei figli intendo. A parte quei casi illuminati in cui il marito o compagno si prodiga per la parità nell'accudimento dei pargoli. In questo simpatico quadretto, quando ti nasce un bambino, come punti di riferimento hai solo Beautiful e Donna Moderna. Non c'è più il gineceo che ti consigliava e ti sosteneva settant'anni fa. C'è solo Brooke che sforna neonati con chiunque ed è sempre molto felice di diventare madre. Brooke non cambia pannolini, né porta i bambini in asilo, non passa le notti in bianco e non le fanno mobbing in ufficio (al massimo la obbligano a sessioni di sesso selvaggio nella sauna aziendale). Ora, ditemi voi una madre tra i 30 e i 40 anni oggi, come deve fare a sopravvivere. Ed è quindi con mille dubbi, paure e incertezze, che le donne moderne (con le iniziali minuscole) intraprendono la loro maternità. Un po' alla cieca, un po' sentendo il pediatra, un po' iscrivendosi ai forum dedicati su Internet, un po' chiedendo a qualche amica con figli più grandi. In tutto questo, ovviamente, il lavoro non sta ad aspettare. Né le aspettative del mercato, né quelle della società, che comunque pare non essersi accorta che le bombe (almeno da noi) hanno smesso di cadere e che i bambini non giocano più nei cortili. Praticamente siamo madri nate tutte più o meno negli anni Settanta, calate in un contesto sociale fermo agli anni Quaranta. Ed ecco la disapprovazione. Il bambino piange nel passeggino? "Ah, si vede che ha fame. Dovrebbe fermarsi ad allattarlo". Il bambino dorme nel passeggino? "Stia attenta che poi scambia il giorno per la notte!" Il bambino gioca nel passeggino? "Guarda guarda che vivace...ha provato a portarlo in piscina? Rilassa, sa?" Il bambino non fa un cazzo di niente nel passeggino? "Uh! Mi sembra un po' pallido, dovrebbe mangiare carne rossa, se lo allatta". Poi, ti fanno una testa così per allattarlo al seno, facendo terrorismo psicologico sul latte artificiale. Ti dicono che l'allattamento naturale è quello migliore perché è sano e comodo, perché "la tetta c'è sempre" (come se dovessi fare una spedizione nel deserto). Ma quando ti fermi in un bar o su una panchina e tiri fuori tutto il tuo armamentario, passa sempre qualcuno che ti guarda scuotendo la testa, o nella peggiore delle ipotesi il cameriere ti chiede di andartene a casa tua, dove, a quel punto, gli prepari un bel biberon di latte in polvere. Insomma, ti fanno tante pressioni perché ti devi sposare a un'età ragionevole e devi riprodurti per dare un senso alla tua inutile vita e quando lo fai, non sei comunque all'altezza. Chiunque tu incontri per strada, maschio o femmina (ma soprattutto le femmine) ne saprà sempre più di te. In questo momento storico, in pratica, una donna non è all'altezza di fare un lavoro di responsabilità, ma nemmeno di crescere un figlio. Disastro su tutta la linea. E allora, forse, fanno bene le single, che, discriminazione per discriminazione, almeno vanno a divertirsi.