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giovedì 14 febbraio 2013

Ridiamo e battiamo le mani


Io, figlia della televisione, cresciuta assieme alle reti Fininvest, quando il logo di Canale 5 era una specie di lombrico con la testa di drago cinese (poi chiamato "Biscione"), Italia 1 era la rete dei gggiovani e Retequattro quella dei vecchi, sono stata educata, assieme all'intera mia generazione, a pochi ma solidi principi:
- la RAI non si guarda
- la felicità è un must assoluto, purché si tenga la TV sempre accesa
- se non sei felice è perché Tana delle Tigri minaccia i bambini di un orfanotrofio
- la mitologia greca ha incredibilmente plagiato la trama di Pollon
- è normale avere una quinta di reggiseno
- il progresso si sostituisce a Dio, da quando ha creato il telecomando e tu non ti devi più alzare dal divano per cambiare canale

Faccio queste considerazioni nostalgiche, quando, trent'anni dopo, mi trovo davanti al monitor del mio portatile, guardando un filmato su youtube e vedo il mio educatore, il mio creatore di felicità, che chiede a una giovane signora se viene e quante volte viene. Mi aspetto che da un momento all'altro salga sul palco l'Uomo Tigre facendo una delle sue mosse vincenti, prendendo quell'uomo cattivo alle spalle, stringendo i suoi bicipiti attorno al collo. Ma non succede niente. Allora penso che forse quella donna è in realtà Wonder Woman e adesso lancerà il suo cerchietto di metallo in faccia al suo dileggiatore, ma niente.
Faccio appello a tutta la mia razionalità e penso che forse potrebbe telefonare almeno la fidanzata di lui, dicendogli di smetterla di fare il porco con qualsiasi cosa respiri. Potrebbe reagire quella donna, vincendo il suo imbarazzo e dirgli di vergognarsi, che c'ha ottant'anni e che è patetico e che è lui che non viene più da duemila anni.
NON SUCCEDE NIENTE.
No, una cosa succede: risate e applausi dal pubblico.


Ed eccoci qui, paralizzati come è paralizzata tutta l'Italia. Paralizzati perché chissà dove abbiamo lasciato la nostra dignità, per cui accettiamo tutto "perché sennò chissà che cosa ci succede, perché potremmo perdere il lavoro, i soldi, l'approvazione della gggente". Allora ridiamo. Ridiamo e battiamo le mani, noi che siamo cresciuti con il concetto dell'applauso a comando. Ridiamo e battiamo le mani come tanti bambini deficienti.

Ma piangiamo anche. Ci commuoviamo davanti alla tenerezza di quest'uomo che adotta una cagnolina. Non solo, ma quando non siamo tra quelli che lo votano, quest'uomo, quando siamo tra coloro che lo disprezzano, che non lo vorrebbero vedere mai più, perché non gli diamo alcuna fiducia né credibilità, ci comportiamo comunque come lui ci ha insegnato, e allora facciamo le battutacce sul
fatto che lui adotta l'ennesima cagna. Lui è un ladro, un approfittatore, un disonesto, ma le donne che frequenta sono peggio, sono delle cagne. Cagne in calore. Animali. Cose. Non umane. Minus quam. Meno di zero. Meno di lui.


E quindi vale tutto. Anche Neri Marcorè che dice a Mara Carfagna che almeno con lei qualcosa si tira su. Perché la Carfagna è un'altra cagna. L'ennesimo animale che circola in Italia. E le si può dire di tutto, perché lavorava in TV e ha fatto un calendario, per cui, se fai queste cose, lo devi sapere
 che diventi cagna e che la gente ti disprezzerà perché non badi a sufficienza alla tua virtù. E trovo ipocriti anche quelli che giustificano i loro insulti dicendo che la Carfagna è una politica inconsistente, perché se è così, dici che è una politica inconsistente e non una cagna.

Oggi è San Valentino.
Umberto Smaila, salvaci tu.

mercoledì 24 ottobre 2012

"Faccio le pulizie e poi ti spacco la faccia"

































Ok, abbiamo un problema. Soprattutto io, che ne ho due. Ieri ho dovuto affrontare una discussione molto dolorosa con i miei figli maschi, rispettivamente di tre e quasi-sei anni. Guardavamo la pubblicità dei giocattoli in TV e loro si divertivano a fare la lista di quello che avrebbero chiesto a Babbo Natale quest'anno. Una lista che includeva qualsiasi gioco proposto ovviamente. O meglio, QUASI qualsiasi gioco. Per la precisione solo i giochi socialmente individuati come giochi per maschi. Quando sono arrivate le pubblicità delle varie principesse, c'è stato un coro di BLEAAAAAH! Accompagnato da cori da stadio e da considerazioni del tipo: "Che schifo! Sono giochi per femmine!"

Confesso che sul momento (ma forse ancora adesso) avrei preferito che mi dicessero: "Mamma, volevo dirti che mi drogo da quando avevo due anni e mezzo". Oppure: "Mamma, io in realtà non sono tuo figlio, sono una marionetta".
Cose così.

Invece ho dovuto sentire e subire tutto questo in silenzio. Oddio, in silenzio non tanto. Chi legge questo blog da un po' di tempo, può immaginare la mia reazione a riguardo. Ho ristabilito l'ordine soltanto dopo averli minacciati di buttare alle fiamme la loro cucinetta Ikea con tutte le pentole e i bicchieri, di defenestrare il bambolotto che piange quando gli levi il ciuccio, di buttare nell'immondizia l'aspirapolvere e di bastonarli con il mattarello che usano per preparare i biscotti col papà. Così potranno veramente iniziare la loro tanto amata vita da maschioni.

Come se tutto ciò non bastasse, la situazione si è anche aggravata con lo spot del nuovo castello di Cenerentola di Mattel. Purtroppo non l'ho trovato in rete, ma recita più o meno così: "bla bla bla...magia...bla bla...sogni...bla desideri...bla bla bla...finisco di pulire e vado al ballo...bla bla...felicità...principe...bla bla bla"

EH??? FINISCO DI PULIRE E VADO AL BALLO???

Ma siete completamente rincoglioniti o cosa?
Già la storia di Cenerentola è avvilente per qualsiasi donna, e di questo abbiamo già discusso ampiamente in passato (basta che digitiate "Cenerentola" nello spazio di ricerca su questo blog). Già dobbiamo ancora oggi fare i conti con le false aspettative che quella fiaba ci ha indotto, e quando pian piano, forse e con tanti sacrifici ne stiamo venendo fuori, ecco che ci propinano la versione peggiorativa della storia! Cioè, almeno nel film della Disney era chiaro che Cenerentola era infelice con la matrigna e le figlie! L'abbiamo vista piangere, povera creatura! Lei non voleva fare la serva! Voleva andare al ballo e sposare il Principe.
E invece in questo spot che mi dicono? "Finisco le pulizie e vado al ballo". Lo so, lo so, sembra un'inezia, un particolare insignificante. Sembra che mi fisso. Ma la questione invece è importante. Le parole sono importanti. Soprattutto quelle buttate là, in uno spot per un giocattolo per bambini. Non c'è tensione in questo spot, non c'è dramma. Tutto è bello, magico, fantastico. Altrimenti il gioco chi se lo compra? Ma così passa anche il concetto che è ASSODATO che prima di andare al ballo si devono finire le pulizie. Come quando dico ai miei figli maschi: se prima non mettete a posto non si va a casa degli amici. E così la Cenerentola di quello spot non soffre a fare le pulizie. No. Dopotutto sono solo una fase necessaria prima di andare a divertirsi. E infatti nel castello di Cenerentola ci sono le stanze fatte apposta per sintetizzare e stemperare in un unico ambiente tutta la sua storia. Troviamo l'armadio con il primo vestito, troviamo il vestito del ballo e troviamo la scopa col secchio. Tutto insieme.
Ma dovete sentire poi il tono con cui la bambina-Cenerentola dice "Finisco le pulizie e vado al ballo"! Serena, emozionata, felice. Un film dell'orrore.

Ma poi sembra che io non voglia fare le pulizie e ce l'abbia con l'igiene domestica. Ma no. Va bene. Facciamole queste pulizie. Anche prima di andare al ballo. Però voglio che poi, anche i Bakugan, anche i Gormiti, i Ninjago e tutti i mostri del mondo facciano la stessa cosa prima di andare a combattere. Voglio sentire il prossimo spot di Ben Ten che dice "Faccio le pulizie e poi vengo a spaccarti la faccia". Allora va bene.
Intanto, il castello di Cenerentola sarà il regalo di Natale dei miei figli.

venerdì 28 settembre 2012

Come essere una Principessa realizzata

In un tranquillo pomeriggio di un paio di settimane fa, ho portato i miei figli a vedere Brave - Ribelle, l'ultimo film Disney per grandi e piccini.
Mentre le creature erano impegnate a scafandrarsi secchi king size di popcorn, commentando ogni scena con i loro amichetti, io cercavo di scorgere in questo film "coraggioso" i semi del cambiamento.
Diciamo che la Disney non è mai stata un esempio di apertura e anticonformismo, per cui mi è sembrato strano adesso sentir parlare di una principessa ribelle. Diciamo che sono partita un po' prevenuta, visto che anche Cenerentola è stata fatta passare per ribelle, dato che ha contravvenuto gli ordini della matrigna ed è andata di nascosto al ballo per farsi impalmare dal Principe. A pensarci bene, anche più recentemente, se pensiamo a Mulan per esempio, non è che siano stati fatti dei grossi passi avanti: Mulan parte per la guerra di nascosto, per salvare il padre, ma lo fa vestita da uomo, perché altrimenti non avrebbe avuto nessuna speranza di farcela. Usa l'inganno e poi non è che faccia proprio la rivoluzione: cioè, non è che a lei freghi qualcosa di andare in guerra. Lo fa per salvare suo padre, gesto nobilissimo, per carità, ma la ribellione è un'altra cosa. Fra l'altro, Mulan dimostra un'intrinseca inettitudine verso i comportamenti sociali imposti alle giovani donne come lei, ma non per questo si sogna di cambiare le cose. Anzi: ne esce avvilita e svilita, convinta intimamente di disonorare la sua famiglia perché nessun uomo la sposerà mai. Cioè, non è che senti dire a Mulan: "Guarda mamma, a me di servire il tè a mio marito non è che interessi un granché, vorrei leggere dei libri, studiare e coltivare i miei interessi. Magari proprio con lui. Mamma, sai che c'è? Io voglio avere un compagno più che un padrone". E che dire della Sirenetta? Ribellione al padre per inseguire un uomo e il suo sogno d'amore.  E, orrore degli orrori, è disposta addirittura a perdere la voce per avere un paio di gambe al posto della pinna! Non la sfiora nemmeno per un momento che quell'uomo, se merita veramente, la può amare così com'è. Tipo come ha fatto Belle con la Bestia, per esempio. Non ho capito perché devono essere sempre e solo le donne a sposarsi con i cessi. Il massimo lo tocchiamo con la principessa Fiona che si sposa Shrek. Ma non polemizziamo. Brava Ariel, hai fatto bene, poi che hai fatto nella tua vita? Insomma, io vorrei sapere se tutte queste principesse hanno mai veramente fatto ciò che volevano. A parte sposarsi.
E mi vedo Brave - Ribelle. La protagonista, Merida, si diverte una cifra con le armi del padre, mentre la madre la bacchetta in continuazione sperando di insegnarle come si deve comportare una vera regina. Poi la madre le combina il matrimonio con un giovane rampollo e Merida si ribella. A lei non interessa sposarsi, vuole solo decidere da sola con chi e quando e se, immagino. Dico immagino perché in realtà questa cosa non è molto approfondita. Anzi, dal film sembra che la protagonista voglia semplicemente rimanere single, una specie di amazzone solitaria che tira con l'arco e non riesce a pettinarsi mai i capelli. Insomma, le intenzioni mi sembravano buone: finalmente qualcuno che dice NO alle convenzioni senza trovare delle scuse come Mulan. Solo che poi esco comunque con l'amaro in bocca: possibile che si riduca sempre tutto a "matrimonio sì / matrimonio no?" La realizzazione di Merida dipende soltanto dalla presenza o dalla assenza di un uomo al suo fianco?
Non c'è mai l'opzione: tiro con l'arco e trovo anche un uomo che mi piace con cui condividere le mie passioni? Siamo ancora nello stereotipo che se vuoi fare il ribelle puoi anche farlo, ma devi pagare il prezzo della solitudine, o passare per la "stramba" di turno?
E con questo inquietante interrogativo, ho riportato i miei figli a casa, che hanno detto: "Simpatica, Merida".

martedì 27 marzo 2012

L'orrido

Nell’orrida stazione dei treni di Mestre, c’è un’orrida edicola che vende dalle figurine Panini all’ultimo libro di Marra. Nell’orrida stazione dei treni di Mestre c’è un’unica cosa per cui si è disposti ad accettare il cambio del treno in quel luogo ingiustificato: il tramezzino tonno e uovo dell’orrido bar. Il tramezzino tonno e uovo di Mestre rappresenta il perfetto equilibrio tra chimica e fisica, rasentando la perfezione tra gusto e sensazione tattile. È incredibile come riescano a rendere coeso un abbinamento del genere: il tonno non sgocciola e non unge, ma è morbido e avvolge quel mezzo uovo sodo con affetto materno, impedendo che questo si sbricioli prima di toccare le vostre labbra. Poesia culinaria. Sembra che quel tramezzino lo sappia. Quel tramezzino sa di essere venduto nell’orrido bar dell’orrida stazione, dell’orrido comune di Mestre. Ed è per questo che è così buono: sente su di sé tutta la responsabilità di essere l’unico motivo per cui non radono al suolo Mestre. Mestre è una città, ma la sua stazione non compare tra le destinazioni sulle macchinette per i biglietti e nemmeno sul sito di Trenitalia. Mestre è in realtà Venezia Mestre. E non so se sia più imbarazzante per Mestre, che pure conta duecentomila abitanti, non avere di fatto una stazione riconosciuta con il suo nome, o per Venezia essere messa in comune con il concetto dell’orrido. Stavo facendo queste considerazioni oggi, mentre transitavo proprio per quella stazione con il mio bravo Eurostar frecciainculo per Milano. E facevo queste considerazioni perché non c’è in effetti posto più coerente perché si perpetrasse lo scempio di cui vi sto per parlare.
In quell’orrida edicola dell’orrida stazione sono stati avvistati degli orridi prodotti di merchandising. E indovinate un po’ di quale personaggio? Bravi: dei Barbapapà (il prequel lo trovate qui). Erano degli adesivi gommosi, di quelli che sono un po’ in rilievo e che una volta attaccati, nemmeno il napalm può fare nulla per staccarli senza lasciare tracce bianche e appiccicaticce. Su ogni adesivo c’era un personaggio: un Barbapapà, un Barbamamma, un Barbaforte, un Barbabravo, un Barbabarba, un Barbazoo e uno per Barbabella, Barbalalla e Barbottina. Cioè: un unico adesivo per tutte e tre le bambine insieme. Che abbiano finito la colla? Si sono accorti che non avevano abbastanza soldi per fare degli inutili adesivi corrosivi anche per i tre personaggi femminili? Mi sono già espressa sulle scelte del marketing di chi detiene i diritti dei Barbapapà, ma assieme ai diritti saranno detenuti anche i doveri no? Ci sarà un minimo di codice deontologico che, per esempio, ti impedisce di raffigurarli in contesti di depravazione, di infilare uno spinello in bocca a Barbabarba, di far assumere anabolizzanti a Barbaforte, di lasciare solo Barbazoo con le pecore. Insomma, non è che puoi metterli come ti pare. E allora, mi ripeto, fate i bravi: rispettate l’etica di quel cartone animato e date anche alle figure femminili il loro giusto spazio.

mercoledì 22 febbraio 2012

"Tu li vedi trasformare, come gli vaaa..."

Poi dici che non mi devo incazzare. Ma dico io, TUTTI sanno che i Barbapapà sono il cartone animato più rivoluzionario del mondo. Negli anni Settanta erano gli hippy di riferimento per tutti i bambini. Ne ho già parlato lungamente qui. Ma evidentemente a qualcuno è sfuggito. A qualcuno del marketing. A qualche account che aveva fretta di farsi di cocaina, presumo. Allora, ripetiamo insieme: in mezzo a tutti i cartoni animati sessisti o fortemente stereotipati, in mezzo a principesse, principi, robot maschi e streghe femmine, i Barbapapà sono tra i pochi che si salvano, per equità e parità di genere. Maschi e femmine, genitori e figli lavorano sempre tutti insieme per raggiungere un obiettivo socialmente condivisibile e giusto. Barbamamma non lavora, ma nemmeno Barbapapà. Coltivano tutti l'orto e combattono l'inquinamento.
E allora oggi ho tutto il diritto di alterarmi davanti a questo:


Insomma, a pranzo mi stavo gratificando con una cioccolata calda con la granella al bacio e la panna da Grom, quando mi imbatto in questa vetrina degli orrori. Cariiini, i libricini dei Barbapapà. Teeeneri. È grazie al merchandising che oggi possiamo continuare a rivivere le loro storie. Al merchandising, al marketing e alla sete di denaro di chi detiene i diritti dei personaggi, che se esistessero, probabilmente non sarebbero poi così contenti di essere così sfruttati. Comunque non sono qui per fare la rivoluzione, bensì per dire che va bene l'arricchimento su dei personaggi hippy, ma non a costo di stravolgerne la natura!
CHI CAZZO HA MAI VISTO BARBAMAMMA IN CUCINA??? Chi si è inventato questi libretti, le ha mai guardate le puntate dei Barbapapà? Dico proprio a te, caro markettaro sfigato che pensi che al di fuori dell'aperitivo delle sette non esista altro nella vita. Tu che dividi il mondo in segmenti Eurisko, e che lo semplifichi sbattendo le donne in cucina, gli uomini al lavoro e i figli a comprare le minchiate che metti sul mercato. TU. Torna in asilo e impara. Scopriresti che Barbamamma coltiva l'orto tanto quanto Barbapapà, che insieme salvano gli animali dall'incendio della foresta, che giocano con tutti i loro figli e che vivono negli anni Settanta ma sembrano mille anni luce avanti a noi, e a te sicuramente.
Trovo incredibile che un cartone animato di quarant'anni fa venga stravolto OGGI in chiave peggiorativa in termini di stereotipi. Ecco, solo questo volevo dire.

martedì 26 luglio 2011

Cass Due

Sabato scorso sono andata al cinema con il mio primogenito. Voleva vedere Cass Due. Okay, andiamo a vedere cass.
Cass Uno non era male, anche se questa cosa delle macchine umanizzate va un po' oltre la mia impostazione percettiva. Comunque il messaggio finale mi era piaciuto: una sorta di "L'importante non è vincere, ma partecipare" con in più il richiamo all'amore per le persone e il rispetto di amici e colleghi.
"Vedi Lorenzo? Saetta McQueen si ferma prima del traguardo per andare ad aiutare l'altra macchina che ha avuto un incidente".
"Vedi? L'altro vince, ma poi resta solo, perché è stato egoista".
"Mamma, io sono egoista?"
"No, amore, egocentrico, ma è una cosa diversa".

Insomma entriamo nel cinema. Mio figlio inizia a scafandrarsi il primo cesto di popcorn, mentre sullo schermo danno un corto di Toy Story, in cui Barbie e Ken si danno il primo bacio (ma Ken non era gay?). "Mamma, ma quando finisce la pubblicità?"
Ecco, inizia il film, che come tutti i sequel, non è all'altezza del primo. Più effetti speciali e meno contenuti. E, attenzione attenzione, viene aggiunta una seconda figura femminile. Ovviamente di contorno.
Per chi non ha visto Cass Uno, dovete sapere che il protagonista, Saetta McQueen, si fidanza con Sally, un Porsche 911 femmina, che fa l'avvocato. Fuggita anni prima dalla metropoli per inseguire i buoni sentimenti e la qualità di vita della provincia. Questa Sally all'inizio sembra un personaggio promettente, perché prende subito in mano la situazione, da un'arringa in tribunale alla riabilitazione di Saetta che aveva dei seri problemi di ego ipertrofico. Ma poi, col tempo, si sgonfia sempre più (Sally, non l'ego di Saetta). In Cass Due, Sally rimane ferma al paese a seguire in TV le gesta del suo fidanzato e, immagino, facendo la calza tipo Penelope. Al suo posto compare Holly, agente dell'Intelligence impegnata in una missione segreta. In realtà Holly ha un ruolo assolutamente gregario rispetto a McMissile, una specie di James Bond fatto ad auto. Per tutto il film vediamo questa Holly che mostra filmati, che fa sentire audio, che fa presentazioni powerpoint per agevolare il lavoro degli altri, che devono prendere le decisioni. Ovviamente anche Holly rischia la vita. Ma la sua perdita, ovviamente, sarebbe stata meno sentita. Ah! Dimenticavo, Holly è figa.
Insomma, in tutto questo ci sono corse adrenaliniche di campioni di automobilismo, inseguimenti, indagini. Una donna a casa a guardare la TV e un'altra a fare l'assistente.
Di questo però, mio figlio sembrava non accorgersi. Era troppo preso a tormentarsi per la scomparsa di Hudson Hornet, detto Doc, che in Cass Uno era un vecchio campione della corsa e in Cass Due viene commemorato dai suoi vecchi amici che piangono davanti ai suoi poster.
"Mamma, ma dov'è Doc?"
"Eh, non lo so, forse è morto".
"Ma perché è morto?"
"Perché era tanto tanto vecchio".
"Ma mamma, io voglio Doc".
"Ma Lorenzo, non era nemmeno il protagonista!" (premio madre più diseducativa dell'anno)
Insomma, mi sembrava indelicato importunarlo con questioni di pari opportunità, mentre si stava misurando col concetto della morte, davanti alla quale, almeno, siamo tutti uguali.

venerdì 5 novembre 2010

Il bello e la bestia

Scusate se insisto, ma il mondo delle favole e dei film Disney continua a turbarmi profondamente. Soprattutto recentemente, dopo le ultime due settimane di bora che hanno definitivamente scardinato la parabola di Sky, lanciandola appunto nello sky, i bambini non hanno più i loro canali dedicati dove tutto è equo e solidale, dove i Teletubbies sono sempre molto gentili fra loro e non si prendono mai a clavate, da dove in ogni cartone animato è sparita l'ingiustizia, il dolore, la paura. Probabilmente stiamo allevando dei serial killer, ma lo scopriremo soltanto fra una decina d'anni. Comunque, in assenza di segnale, torna in auge il buon vecchio lettore dvd, che ci fa vedere centinaia di volte sempre gli stessi film. Di Biancaneve e Cenerentola abbiamo già parlato ne "I sogni son desideri". Ho parlato degli Incredibili. Ma poi ne scopro sempre di nuovi, e non posso fermarmi. Oggi vi parlerò de "La bella e la bestia". Non ci girerò tanto intorno, ma farò subito una domanda diretta: sarebbe verosimile la versione maschile della Bella? Cioè, sarebbe plausibile Il bello e la bestia? Un uomo carino, dolce, colto e profondo al punto tale da guardare oltre l'aspetto esteriore della donna (bruttissima e cattivissima) e innamorarsene? Dubito. Magari la bruttezza potrebbe pure essere superata, ma la cattiveria no. E comunque la bruttezza si perdona molto di più a un uomo che a una donna. La Bestia del film è un uomo che, oltre a essere orrendo, è anche un bastardo incredibile. La donna brutta invece, di solito, deve sempre compensare con una bontà d'animo fuori dal comune. Fateci caso. Anzi, di solito il bastardo "chiama" di più. Ce lo insegna da trent'anni Marco Ferradini con Teorema. Ma la donna scorbutica no. Non va bene. La scelta deve essere per forza tra bella e buona. Guardate, l'esempio lampante ce lo dà proprio la Disney stessa, in cui tutte le donne brutte e cattive fanno sempre, inevitabilmente, una brutta fine. Vi viene per caso in mente una storia in cui sia un uomo a finire male? Potremmo dire qualcosa sul cacciatore incaricato dalla matrigna per uccidere Biancaneve. Ma no, perché alla fine si pente e le dice di scappare. Poi? Crudelia Demon, Ursula della Sirenetta, la matrigna di Cenerentola (e le sue figlie), la matrigna di Biancaneve...Ah sì! Il maggiordomo degli Aristogatti. Ma ben poca cosa in confronto alla perfidia di una Crudelia che ha addirittura il coraggio di farsi la pelliccia col pelo dei cuccioli. Insomma, la cattiveria (e la bruttezza) è donna. C'è poco da fare. E con mio grande sgomento, scopro che il mio primogenito ha già fatto suo il trinomio brutto-cattivo-donna, fermandosi impaurito davanti a ogni anziana con la borsa della spesa che incontriamo per strada. Gli anziani maschi invece vanno bene. Perché fanno tanto Geppetto.

venerdì 29 ottobre 2010

Per esempio

Quando dico che i genitori e le famiglie dovrebbero educare le nuove generazioni al rispetto reciproco e alla parità delle opportunità, parlo sul serio. Con piccoli gesti quotidiani si possono cambiare molte cose e abbattere molti luoghi comuni e stereotipi. I bambini assorbono tutto ciò che li circonda: i nostri atteggiamenti e comportamenti, sentono i nostri discorsi e soprattutto, attraverso il gioco, imparano a diventare adulti. È per questo che ho scritto spesso di favole e di giocattoli. La presenza dei genitori è necessaria non solo quando i bambini guardano Profondo rosso, ma anche quando vedono un cartone animato, che è comunque un prodotto della nostra cultura. E si sa, questa cultura non è sempre perfetta. Per esempio, un cartone animato a cui sono sempre stata molto affezionata è Barbapapà. Un cartone rivoluzionario per gli anni Settanta, quando è nato. La famiglia di questi esseri gommosi e un po' strani era una sorta di comune ambientalista impegnata nella lotta all'inquinamento e amante degli animali. Ancora oggi, quando il mio primogenito di quasi quattro anni lo guarda, ne scopro l'attualità e il grande potere educativo. La rottura degli stereotipi è netta già da subito, visto che il capofamiglia è rosa. Ogni personaggio segue le proprie inclinazioni: tra le barbabambine, una sta sempre davanti allo specchio, un'altra suona e la terza è un'intellettuale. Dei fratelli, uno è forte, uno è una specie di Mc Giver in erba, il terzo dipinge. Insomma, di tutto un po'. Ieri sera, quando Barbapapà veniva cacciato dallo zoo perché era troppo strano, le mamme allontanavano i loro figli perché avevano paura e il capotreno non lo faceva salire nel vagone passeggeri, indirizzandolo in quello degli animali, mio figlio mi chiede: "Ma perché Barbapapà è triste?"
"Perché nessuno lo vuole e tutti lo evitano".
"E perché?"
"Perché è un diverso".
"Ma non è un animale, però".
"No".
"È solo un personaggio, vero?"
A volte i bambini riescono veramente a stupirci con la loro ricercatezza terminologica. Sono in grado di cogliere delle importanti sfumature. Dipende da cosa insegni loro.
Dopo il cartone animato, arriva il momento del gioco. Tanto per rendervi l'idea che parlo sul serio, vi faccio vedere uno scorcio di casa molto rappresentativo.


C'è il garage con seimila macchine, e c'è la cucina con le pentole. Regali di un Babbo Natale particolarmente attento alle pari opportunità. Lorenzo gioca con entrambi: fa benzina alle macchine e poi mi prepara un ottimo caffè. Certo, Babbo Natale ha avuto qualche difficoltà quando è entrato nel negozio di giocattoli. Ha dovuto sostenere lo sguardo interrogativo della commessa che doveva fare due pacchetti regalo: "Sicuro? Tutti e due con il fiocco azzurro?" La cucina, se l'è dovuta andare a prendere nel reparto bambine, dove il rosa era il colore dominante. Rosa come Barbapapà. Povero Babbo Natale, quest'anno dovrà tornare in quello stesso negozio per prendere l'upgrade della cucina, perché mancava la lavastoviglie. Per fortuna lo salva la tecnologia: gli acquisti online garantiscono sempre una certa privacy.

sabato 2 ottobre 2010

Integrazione al post Riyoko Ikeda e il mito di Lady Oscar

Alla fine ci sono andata. Nonostante i miei altri impegni. Nonostante la stanchezza. Nonostante Trenitalia. Sono andata al Romics, la fiera sul fumetto organizzata alla Fiera di Roma. Ho seguito la celebrazione di Riyoko Ikeda, creatrice di Lady Oscar con la consegna del premio Romics d'Oro.
La platea era gremita di fan e di nostalgici di un mondo perduto. Sul palco c'era addirittura la cantante dei Cavalieri del Re, che ha intonato la sigla di Lady Oscar tra la commozione generale. In mezzo, Riyoko Ikeda, classe 1947 ma conservata come se fosse del '77 (il che supporta la mia convinzione che il sushi faccia bene e che vada mangiato quotidianamente), un po' spaesata, molto composta, forse un po' stupita di tutto quell'affetto. Due cose mi hanno colpita in modo particolare. La prima, sono state le domande del pubblico. Per lo più fatte da uomini. Uomini che chiedevano approfondimenti sul carattere del personaggio di Lady Oscar, o che si complimentavano per averci insegnato, dal Giappone, che cosa fosse la libertà. La cosa mi ha fatto pensare che Lady Oscar fosse veramente un'eroina transgender, capace di lanciare un messaggio non solo alle donne, ma anche agli uomini. E chissà se quegli uomini non siano cresciuti con un'idea paritaria e moderna dei rapporti umani e della società in genere. La seconda cosa che ho gradito è stata l'intervento di una storica, chiamata a integrare la celebrazione della Rosa di Versailles con informazioni su usi e costumi di fine Settecento. Quando il moderatore si lancia in un improbabile paragone tra Lady Oscar e Giovanna d'Arco, affermando che evidentemente non portava bene vestirsi da uomini in Francia, visto che entrambe hanno fatto una brutta fine, la storica ironizza, rispondendo che in realtà sono state molto fortunate, perché in alternativa sarebbero morte semplicemente di parto. Fantastica. E continua riportando il dato storico per cui le donne, a quel tempo, avevano tre diverse possibilità: prostituirsi, sposarsi - e spesso era la stessa cosa - o diventare monache. Sono passati trecento anni, ma aggiungere nuove possibilità è ancora molto difficile. Con questo, chiudo il capitolo del fumetto e torno alla realtà. Ahimè.

mercoledì 29 settembre 2010

Riyoko Ikeda e il mito di Lady Oscar

Dal 30 settembre al 3 ottobre si terrà a Roma la decima edizione di Romics, la rassegna internazionale del fumetto. Quest'anno, ospite d'onore sarà Riyoko Ikeda, la donna giapponese che ha creato uno dei personaggi più rappresentativi e importanti nella storia del fumetto: Berusaiyu no bara. Alias, Lady Oscar. Io credo molto nel potere educativo dei cartoni animati. Lo avrete notato. Come sono molto attenta al messaggio maschilista lanciato dagli Incredibili o a quelli retrogradi di Biancaneve e Cenerentola, così mi piace anche esaltare le storie positive, quando le incontro. E una di queste è proprio Lady Oscar. Anche L'uomo tigre mi ha molto appassionata, ma non so ancora se per una qualche mia devianza particolare, o se perché in effetti il messaggio del lottatore buono che aiuta i bambini dell'orfanotrofio, abbia toccato le corde della mia sensibilità. Comunque, resto convinta che gli adulti siano il frutto dei cartoni animati che hanno visto da bambini. La mia generazione, cresciuta in mezzo alla violenza televisiva, alle tragedie personali di Candy Candy e di Remi, ai lutti infiniti di cuccioli che perdevano le madri (Bambi), o i padri (Kimba-il-leone-bianco) - per non parlare di tutti quelli che un padre non ce l'hanno mai avuto (Dumbo e anche Bambi stesso, che cresce accompagnato da un amico deficiente, detto Tippete) - è stata senz'altro fortificata nell'animo da tutta questa sofferenza. Qualcuno non ce l'ha fatta, e oggi è in terapia. Ma è la legge della giungla: i deboli soccombono. I miei coetanei sono tutte persone che hanno ben presente la distinzione tra il bene e il male. Tra la vita e la morte. E cercano di condurre le loro esistenze in maniera molto prudente. Molti di noi osservano con sospetto anche i tombini sotto i marciapiedi, che dopo l'uscita di IT hanno acquistato un aspetto inquietante. Ma questa è un'altra storia. Resto solo curiosa di vedere come saranno gli adulti cresciuti con i Teletubbies.
Comunque, fra tutti questi cartoni animati, senz'altro quello più formativo, almeno per noi donne, è stato Lady Oscar. Senza dubbio. Una ragazza, vissuta ai tempi della rivoluzione francese, che ha ricevuto dal padre un'educazione militare perché in famiglia si aspettavano un maschio e non una femmina. Una ragazza dai nobili sentimenti e alti ideali, ma anche molto umana e fatta di carne e ossa. Tant'è vero che alla fine, smentendo le dicerie sulla sua presunta omosessualità, si mette con André. Fra l'altro, fa riflettere il fatto che Lady Oscar non fosse una rivoluzionaria, ma comandante della Guardia Nazionale al servizio della Regina Maria Antonietta. Quindi liberté, égalité e fraternité non erano proprio il suo motto. Insomma, non era di sinistra. Era semplicemente una donna. Che lavora. Indipendente. Seria. Puntuale. Dotata di senso civico, dal momento che rifiuta un aumento di stipendio offertole dalla regina, perché non le sembrava il caso, vista la crisi economica. Ma anche innamorata. Sensibile. Umana. Un modello per tutte le trenta/quarantenni di oggi. Un modello triste, ovviamente, perché come tutti i cartoni animati dell'epoca, anche questo non poteva che finire tragicamente. Lady Oscar muore durante l'assalto della Bastiglia. E comunque era già malata di tubercolosi. André era morto poco prima colpito da una pallottola vagante. Insomma una pena infinita, che ci lascia l'amaro in bocca. Come dire: "Care ragazze, è stato bello finché è durato. Ora pensate un po' alla vostra vita invece che guardare sempre la televisione".
Non finirò mai di ringraziare Riyoko Ikeda per averci risparmiato la visione di Lady Oscar sposata con André. La spada sepolta in fondo all'armadio. Dedita soltanto ai figli e alle faccende domestiche mentre il marito diventa generale dell'esercito. Devo dirglielo, quando la vedrò a Roma, dove mi troverò nel fine settimana per una serie di circostanze fortuite. E le farò anche i complimenti, per aver dedicato così tanta passione al suo lavoro, nonostante fosse pagata un terzo rispetto agli uomini e lavorasse il triplo. Quando chiese perché gli uomini dovessero guadagnare di più, le fu risposto che si suppone che gli uomini debbano sposare una donna e mantenerla, non il contrario.
Chiudo con uno stralcio della sua intervista a Repubblica: "Io credo che Lady Oscar rappresenti la libertà: quella di essere una donna dall'animo più maschile, oppure un uomo dall'animo più femminile. Sono felice del mio immenso successo qui in Italia". Già. Perché ce n'era un disperato bisogno.

martedì 28 settembre 2010

Mr. Incredibile e signora

Sono le 23:19, i bambini sono a letto, ho finito di mettere ordine dopo la quotidiana esplosione di un ordigno nucleare nel salotto di casa, il mio compagno è via per lavoro. Torna domenica (un lavoro lungo...). Ho mandato un paio di e-mail per l'ufficio. E sono stanca. Ma non riesco a togliermi dalla testa la trentesima visione degli Incredibili, a cui mio figlio mi costringe da settimane. Una storia di supereroi con superpoteri che salvano il mondo dai malvagi. Ma anche una storia che porta con sé il peggio dei luoghi comuni del mondo. La conoscete la storia? Beh, c'è questo Mr. Incredibile che è sposato con Elastigirl e hanno tre bambini, anche loro con i superpoteri. Per varie vicissitudini i supereroi non possono più esercitare il loro ruolo e sono costretti a vivere come persone normali. Lui lavora in una compagnia assicurativa e lei, indovinate che fa? La casalinga. Lui si sente frustrato perché non può più essere super, mentre a lei in fondo piace stare a casa coi bambini e fare le pulizie. Lei non ha tutte queste ambizioni. Poi Mr. Incredibile viene chiamato in incognito a svolgere una missione. E allora eccolo ringalluzzirsi, mettersi a dieta, fare esercizio fisico, baciare la moglie con trasporto. Ovviamente Elastigirl non sa nulla. Il marito non le dice niente. Probabilmente per evitare una colossale rottura di palle. O forse perché vuole il successo tutto per sé. Fatto sta che Mr. Incredibile in realtà è vittima di un tranello, e la missione per cui è stato chiamato ha come obiettivo il suo stesso annientamento. Elastigirl a un certo punto sospetta che il marito la tradisca, e decide di andarlo a recuperare sull'isola della missione e farlo a pezzi. In pratica Elastigirl con due dei tre figli al seguito (il terzo rimane a casa con la babysitter), scopre che il marito non era infedele, ma solo stupido e lo salva consentendogli poi di eliminare il cattivo di turno.
Una metafora illuminante delle nostre vite quotidiane, in cui siamo sempre appiattite nel nostro ruolo di gregarie e da cui però dipende la salvezza dei nostri uomini, che alla fine si prendono tutto il merito.
"Mamma, ma perché è arrabbiata Elastigirl?"
"Perché Mr. Incredibile le ha raccontato una bugia"
"E perché le ha raccontato una bugia?"
"Perché è stupido"
"E perché è stupido?"
(siamo alla fase dei perché, abbiate pazienza)
A quel punto avrei voluto dire: "Perché è un uomo", ma mi sembrava troppo sessista come risposta.
"Perché sapeva che lei si sarebbe arrabbiata se le avesse detto la verità"
"E allora perché è arrabbiata lo stesso?"
Mio figlio è un genio.
"Allora Lorenzo, chi ha salvato il mondo alla fine?"
"Ehm..."
Ok, il mio tono era troppo minaccioso. Riprovo.
"Amore, hai visto chi ha salvato il mondo?"
"Sì, Mr. Incredibile!"
"EH NO! Pensaci bene. Dalla tua risposta dipendono le prossime trenta repliche del cartone animato".
Spero che la notte gli porti consiglio.

mercoledì 15 settembre 2010

I sogni son desideri


Più volte, nella nostra vita, ci siamo soffermate sui danni infiniti che le favole hanno avuto sulle aspettative di noi donne, una volta diventate adulte. L'argomento più discusso è sempre stato la figura del Principe azzurro, che ci avrebbe salvate tutte da una vita fatta di continue vessazioni e assenza di diritti costituzionali. Tutte sognano il Principe azzurro, l'uomo perfetto in sella al suo cavallo bianco, che ci ama incondizionatamente. L'unico requisito è forse il 35 di piede, ma non sottilizziamo. Ci sono donne che non si sono mai rassegnate all'evidenza, e quel principe lo aspettano ancora, sedute sulle loro sedie a rotelle, nelle case di riposo. Qualcuna per un attimo ha creduto di averlo trovato, ma poi si è guardata da fuori e si è sentita come probabilmente si è sentita Cenerentola dopo il matrimonio.
Come si è sentita Cenerentola dopo il matrimonio? Beh, dopo esser partita in carrozza mostrando il dito medio alle sorellastre, dopo aver passato una fantastica luna di miele a Bali, o all'Isola che non c'è, Cenerentola, subito incinta, si è insediata nel castello. Il principe sempre in giro per missioni diplomatiche, il suocero con l'alzheimer che le domanda ogni cinque minuti chi è e che cosa vuole, uno stuolo di servitori che la odiano e la invidiano a morte. L'unica sua funzione è quella decorativa. Piano piano si rende conto di non aver nemmeno chiesto al principe come si chiamava. Che ne so, Giulio, Peter, Astolfo? Si rende conto di non averlo conosciuto. Del resto al principe non sembra importare molto cosa pensi Cenerentola. Si accontenta di farsi massaggiare i piedi quando torna stanco dal lavoro, per poi pretendere i favori coniugali. Ecco, Cenerentola dopo il matrimonio si sente peggio che in casa della matrigna, dove almeno aveva instaurato dei processi di socializzazione con gli animali del cortile. Se vi siete mai chiesti come mai non sia mai uscito il sequel di Cenerentola, beh, il motivo è questo. Cenerentola alla fine torna a casa sua.

Chi nel mondo reale ha sposato un principe azzurro, ma senza regno, non ha potuto nemmeno contare sullo stuolo di servitori, che almeno una mano in casa la davano. Molte non si sono mai capacitate della velocità di passaggio del principe dall'altare al divano, e del loro passaggio dall'altare ai fornelli, alla lavatrice, alla sala parto, al lavoro, al supermercato. E hanno divorziato.
I danni di Cenerentola sono enormi: sociali, psicologici, patrimoniali, esistenziali. Bisognerebbe fare una class action contro la Disney.
Voglio dire: che spessore diamo al Principe azzurro? Perché non ha una personalità? Quale messaggio dà questa favola alle bambine (e a mio figlio)? Che non importa chi sia l'uomo, che cosa faccia, quali siano i suoi gusti, i suoi vizi e le sue virtù, non importa che tipo sia, se beve, se fuma, se ha la terza elementare o la laurea, non importa se sia un infedele o un bigotto, se abbia il senso dell'umorismo o se sia permaloso. L'importante è che sia un uomo che ti voglia sposare. Così tu finalmente potrai sentirti una donna completa, sposata e con dei figli, e potrai continuare a fare quello che facevi prima: niente.

Del resto va pure peggio a Biancaneve, che prima fa da serva alla matrigna, poi fa da serva ai sette nani, poi finisce a fare la serva del principe (anche lui visto solo una volta, di sfuggita). Mi colpisce una battuta del film in particolare, quando Biancaneve entra per la prima volta in casa dei sette nani e vede in che stati è ridotta. Pile di piatti sporchi nel lavello, ragnatele ovunque, calzini puzzolenti sparsi dappertutto, cassetti aperti, polvere in ogni angolo. Praticamente un appartamento di studenti erasmus. "Ma non hanno una mamma?" Dice Biancaneve, non sapendo che probabilmente la madre era scappata in qualche comunità hippie a fare sesso di gruppo e a cibarsi dei frutti della terra. Ovviamente del padre nessuno domanda. Sicuramente sarà stato in ufficio. Ma tanto il suo contributo domestico non è richiesto.
Okay, mi si può obiettare che le favole sono state concepite un secolo fa, che erano altri tempi, ma vogliamo allora parlare di Nemo?
Nato dalle più sofisticate tecniche di animazione digitale, con il contributo di giovanissimi sceneggiatori ed esperti in ogni campo del mondo infantile, Nemo rappresenta comunque, ai giorni nostri, l'evidenza della discriminazione. Anzi, peggio: è portatore sano di uno di quei bachi del sistema di cui ho parlato nei precedenti post. La madre di Nemo muore subito. Resta il padre, che manifesta subito la sua inettitudine totale nell'educazione del figlio. Ansioso che il pesciolino si faccia male o che gli succeda qualcosa. E non potrebbe essere altrimenti: come volete che possa farcela un uomo, da solo, senza l'aiuto della moglie? Non lasciatevi ingannare da tutte le avventure che vive il padre di Nemo per raggiungerlo: per riuscirci l'hanno dovuto far accompagnare da una donna, fra l'altro con un problema neurologico. Ma nonostante il problema neurologico, l'amica del padre di Nemo riesce a farlo arrivare a destinazione.

Il capitolo sui modelli che i nostri figli apprendono dalle favole e dai cartoni animati richiederebbe uno studio approfondito. Magari qualche laurendo in Scienze della comunicazione o in psicologia infantile  o in sociologia, potrebbe pure farci una tesi. Noi ci accontentiamo di un blog.