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lunedì 19 gennaio 2015

Donne in ritardo che traslocano












Cari e care, dopo quasi un anno di silenzio su questo URL (ma di infinite parole su altri), vi comunico che si è finalmente compiuta quella transizione tra il dire e il fare, tra il parlare dei ritardi delle donne e il fare qualcosa per accelerare il loro cammino verso una società finalmente paritaria. L'avevo già annunciato qui: La nuova creatura.
Ma il confronto verbale e teorico resta sempre importante, per cui da oggi possiamo continuare a parlarne sul blog di LABY, che inizia da una domanda di tipo lessicale: "Perché in Italia si fa così tanta fatica a parlare di padri? Talmente tanta che alla fine ci siamo dovuti perfino inventare un nome nuovo e cioè 'mammi'?"
Il blog "Donne in ritardo" finisce qui e inizia qui.
Buona continuazione!
Benedetta

martedì 11 marzo 2014

Meno moderazione e più rivoluzione

Sulla faccenda delle quote rosa ho poco da dire, ma quel poco lo dico con tanta rabbia e poca moderazione.
Trovo incredibile tutta questa grandissima attenzione alla reale preparazione e competenza delle donne che devono entrare in Parlamento. Questa fobia collettiva nei confronti delle donne poco preparate che dovrebbero andare a sedersi in numero pari agli uomini. Perché tutta la questione sulle quote rosa gira attorno a questo principio: obbligare il Paese ad avere la metà delle donne in Parlamento significa esporci all'impreparazione. Significa correre il rischio che vengano fatte eleggere donne "tanto per fare numero".
Ed è QUESTO il ragionamento che trovo più offensivo. Sì, perché alla base delle obiezioni che si travestono da ragionamento moderato al di là di maschilismi e femminismi, c'è in realtà un grandissimo pregiudizio. Un pregiudizio che associa alle quote rosa l'automatica impreparazione e inadeguatezza delle donne. Ancora una volta, chi dice "donna" dice "pericolo".

E quindi adesso vorrei chiedere a tutte queste persone e anche a molti di voi, da cui ho sentito questo tipo di discorso, QUANDO avete mai fatto un ragionamento del genere per le quote maschili, che di fatto sono invece radicate nel nostro Parlamento da secoli. Quand'è che vi siete preoccupati così tanto dell'eventuale impreparazione di un candidato? Quand'è che vi siete fatti lo scrupolo di impedire a certi candidati di essere eletti "solo per fare numero"? Da quando queste questioni lodevolissime sono parte dei vostri ragionamenti?
Da quando si ipotizza di rendere accessibile anche alle donne il sistema di potere. Ecco da quando.
E a me, scusate, non sembra proprio una coincidenza e la dimostrazione sta nel fatto che da oggi, archiviato il pericolo, la reale competenza e preparazione di un candidato non sarà più oggetto di dibattito.


lunedì 24 febbraio 2014

Che orrore quella Ministra!

Una donna all'ottavo mese di gravidanza è diventata Ministra della Pubblica amministrazione e semplificazione. Si chiama Marianna Madia e prima di oggi nessuno si era preoccupato molto di lei. Ma quel pancione...sì, quella cosa così grande che ti impedisce di vedere tutto il resto, ha monopolizzato ogni conversazione. Marianna Madia ha smesso di essere una donna, una professionista, una politica, una Ministra e infine, una persona, da quando ci siamo accorti che è incinta. Adesso è "solo" mamma, con tutto ciò che ne consegue: una mamma fa la mamma, non fa altro. Una mamma non lavora, non va in giro, non può e non deve fare altro che pensare alla sua maternità e soprattutto, ma che lo dico a fare, non può fare la Ministra.
Che orrore Marianna Madia che fa la Ministra!
"Come farà a lavorare seriamente con un figlio appena nato?" Dicono quelli che pensano che la maternità sia una malattia che ti fa diventare improvvisamente cretina.
"Come farà a prendersi cura del bambino se fa un lavoro di responsabilità?" Dicono quelli che pensano che il lavoro sia un ostacolo per il corretto allevamento dei figli.
"Come farà ad andare avanti in mezzo a tutta questa gente che si fa i cazzi suoi?" Dico io.

E dico anche: "Nella storia istituzionale italiana ci saranno pur stati altri ministri che hanno iniziato il loro incarico pochi mesi prima di diventare padri. Eppure nessuno si è mai preso la briga di farne argomento di conversazione. Evidentemente non fa così orrore che un uomo che sta per diventare padre accetti un impegno istituzionale. In sostanza non fa orrore che un padre stia lontano dai suoi figli. A me invece, un ministro così farebbe orrore. Ma magari quel padre-ministro si è organizzato. Magari la moglie si trasferisce a Roma per i primi mesi. E magari, anche per una donna può essere così. Magari Marianna Madia ha un compagno presente che la aiuterà nella gestione del figlio. Magari, per una volta, siamo di fronte a due genitori, anziché soltanto davanti a una madre che si deve smazzare da sola ogni singolo aspetto che riguarda il figlio. O magari si è semplicemente organizzata con delle brave tate. Perché no, se se lo può permettere? Ogni donna dovrebbe essere messa in grado di 'potersi organizzare', a prescindere dal lavoro che fa. Ogni donna ma anche ogni uomo."

Sulla vicenda, che per me non è una vicenda, non ho altro da dire. Discutiamo un po' meno della vita familiare dei Ministri e un po' più di quella professionale.


venerdì 30 agosto 2013

"Non piangere"

Avete presente quel fenomeno strano per cui, quando siete a piedi per strada odiate tutte le macchine che vi passano a destra e sinistra e quando invece siete seduti voi in macchina, nel preciso istante in cui mettete in moto, il pedone diventa il vostro peggior nemico? Ecco, la stessa cosa a me succede coi bambini.
Che sia chiaro, io amo i miei figli. Adoro passare le vacanze con loro. Quest'anno ci siamo divertiti un sacco al mare: abbiamo riso come matti, abbiamo guidato i quad come i re dei tamarri, abbiamo fatto casino insieme e ci siamo voluti un gran bene, la sera, facendoci le coccole prima di dormire. Adoro le mie creature, veramente. Ma poi, capita magari un weekend con le amiche, o una trasferta di lavoro da sola e mi trasformo immediatamente in Crudelia De Mon. Odio i bambini che piangono in treno, quelli che piangono al ristorante, che piangono in spiaggia, al bar, al supermercato, che piangono ovunque! Confesso che se sono sola al mare, scelgo il posto più lontano possibile dalle tracce di presenza infantile. Quando prendo un treno, trasalisco quando vedo un passeggino nel mio scompartimento. E guardo con orrore quelle madri (perché nel nostro paese sono sempre ancora le madri che stanno coi figli) che si affannano a inseguire quei bambini, a pulirli, a dare loro da mangiare, a farli giocare, a farli smettere di piangere. Le guardo e penso a tutte le volte che vengo guardata anch'io così, mentre il mio primogenito vomita nel sacchetto per il mal di mare e il secondogenito grida perché vorrebbe essere a letto da tre ore. E penso che le donne che mi guardano con disappunto sono altre madri che a loro volta si prendono i loro 5 minuti di soddisfazione. 

Insomma, sono un mostro, lo so. E in mezzo a questa mia mostruosità, ci sono i bambini, poveri esseri inconsapevoli e innocenti che non possono fare altro che piangere di fronte alle brutture di questo mondo, compresa la mia.
Sì, perché i bambini piangono. Che scoperta, eh? I bambini non ti dicono: "Guarda, sono rimasto molto deluso dal fatto che non ci fosse il budget per il nuovo Trenino Thomas". No, i bambini piangono. Non ti dicono: "Vorrei schedulare la nostra giornata in maniera diversa dall'asilo". Non ti dicono nemmeno "Questi spaghetti hanno un retrogusto esotico". Piangono, piangono e basta. È l'unico modo che hanno per esprimersi, per manifestare i loro sentimenti, per sfogarsi. E invece noi che facciamo? Qual è la frase più ricorrente di un genitore medio? "Dai, non piangere (tantomeno in treno, o in un luogo pubblico)". Questa cosa poi, prosegue in maniera differenziata per maschi e femmine. Il maschio è bene che non parli dei propri sentimenti, che non li esprima. Il maschio dovrebbe smettere presto di piangere. Per le femmine invece c'è più indulgenza. Anzi, le femmine sono così, sempre un po' isteriche, perché ci hanno gli ormoni e non ragionano e ce le teniamo così. E molte femmine quando crescono, tengono un diario, chiuso con un lucchetto, che le madri più smaliziate imparano a rintracciare e a scassinare senza lasciare traccia dell'effrazione. Sul diario si incanalano emozioni, paure, lacrime, gioie. Nei diari delle femmine ci sono pezzi autentici di vita vissuta, sentimenti allo stato puro. 
E i maschi? I maschi non tengono diari. L'ho scoperto quando mia madre ha deciso di regalare al mio primogenito un diario su cui lui potesse appuntare i suoi pensieri. "Così si esercita a scrivere" mi ha detto, coerentemente con il suo ruolo di professoressa d'italiano e latino in pensione (e con il ruolo di rompiballe). Mia madre quel diario ha fatto fatica a trovarlo. Dice che ci sono solo diari di Barbie, Winx, Hello Kitty, dice che sono tutti rosa e parlano alle bambine. Alla fine ne ha trovato solo uno unisex, e l'ha preso:

Il diario del Piccolo principe. Carino eh. Con lucchetto. Ovviamente è importato dalla Francia, dove evidentemente i maschi sono liberi di tenere un diario.
E allora penso che se i bambini maschi fossero liberi e magari anche incoraggiati a esprimere i loro sentimenti, anziché a reprimerli o far finta che non esistano, magari la futura generazione di adulti potrebbe essere un pelo migliore di quella attuale. Magari ci sarebbero meno uomini tristi e frustrati. Magari ci sarebbero uomini più consapevoli perché hanno imparato a verbalizzare per iscritto i loro sentimenti. Magari ci sarebbero meno omofobi, meno misogini, in generale meno stronzi in giro. Chissà. Magari un diario può contribuire a fare la differenza. 

Lorenzo ha iniziato a scrivere. A matita, perché dice che così quando finisce lo spazio, può cancellare e scrivere di nuovo. Perché oltre alle pari opportunità gli stiamo insegnando anche l'ecologia.

Povera creatura.

lunedì 20 maggio 2013

#TISALUTO

In Italia l'insulto sessista è pratica comune e diffusa. Dalle battute private agli sfottò pubblici, il sessismo si annida in modo più o meno esplicito in innumerevoli conversazioni.

Spesso abbiamo subito commenti misogini, dalle considerazioni sul nostro aspetto fisico allo scopo di intimidirci e di ricondurci alla condizione di oggetto, al violento rifiuto di ogni manifestazione di soggettività e di autonomia di giudizio.

In Italia l'insulto sessista è pratica comune perché è socialmente accettato e amplificato dai media, che all'umiliazione delle persone, soprattutto delle donne, ci hanno abituato da tempo.

Ma il sessismo è una forma di discriminazione e come tale va combattuto.

A gennaio di quest'anno il calciatore Kevin Prince Boateng, fischiato e insultato da cori razzisti, ha lasciato il campo. E i suoi compagni hanno fatto altrettanto.
Mario Balotelli minaccia di fare la stessa cosa.

L'abbandono in massa del campo è un gesto forte. Significa: a queste regole del gioco, noi non ci stiamo. Senza rispetto, noi non ci stiamo.
L'abbandono in massa consapevole può diventare una forma di attivismo che toglie potere ai violenti, isolandoli.

Pensate se di fronte a una battuta sessista tutte le donne e gli uomini di buona volontà si alzassero abbandonando programmi, trasmissioni tv o semplici conversazioni.

Pensate se donne e uomini di buona volontà non partecipassero a convegni, iniziative e trasmissioni che prevedono solo relatori uomini, o quasi (le occasioni sono quotidiane).
Pensate se in Rete abbandonassero il dialogo, usando due semplici parole: #tisaluto.

Sarebbe un modo pubblico per dire: noi non ci stiamo. O rispettate le donne o noi, a queste regole del gioco, non ci stiamo.

Se è dai piccoli gesti che si comincia a costruire una società civile, proviamo a farne uno molto semplice.
Andiamocene. E diciamo #tisaluto.



E nella versione maschile da Lorenzo Gasparrini.


Se ti va, copincollalo anche tu!


mercoledì 10 aprile 2013

Ci sono donne

Ci sono donne veramente stronze.
Tipo che tu ne aiuti una a essere assunta dove lavori tu e questa poi ti fa le scarpe e ti frega il posto tuo. Ci sono quelle che ti dicono che sei un mito e che vorrebbero essere come te e poi ti sputtanano appena giri l'angolo. Poi ci sono quelle che quando diventano dirigenti trattano gli uomini come cuccioli da salvare e le donne come il loro peggior nemico.
Ci sono donne che fanno da testimoni al tuo matrimonio e poi si scopano tuo marito. Donne che insultano gli omosessuali, i neri, i disabili. Donne che quando hanno dei figli, il tuo è sempre più cretino del loro. Ci sono donne che pensano di averla solo loro. E di sapere tutto mentre invece non sanno niente. Ci sono donne avide, avare, senza scrupoli. Le donne sono anche capaci di uccidere e di far uccidere. Ti possono ridurre in miseria e calpestarti fino a che non riesci più ad alzarti. Donne che ti rovinano l'esistenza.
Ci sono donne che sono capaci delle peggiori cose.
Margaret Thatcher è stata per molti una di queste donne. Ken Loach non ha mancato di ricordarci che "Margaret Thatcher è stato il primo ministro che ha seminato più divisioni e devastazioni nella storia moderna. Disoccupazione di massa, fabbriche chiuse, comunità distrutte: questo è quello che ci ha lasciato. È stata una combattente e il suo nemico era la classe operaia inglese. Le sue vittorie sono state facilitate dalla corruzione della dirigenza laburista e di gran parte dei sindacati. È grazie alle politiche a cui ha dato il via lei che oggi ci ritroviamo in questo disastro. Altri premier hanno seguito la sua strada, in particolare Tony Blair. Lei era il suonatore di organetto, lui la scimmietta. Non ci dimentichiamo che definì Mandela un terrorista e che prendeva il tè con il torturatore e assassino Pinochet. Come la dovremmo onorare? Privatizziamo il suo funerale. Indiciamo un'asta competitiva e accettiamo l'offerta più bassa. È quello che avrebbe voluto lei."

Che cosa magnifica però poter parlare male di una donna di potere. Trovo che sia la massima espressione di democrazia. Beato Ken Loach e gli inglesi che lo possono fare.
Noi possiamo parlare sempre e solo degli uomini.

mercoledì 13 marzo 2013

Cronaca esterica

Questa mattina stavo cercando di farmi strada fra le informazioni mainstream di questi giorni (conclave, governo sì-governo no), andando a caccia di qualcosa di diverso. Qualcosa di interessante intendo. E sono stata esaudita da due notizie dagli esteri, che quando cerco pane per i miei denti non mi deludono mai.
La prima mi annuncia che la candidata favorita a prendere il posto di Bloomberg a New York si chiama  Christine Quinn, ed è quindi una donna. Bella notizia. Peccato che i titolisti del giornale tengano a precisare che la suddetta candidata sia lesbica.


Cavoli però, deve essere veramente un'informazione di vitale importanza, visto che precede addirittura la notizia di chi la sostiene e, soprattutto, che cosa faccia questa donna nella sua vita. L'essere gay evidentemente è una cosa che oscura tutto il resto. Come se non bastasse essere donna. Insomma, cara Christine, ce le hai proprio tutte eh.
E attenzione, non è l'orientamento sessuale a fare notizia. No, è sono UN TIPO di orientamento sessuale: quello dell'omosessualità. Perché in effetti cerco ovunque una biografia, uno straccio di articolo di giornale, un commento sui social network che mi dica che il sindaco uscente Bloomberg è eterosessuale. Mi ci impegno proprio, ma non riesco. Non trovo niente.
È pazzesco, nessuno si è mai preoccupato di informarci che Bloomberg è eterosessuale. Com'è potuta sfuggire una notizia del genere ai giornalisti?

Non è sfuggita invece la notizia di quello che sta accedendo in questi giorni in Arabia ed Emirati Arabi, dove un'azienda ha messo in commercio un tablet per donne. Ora, non sono abbastanza preparata sulla questione femminile nei paesi arabi e per questo motivo non ne ho mai parlato su questo blog, anche perché c'è già sufficiente materiale per l'Italia. In ogni caso, così a naso, mi sembra che le donne in Arabia non se la passino troppo bene. Mi pare di aver letto in più occasioni che le donne non godano di piena libertà. Mi pare che sia vietato loro anche di portare la macchina, per esempio. Beh, questa azienda ha messo in commercio un tablet con le app già installate, dando per scontato che le donne non sappiano farlo da sole, mentre invece le donne di quelle parti, proprio perché non escono un granché sono molto informatizzate. Le altre caratteristiche del prodotto sono: lo sfondo rosa e le tematiche delle app, che spaziano tra ricette di cucina, gestionali per la spesa, esercizi per perdere peso. In pratica, un film dell'orrore per una donna occidentale. Ma, si è scoperto, anche per quelle mediorientali, visto che il pur piccolo movimento femminista del posto ha vivamente protestato. Di tablet ne hanno venduti circa settemila, la maggior parte dei quali erano regali degli uomini alle loro donne. Ovviamente.
Questa simpatica storiella succede in un paese molto lontano dal nostro, per storia, per religione, per cultura. Il problema però, sono i commenti degli utenti italiani, che condividono invece la nostra storia, la nostra religione e la nostra cultura:


che strano
12.03|16:54 Lettore_733517
hanno protestato per il gadget della Fiat per agevolare la retromarcia, ora protestano per il tablet con schermo rosa, a quando si lamenteranno che i pomodori sono troppo rossi o le carote troppo gialle e le banane troppo curve ?
@ Lettore_2208539
12.03|16:31 giorgiosd
e può prendere l'auto per andare in centro a fare shopping? E si, è proprio libertà all'ennesima potenza, quasi quasi da copiare.
flautomagico
12.03|14:39 Lettore_2208539
Ma mondo precluso di cosa? Una qualsiasi donna saudita ha più mezzi e risorse, economiche, tecnologiche e di qualsiasi tipo di tutte le persone di un quartiere medio italiano messe insieme...
chissà...
12.03|12:29 flautomagico
magari chi lo ha ricevuto trova finalmente il modo di connettersi ad un mondo che prima le era precluso perché non poteva permettersi un tablet e perché gli uomini non avrebbero mai regalato loro qualcosa che non fosse "per donna". Che le donne riescano a girare questo gesto, che suona piuttosto male, in qualcosa che vada a loro vantaggio? Che le avvicini ancor più alla tecnologia di quanto non lo siano già?
.... ma per favore ...
12.03|12:08 Ugo Cal
.. con ste donne siamo proprio alla frutta ora. A quando l'automobilina rosa, la penna giallo canarino, il cellulare verde pistacchio. Meno male che parlavano di "eguaglianza"!!!!!!

domenica 24 febbraio 2013

Quando uno si perde i momenti storici

Sto passando il fine settimana fuori casa, a Roma. Volevo presenziare all'ultimo angelus del Papa ma sono arrivata in ritardo, perdendomi questo momento storico. Pazienza. Adesso mi riposo un po', perché a Roma ho degli amici che si impegnano sempre molto nel garantirmi alti livelli di entertainment. E fra un po' prenderò un treno domenicale che mi riporterà nella mia città, dove finalmente potrò votare, perché questo invece è un momento storico che proprio non mi voglio perdere.

No, perché votare è importante. Una volta mica si votava. Una volta erano altri che decidevano per te. Poi hanno iniziato a decidere i cittadini, ma solo gli uomini però. Le donne non decidevano. Adesso, da un po' di tempo, ma nemmeno tanto (67 anni), possono decidere qualcosa pure loro. Beh, domani mi godo questa libertà.

In Italia circa la metà degli elettori sono uomini e circa l'altra metà sono donne, ma a questa evidenza non corrisponde la stessa proporzione tra i rappresentanti eletti. Quante saranno le donne elette? Poche. Perché poche sono ancora le candidate. Ecco, mi piacerebbe che le donne, oltre alla partecipazione al voto, iniziassero a partecipare anche all'impegno politico. Mi sembra importante. E no, non trovo ingiusta l'imposizione delle quote rosa.

Penso alla scuola, che una volta non era obbligatoria: chi voleva studiava, chi non voleva restava ignorante. Perché abbiamo sentito la necessità di rendere gli studi obbligatori? E perché abbiamo prolungato il percorso di studi ben oltre la quinta elementare? Perché ne andava del progresso del paese, perché più gente istruita fa crescere la civiltà, l'economia, il benessere collettivo. Ma uno poteva dire: "Eccheccavolo, ma chi mi dice che uno che studia è più in gamba di uno che non studia?" Infatti è vero: non è detto, ma in linea generale l'istruzione migliora un paese, lo rende più solido, più libero, più consapevole, più innovativo.
Beh, la partecipazione delle donne alla vita politica attiva, migliora il rendimento di uno Stato. Le donne, quando partecipano, alzano il PIL. La partecipazione delle donne rappresenta un'opportunità di crescita per tutti. Ecco perché va resa obbligatoria, se questa non si verifica da sola. Come nel caso dell'istruzione: se i giovani non vanno a scuola spontaneamente, vanno obbligati per legge.

Con questo pensiero talebano (adoro associare questa parola al concetto di parità di genere), vi saluto e  torno a casa.

giovedì 7 febbraio 2013

Chuck Norris Ministro degli Interni


Le cose sono andate così: stavo discutendo su Facebook con alcuni candidati per il Movimento 5 Stelle sul fatto che mi sembrava strano che un movimento nuovo e per molti versi rivoluzionario come il loro fosse così tanto a corto di candidate donne per Camera e Senato. Addirittura a zero, nel caso della mia regione. Cioè, SOLO uomini. 100%. Mi è stato risposto che ci sono molte donne che partecipano alle loro assemblee e che danno un grandissimo contributo di idee e che in realtà i candidati sono solo dei portavoce di quelle assemblee. Come dire: "Dietro a ogni grande uomo...". L'altra cosa che mi viene detta è che l'impegno richiesto dal movimento è veramente tanto, per cui in genere le donne non ce la fanno a starci dietro. Comprensibile in effetti. Lo sappiamo bene che è un gran casino in Italia per le donne. Ma allora che facciamo? Prendiamo atto e ci adeguiamo? Oppure ci sforziamo, e se siamo un movimento politico facciamo in modo di portarcele quelle donne in Parlamento? Proviamo a farle decidere, anziché solo suggerire a un portavoce? Sarà difficile certo, ma vediamo che è comunque possibile farlo, visto che il PD lo sta facendo, raggiungendo quasi la parità tra candidati uomini e candidate donne. Quindi, che cosa ne devo desumere? Che le donne del PD non hanno un cazzo da fare tutto il giorno?

E mentre si stava discutendo di questo, mi arriva questa email:

vedo i cartelloni elettorali dello tsunmai tour e penso: ma non credi 
che sia una delle affermazioni più sessiste ascoltate quella che 
indica il probabile prossimo inquilino del dicastero dell'economia in 
una mamma di tre figli? è l'unico valore aggiunto indicabile?

E scopro che Grillo dice di volere "una donna che non ha fatto fallire la sua famiglia, che sa cos'è l'economia." E che magari tenga anche più puliti gli uffici, aggiungerei. Apprezzo lo sforzo di Grillo, di coinvolgere anche il sesso femminile nel suo movimento. Forse qualcuno gli ha detto che la questione delle pari opportunità era stata un po' presa sottogamba. E mi sa che ha voluto un po' strafare, gridando che lui la donna la vuole alle Finanze! Benissimo! Ma perché vuoi una donna alle Finanze? Perché lo stereotipo ti dice che le donne stanno a casa a far crescere i figli e gestire il budget per fare la spesa al mercato e se un calzino si buca, non si butta ma si rammenda. Tutto sicuramente molto ecologico, in linea con il programma del M5S. Ma io avevo in mente un'idea di ecologia un po' più progressista. E in effetti in quell'email che ho ricevuto mi si chiede proprio questo: ma una donna può essere adatta a quel Ministero solo per il fatto di stare a casa a fare le faccende domestiche? Potrebbe essere una prospettiva originale in effetti. Anche un po' pericolosa però. Perché poi agli Interni chi metti? Chuck Norris?

Che poi a me dispiace veramente un casino fare questi discorsi. Perché l'ultimo barlume di giovinezza che mi è rimasto preme per fare una vera rivoluzione, perché mi pulsa l'ormone di buttare giù tutto per poi ricostruire qualcosa che abbia un senso. Insomma, mi affascina il M5S. Credo sia l'ultima occasione prima di scendere in piazza armati. Però, se pure questa rivoluzione la devono fare solo gli uomini, allora anche no! La rivoluzione la dobbiamo fare tutti: uomini, donne che stanno a casa e donne che lavorano.


mercoledì 6 febbraio 2013

L'agenda elettorale di Donne in ritardo

Nel Paleozoico, quando andavo al liceo, la professoressa d'italiano mi definì "donna politica", semplicemente perché, in onore della continuità didattica, ero andata a protestare dal Preside perché non volevo che ci cambiassero per il secondo anno di fila l'insegnante di matematica. Ovviamente poi ci rifilarono un'insegnante diversa ogni nuovo anno fino all'esame di maturità. Questo la dice lunga sulle mie reali qualità politiche, che devo dire in molti mi attribuiscono, e non so veramente perché. Nel mio percorso civile, dai diciott'anni in poi, ho votato veramente di tutto, da destra a sinistra, senza mai passare per il centro peraltro. Una pazza schizoide insomma, che non può dare alcuna affidabilità in termini di ragionamento politico. Se vi siete chiesti da chi mai fosse rappresentato il famoso gruppo degli "indecisi", quel 20-30% degli Italiani che fanno vincere una volta la destra e una volta la sinistra, beh, eccone una indegna partecipante. Che poi uno dice: "Ma come cazzo fai a votare una volta a destra e una volta a sinistra? In quali valori ti riconosci?" Osservazione più che lecita. Io ho un animo di sinistra, ma raramente trovo una sinistra per cui votare. Ahimè. A mia discolpa però dico che non voto a destra da molti, moltissimi anni.
Adesso che siamo in piena campagna elettorale potevo io esimermi dal dire qualcosa di sinistra? No.
Ovviamente faccio osservazioni del tutto personali e criticabili, ma in quest'ultimo periodo mi sono saltate agli occhi alcune cose.

Tipo l'immagine di Ambrosoli, candidato alla Presidenza della Regione Lombardia per il PD, circondato da donne entusiaste che lo acclamano come uno dei California Dream Men.


Tipo che il rivoluzionario e giovane Movimento 5 Stelle candida pochissime donne 13% alla Camera e 28% al Senato. Meno di certi partiti di estrema destra, che le donne le vorrebbero tutte a casa a sfornare figli, e in effetti Grillo non è che si discosti poi molto da questo pensiero:



Tipo l'esclusione nel Lazio per le liste dei Radicali, perché contavano 5 donne e 4 uomini, per cui troppe.

Tipo Berlusconi che adotta una cagnetta.


Siccome questo è un blog e non un romanzo russo, sarò sintetica e affronterò questi casi uno alla volta, partendo, oggi, da Ambrosoli.

No, ma carino Ambrosoli eh. Veramente. A me piace. È in gamba, giovane. Conosco anche diversi suoi sostenitori. In gamba anche loro, onesti e con le idee chiare. Poi però vedo quella foto e mi assale lo sconforto. Vedo questo harem attorno al sultano. E improvvisamente quella faccia tanto pulita e quei modi gentili impallidiscono di fronte all'immagine di pappone che mi si fissa nel cervello. Faccio inconsciamente un paragone con Berlusconi, attorniato da veline e starlette in cerca di qualcuno che le mantenga, e me ne  dispiaccio. Me ne dispiaccio perché in realtà il PD è l'unico che lì rispetta le quote rosa, che si presenta con più del 40% di candidate donne, è l'unico che ci crede e che ha capito (se non altro per opportunità politica) che le donne stanno diventando un elettorato sempre più consapevole del suo potere.
Ma non posso fare a meno di pensare che manca ancora un tassello: finché il candidato rimane uomo, le donne saranno, per quanto numerose, sempre in secondo piano. Per carità, è già un grandissimo traguardo eh, ma proprio questo mi porta a puntare ancora più alto, a un'immagine forte di una Presidente della Regione donna. Di una Regione importante come la Lombardia poi.

Ecco, vi lascio il caso Ambrosoli come spunto, assieme anche a un consiglio per gli acquisti che piacerà  a chi è curioso di sapere, giorno dopo giorno, come cambiano le intenzioni di voto (ma non solo) anche durante il periodo di "oscuramento" pre elettorale: si chiama PoliticApp ed è attualmente la app più scaricata dagli App store.


L'ha fatta SWG assieme a Nativi, un gruppo di giovani esperti in comunicazione a cui voglio molto bene. E finalmente ho detto una cosa carina.









lunedì 14 gennaio 2013

Storiella di Natale a posteriori

Un Natale qualunque, in una casa qualunque, arriva Babbo Natale, che deposita i regali sotto l'albero e riparte con la sua slitta. La mattina, il risveglio è emozionante.
"Vieni a scartare i regali! Guarda! Qui c'è scritto il tuo nome."
"MAMMA! GUARDA! MI HA PORTATO LA BAMBOLA CHE VOLEVO! IL CICCIOBELLO BUA!"
"Bene! Apriamo allora."
"Ha il ciuccio."
"Sì, proviamo a toglierlo."
"PIANGE!"
"Forse gli devi misurare la febbre."
"Sì, dovrò dargli anche lo sciroppo."
"Così guarisce."
"Mamma, ma anche tu avevi le bambole da piccola?"
"Qualcuna, sì."
"E le portavi in passeggino?"
"Non avevo il passeggino, però mi prendevo cura di loro. Mi esercitavo per quando avrei avuto dei figli."
"Anche io avrò dei figli."
"Se vorrai."
"Mi devo esercitare allora, così poi saprò fare tutto."
"Bene."
"E sarò bravo come papà."
"Speriamo."

mercoledì 7 novembre 2012

Tu quanti handicap hai?

Torno sul tema che più di altri mi appassiona, per deformazione professionale e per demenza personale: la segnaletica. Sulla pagina facebook di Donne in ritardo ci stiamo confrontando sui dilemmi che suscita questo segnale:



Ringrazio la mia amica che è arrivata fino in Norvegia per consegnarci questo rompicapo.
Dunque, il senso generale del messaggio è chiaro: le mamme sono portatrici di handicap. Io, che ho due figli, come mi è stato giustamente fatto notare, ho due handicap. Immagino che in caso di quattro figli ti riservino direttamente una corsia stradale, perché è risaputo che in Norvegia sono molto attenti alle questioni sociali.
E fin qui ci siamo. Voglio dire, va bene: prendiamo coscienza di avere delle difficoltà rispetto al resto della popolazione abile. E su questa scia proporrei anche dei posteggi gratuiti e riservati in prossimità di negozi e principali luoghi di interesse, ché camminare sotto la pioggia, il pupo per mano e le buste dello shopping non è proprio il massimo.

Ma poi ci sono quegli altri due.
Quello con le stampelle e quello col bastone.
E mi domando: "perché?"
E forse se lo domandano anche quelle due donne, girate verso di loro in attesa di una risposta.
Perché in Norvegia sentono la necessità di differenziare l'handicap? Mi dicono che il primo è un giovane che si è appena operato al menisco, mentre l'altro è un anziano col bastone. Un'ipotesi sensata. Ma continuo: "perché?"
Forse l'obiettivo era quello di escludere qualsiasi dubbio su chi far sedere e chi no sull'autobus. Magari si sono trovati malissimo sui mezzi italiani, dove veniva rappresentato solo l'uomo col bastone e quindi quello con le stampelle ha fatto il viaggio in piedi, assieme alle donne incinte e alle madri coi bambini. Magari il giovane operato di menisco ha chiesto il posto e gli è stato risposto: "Eh no, caro. Tu mica hai il bastone".
Ma allora mi dovete mettere anche tutti gli altri. Tipo quelli col braccio in gesso. Perché come si tengono quelli col braccio in gesso? Quelli non li facciamo sedere? E quelli con la storta alla caviglia? E quelli con l'ascella pezzata? Ne vogliamo parlare?

Rimango sempre spiazzata dalla creatività repressa che hanno gli autori dei segnali convenzionali. Per questo ho dedicato un tag apposta su questo blog sotto la voce "segnaletica". L'argomento è veramente curioso.

Comunque resta un fatto ineluttabile: se sei un uomo e hai un bambino in braccio, resti in piedi. Ma anche se sei donna, anziana oppure giovane e operata al menisco.

lunedì 15 ottobre 2012

"Da grande voglio fare il cuoco". Ma anche prete va bene.


Allora, adesso finalmente posso parlarvi della prima elementare del mio primogenito. Che poi non si chiama scuola elementare, ma scuola primaria. E il preside non è più preside ma dirigente scolastico. Le gite sono uscite didattiche e il diario è sostituito dal libretto delle comunicazioni. Ora ho un dubbio legittimo su come chiamare le maestre, che intanto non sono una ma almeno due e io non ho ancora capito che materie insegna una e che materie l'altra, ma insomma va bene così.
Ho iscritto mio figlio a una scuola pubblica, anche se confesso di avere accarezzato l'idea del privato. Confesso e me ne vergogno. Il fatto è che si sentono così tante brutte cose sulla scuola pubblica, che cade a pezzi, che crolla al primo terremoto, che non ha i soldi nemmeno per la carta igienica, che le maestre sono scazzate, che ormai non si impara più niente. Insomma, a me piacerebbe che i miei figli iniziassero a leggere e scrivere bene, che apprendessero un metodo serio per studiare, che imparassero la curiosità, e non ero tanto sicura che la scuola pubblica agevolasse tutto ciò. Ma poi mi sono ricordata che anche quando andavo a scuola io non è che ci fosse proprio tutta questa perfezione. Se ti capitava la maestra balorda eri fritto per i successivi cinque anni. E in effetti non ero nemmeno troppo entusiasta dell'idea che i miei figli crescessero sotto una campana di vetro, dove l'ordine e la disciplina regnano sovrani, e da dove poi è molto difficile uscire. Non volevo che i miei figli crescessero avulsi dalla realtà insomma. Perché il mondo non è caucasico e la nostra civiltà non avrà ancora per molto la supremazia economica sulle altre e perché trovo utile - anche dal punto di vista della conoscenza - che i bambini imparino fin da subito ad avere dimestichezza con le altre culture. E non sto facendo un discorso buonista di amore e fratellanza: sto proprio parlando di ciò che è meglio. Ed è meglio che i miei figli si integrino con bambini cinesi, moldavi, kosovari, tunisini, senegalesi piuttosto che ne ignorino l'esistenza. Mi sembra che ignorarne l'esistenza sia dannoso, nel lungo periodo. E credo che un bambino che conosce usi e costumi di altri popoli e paesi abbia delle carte in più rispetto a un bambino che non ne abbia idea. Ecco, io vorrei che i miei figli avessero quelle carte in più, perché in fondo sono un'orribile arrivista.
E quindi sento mio figlio che mi parla dei suoi 24 compagni di classe. E pronuncia nomi stranieri come se stesse dicendo "Carlo" o "Francesca". E questo mi piace molto. I bambini di prima elementare, o come diavolo si chiama adesso la scuola, sono delle tavolette intonse, senza pregiudizi e sono molto curiosa di vedere come cresceranno, immersi da subito nelle diversità. E mi ha dato presto una bella lezione, mio figlio, quando mi stava parlando di Mihailo e io gli ho chiesto da quale paese dell'est provenisse. "Da nessuno: è italiano" Mi ha risposto come se gli avessi chiesto quanto fa uno più uno. In effetti per lui non ha alcuna importanza sapere l'origine di Mihailo. Lo scoprirà negli anni forse, dopo che intanto avranno fatto mille giochi insieme e saranno diventati amici. Adesso chissenefrega da dove viene lui o la sua famiglia.
E mi piace vedere mio figlio che va a scuola così, pulito. E vorrei che la stessa cosa avvenisse nella sua percezione di maschio e di femmina. Vorrei che nessuno gli imponesse lo schema "uomo-cacciatore / donna-preda" e nemmeno quello "uomo lavora / donna casa" o quello "dietro ogni grande uomo c'è sempre una grande donna", per esempio. Vorrei che giocasse con bambini e bambine senza filtri, senza replicare ruoli artificiali imposti da noi "grandi". Al momento, il mestiere che vuole fare mio figlio da grande è il cuoco. Dice che vuole andare a lavorare a Parigi (e stai tu a spiegargli che la cucina francese fa cagare) e poi anche sulle navi da crociera (scegli bene, ti prego) e vuole inventarsi un sacco di ricette. Per adesso fa tanta gavetta, apprendendo le tecniche dal padre, che non è cuoco ma cucina, con grande soddisfazione sua e di quelli che gli stanno intorno. Mi piacerebbe che nessuno a scuola lo censurasse, dicendogli che cucinare è un lavoro da donna. Mi piacerebbe che fosse sempre libero di esprimersi e fare quello che sente, anche se fosse il ballerino e, ahimè, anche se fosse il prete.
Chissà se questo, all'alba del 2012, sarà possibile.
Vi terrò aggiornati.

lunedì 1 ottobre 2012

Quei titolisti mattacchioni

"Quando è lui a lavare i piatti la coppia si sgretola, il 50% in più di divorzi". Ecco cosa mi segnala la mia amica Giulia stamattina. Poi vai a leggere, e scopri che in realtà non c'è nessun legame tra la parità nelle faccende domestiche e il numero di divorzi. O meglio, non c'è un legame causa-effetto. Si legge invece che probabilmente, siccome le coppie in cui c'è una sostanziale collaborazione tra i sessi nella gestione della casa e nella suddivisione dei compiti sono quelle più aperte e consapevoli, va da sé che sarà anche più facile che donna e uomo, qualora riscontrino una loro incompatibilità a restare insieme, siano più sciolti nella separazione.
Questa ricerca norvegese non mi sconvolge un granché. Diciamo che anzi mi dà conferma delle condizioni culturali e sociali in cui stiamo vivendo. Quello che mi fa rizzare i peli (maledetti peli) è il titolista (o la titolista). Che cosa mi vuol significare con la frase che quando l'uomo lava i piatti la coppia si sgretola? Puro sensazionalismo per indurci a leggere l'articolo? Strategia di marketing? A me pare una delle solite paraculate per attirare la nostra attenzione. Però si gioca sempre con il fuoco, perché mentre scrivi il tuo titolo paraculo, migliaia di trogloditi che la pensano proprio così esultano e ti prendono sul serio.
"HHA! Vedi? Faccio bene io a non alzare nemmeno un dito, donna! Io sì che tengo unita la coppia".
Oppure, in versione femminile: "Eh certo, un uomo mica è in grado di fare le faccende domestiche: con tutti i disastri che combinerebbe, la moglie lo lascerebbe subito".
Una gran bella discussione, in cui si dà per scontato che la durata o meno di una coppia dipenda dall'igiene domestica.
Insomma, dopo il delfino goloso e il cavallo curioso, oggi abbiamo anche il titolista mattacchione.

Concludo in bellezza e vi lascio con una vignetta di cura domestica ma anche di grande ironia, presentandovi la nuova protagonista di questo blog: La Paola.
La Paola accompagnerà questo blog nei meandri dei piccoli dettagli quotidiani che rendono grande la disparità tra uomo e donna, cercando di mantenere sempre leggero il tono delle nostre dissertazioni. Nella colonna di sinistra, trovate la sua biografia.



martedì 3 luglio 2012

Questa è la crisi, baby

La crisi ha inciso alla fine anche su questo blog, perché ho dovuto disertare le questioni di genere, per occuparmi di altre cose, tra cui, la mia sussistenza. Lo saprete benissimo anche voi: non stiamo vivendo un bel periodo, ma la cosa più grave non è tanto la scarsità di denaro in circolazione, quanto invece la scarsità di cultura, di senso civico, di adesione alla realtà. Siamo al ribasso su tutto, non c'è etica perché costa troppo, non ci sono valori perché fanno perdere tempo, non c'è rispetto per le persone perché non ha un ritorno. Si parla tanto di crisi economica, ma il lato finanziario è solo la minima parte di un sistema abbruttito già di per sé. La cosa che mi ha tenuta più impegnata, ultimamente, è la gestione dei rapporti di lavoro. In Italia le cose vanno male perché è il lavoro, prima ancora della cassa, che va male. Il ricatto è la forma più diffusa di contratto. "Se mi fai pagare adesso, non lavori più con me". "Se non lavori anche il sabato e la domenica, non ti rinnovo il contratto". "Se non accetti queste condizioni, fuori c'è la fila". E in effetti fuori la fila c'è veramente: masse di disperati che pur di avere un minimo di entrata cedono al ricatto, rovinando così il mercato in cui essi stessi poi si troveranno. Una volta, di fronte alle stesse criticità, le persone si riunivano e combattevano insieme per il RIALZO e non per il ribasso. Ma adesso manca la voglia, in certi casi, e l'energia in altri, per combattere veramente, per fare squadra.
Con questa premessa riprendo le fila del discorso lasciato più di un mese fa e vi dimostro come in effetti non sia sempre e solo il denaro il problema:



Ecco. Questo spot fa parte della campagna promossa dall'Unione Europea per attrarre più donne nei settori della ricerca scientifica. Insomma, in poche parole il brief diceva grossomodo così: chi l'ha detto che gli scienziati devono essere per forza maschi? Orsù, donne, la scienza è anche una cosa per voi!
Peccato che poi il messaggio che ne deriva è questo: "Care donne, lo sappiamo che siete un po' stupidine e che pensate solo allo shopping e ad abbinare le borsette alle scarpe. In ogni caso, siccome siamo per le pari opportunità, vi dobbiamo informare che, volendo, potreste diventare anche voi delle scienziate. Come vedete da questo spot, gli scienziati maschi, che stanno lavorando seriamente nei laboratori di tutta Europa, vi aspettano con trepidazione. Soprattutto se sarete carine con loro".
Questo spot è stata talmente una cagata pazzesca, che l'hanno oscurato quasi subito dal sito ufficiale dell'iniziativa. Il problema è che poi è rimasto comunque il sito: http://science-girl-thing.eu/ dove potete ammirare un trionfo di cuoricini, di iconcine colorate, di ragazze che si fanno la foto con l'iPhone. Insomma, da ogni parte un unico grido di dolore: SIETE DEFICIENTI.
Allora, riprendendo il discorso di prima, questa è la percezione della realtà che molti hanno (e purtroppo quelli con potere decisionale). Mentre la realtà è invece questa:


Adesso mi direte che è ovvio e che esagero, ma voi rappresentate purtroppo una minoranza di persone che si fanno domande, che si interrogano su alcune cose e che magari a volte vogliono anche farsi qualche risata. Probabilmente il video della Montalcini sarà invece commentato dai più, come "una palla", "una vecchia rincoglionita che parla a quattro sfigate", "quella che chiede se potrà tornare in Italia è la solita che vuole la pappa pronta e che non vuole sacrificarsi", "e comunque la cinesina non è male".
Ecco, QUESTA è la crisi, secondo me.

mercoledì 23 maggio 2012

Ridatemi i miei soldi

Faccio un'apparizione lampo solo per dare eco a una notizia fresca fresca riportata su corriere.it.
Pare che dal 2016 gli stipendi delle donne saranno equiparati a quelli degli uomini, a parità di ruolo. A parte che non ho capito perché ci vogliano quattro anni per entrare a regime. Cos'è, non hanno i soldi? E questo pensiero mi fa riflettere su quanti milioni di miliardi di euro le donne abbiano fatto risparmiare a Stato e imprese dalla nascita del mondo a oggi. A parte che non è chiaro se questa legge sarà valida solo per i dipendenti statali oppure per tutti. Cioè, anche le imprese saranno obbligate all'equa retribuzione? E quindi, nel mio pessimismo cosmico odierno mi chiedo: non è che adesso le imprese avranno una scusa in più per non assumere donne? In assenza di una reale cultura della parità, questa legge, se applicata anche al mondo privato, rischia di diventare un boomerang. Le aziende che ragionano esclusivamente nell'ottica del profitto e non in quella della sostenibilità (e in Italia sono ancora molte), o non assumeranno più donne, oppure abbasseranno gli stipendi agli uomini.
Sì, lo so, non sono mai contenta, ma le leggi devono andare sempre di pari passo con l'educazione, altrimenti si trova immediatamente il modo per stravolgerne il senso.
Intanto, mi piacerebbe che qualcuno mi restituisse i miei soldi.

giovedì 10 maggio 2012

Padri coraggio

Cavalco l'onda dei padri, ché non voglio proprio lasciarmela sfuggire. Quasi due anni fa scrissi un post molto cattivo sui padri, e un po' adesso me ne vergogno. Partivo un po' da lontano, riprendendo la storia di Edipo e domandandomi come mai per millenni ci siamo concentrati sul tabù del figlio che "giace" con la propria madre (inconsapevolmente, tra l'altro) e non sul padre Laio che perfora le caviglie del neonato e lo appende a una trave abbandonandolo. Insomma, non per giustificare Edipo, ma il poveretto è stato menomato e abbandonato da suo padre, è cresciuto lontano dai genitori, poi una sera pensa di trombarsi una bella donna e fra tutte, per sfiga, sceglie proprio la madre. Un po' di indulgenza, dico io! C'è stato un equivoco, non è colpa sua. Per esempio, se il padre non l'avesse abbandonato per paura di una stupida profezia, le cose forse sarebbero andate diversamente. Sicuramente Edipo avrebbe avuto ben chiaro nella mente chi era sua madre e con chi poteva o non poteva accoppiarsi. E Freud sarebbe morto di fame.
Quello che volevo dire in quel post, e che ribadisco adesso, è che dai padri, per migliaia di anni, non ci si è mai aspettato un granché. Cioè, a che doveva pensare mai il re Laio nella sua vita, se non al suo regno e al suo potere? Di sicuro non al figlio. E così la nostra umanità è andata avanti per molto tempo.
Certo, oggi esistono ancora padri poco presenti, padri che si illudono di essere bravi perché hanno cambiato un paio di pannolini e ogni tanto mettono a letto il bambino la sera. Padri che passano fuori casa 16 ore e in queste 16 ore nemmeno un minuto è dedicato a interrogarsi su "Chissà cosa starà facendo mio figlio adesso", oppure "Chissà se ci sarà il latte in frigo per domani". Di questo sono responsabili i padri stessi, che scelgono di non occuparsi dei propri figli, e anche le madri, che scelgono di accollarsi interamente l'accudimento dei bambini, spesso perché sono fermamente convinte che i padri non ne siano capaci. Ovviamente nessuno si sogna di porre la questione in questi termini così brutali. La mia è una provocazione. Ma la realtà pratica è questa: in molte famiglie, l'uomo è esentato dall'educazione dei figli con buona pace delle madri, che adorano vantarsi lamentarsi per l'impostazione multitasking che le porta a occuparsi di 700 cose contemporaneamente, dal lavoro, alla spesa, ai figli.
Ma adesso basta.
La realtà è questa, ma ce n'è un'altra emergente e molto diversa. Quel mio post molto cattivo lascia spazio a questo, nuovo e pieno di speranza. Alcune aziende si rivolgono ai padri in quanto padri. Nascono associazioni. Spuntano blog. Parlando con le donne, sono sempre più frequenti i casi in cui senti frasi tipo: "Mio marito è andato a portare nostro figlio dal pediatra", "Suo padre lo porta ogni giorno in asilo", "La sera è lui che cucina e dà la pappa al bambino".
Prendo spunto da un post di Genitoricrescono che domanda se le istanze per un rapporto più equilibrato tra generi possano passare proprio attraverso i padri. La questione è molto interessante, perché hai voglia tu a scendere in piazza con altre donne, hai voglia a protestare per le dimissioni in bianco, per gli asili, per le discriminazioni, ma se anche gli uomini iniziano a manifestare la propria esigenza di vivere come esseri umani e non come bestie da lavoro, se iniziano a volersi occupare di propri figli e dell'ambiente in cui devono vivere, beh, vuoi mettere la differenza?
Tornerò sull'argomento nei prossimi post.

giovedì 8 marzo 2012

Donna fortunata

Faccio solo una rapida incursione, perché oggi, per fortuna, devo lavorare. E sono molto fortunata per questo, e ancor più perché ho due figli piccoli. Questa è stata la mia considerazione odierna, in occasione della Giornata internazionale della donna. Non so quanto ci sia realmente da festeggiare oggi, se il mio status rimane ancora un "caso fortunato".
Vi lascio con la testimonianza che una mia amica italiana residente ad Amsterdam ha espresso questa mattina su facebook:
"Oggi festeggio la festa della donna vivendo in un paese in cui i doveri familiari si dividono al 50% e lavorando per un Gm uomo che quando ha i figli malati ci sta a casa lui!"
C'è sempre chi è più fortunato di me.
Buona giornata a tutti!

lunedì 27 febbraio 2012

The iron lady

Non ve ne fregherà niente, ma io ADORO Maryl Streep. E quindi festeggio insieme a lei il suo ultimo oscar come migliore attrice per il film The iron lady. Ha impersonato Margaret Thatcher, la prima donna a ricoprire il ruolo di Primo Ministro in un paese europeo, e non perché fosse progressista. Ha governato bene la Thatcher? Ha governato male? Non importa. O meglio, importa a seconda della nostra inclinazione politica, e su di lei esprimeremmo gli stessi giudizi che esprimeremmo nei confronti di Ronald Reagan, il suo gemello maschio d'oltre oceano. Questo è quello che conta: giudicare il suo lavoro solo in base ai risultati o alle nostre considerazioni politiche e non in base al suo genere.
Vi lascio con un'intervista a Maryl Streep, che ricorda di quando lei era all'Università e fu eletta la Thatcher. Non c'erano studentesse di legge all'epoca, ricorda. E gli unici mestieri che potevano fare le donne erano l'insegnante e l'infermiera. E la prostituta, ovviamente. Poi, se ne aggiunse un altro: il Primo Ministro.
Buon inizio settimana!