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domenica 2 marzo 2014

Le cattive ragazze vanno dappertutto. E poi muoiono.

“Incensurata e disoccupata. Una propensione alle relazioni pericolose. Da giovanissima aveva avuto una lunga convivenza con un albanese da cui aveva avuto due figli.”

Grazie TG1, per queste note biografiche su Lidia, la donna trovata morta accoltellata in un sottopasso della stazione di Mozzate. Grazie per averci suggerito con dovizia giornalistica la ragione per cui una donna possa finire ragionevolmente ammazzata. Grazie per la funzione educativa verso tutte le altre cattive ragazze: siamo tutte avvisate.


lunedì 24 febbraio 2014

Che orrore quella Ministra!

Una donna all'ottavo mese di gravidanza è diventata Ministra della Pubblica amministrazione e semplificazione. Si chiama Marianna Madia e prima di oggi nessuno si era preoccupato molto di lei. Ma quel pancione...sì, quella cosa così grande che ti impedisce di vedere tutto il resto, ha monopolizzato ogni conversazione. Marianna Madia ha smesso di essere una donna, una professionista, una politica, una Ministra e infine, una persona, da quando ci siamo accorti che è incinta. Adesso è "solo" mamma, con tutto ciò che ne consegue: una mamma fa la mamma, non fa altro. Una mamma non lavora, non va in giro, non può e non deve fare altro che pensare alla sua maternità e soprattutto, ma che lo dico a fare, non può fare la Ministra.
Che orrore Marianna Madia che fa la Ministra!
"Come farà a lavorare seriamente con un figlio appena nato?" Dicono quelli che pensano che la maternità sia una malattia che ti fa diventare improvvisamente cretina.
"Come farà a prendersi cura del bambino se fa un lavoro di responsabilità?" Dicono quelli che pensano che il lavoro sia un ostacolo per il corretto allevamento dei figli.
"Come farà ad andare avanti in mezzo a tutta questa gente che si fa i cazzi suoi?" Dico io.

E dico anche: "Nella storia istituzionale italiana ci saranno pur stati altri ministri che hanno iniziato il loro incarico pochi mesi prima di diventare padri. Eppure nessuno si è mai preso la briga di farne argomento di conversazione. Evidentemente non fa così orrore che un uomo che sta per diventare padre accetti un impegno istituzionale. In sostanza non fa orrore che un padre stia lontano dai suoi figli. A me invece, un ministro così farebbe orrore. Ma magari quel padre-ministro si è organizzato. Magari la moglie si trasferisce a Roma per i primi mesi. E magari, anche per una donna può essere così. Magari Marianna Madia ha un compagno presente che la aiuterà nella gestione del figlio. Magari, per una volta, siamo di fronte a due genitori, anziché soltanto davanti a una madre che si deve smazzare da sola ogni singolo aspetto che riguarda il figlio. O magari si è semplicemente organizzata con delle brave tate. Perché no, se se lo può permettere? Ogni donna dovrebbe essere messa in grado di 'potersi organizzare', a prescindere dal lavoro che fa. Ogni donna ma anche ogni uomo."

Sulla vicenda, che per me non è una vicenda, non ho altro da dire. Discutiamo un po' meno della vita familiare dei Ministri e un po' più di quella professionale.


martedì 7 gennaio 2014

P&G pensa alle madri separate

Ho già parlato qui del rapporto che P&G vorrebbe avere con tutte le mamme del mondo. Ho già protestato contro l'immagine della mamma che DA SOLA si sobbarca tutti i lavori domestici, DA SOLA cresce i figli e sempre DA SOLA li fa pure diventare campioni olimpici. Ho protestato anche a nome di tutti quei padri che dicono: "Hey! Ma non è così!!! Anche io porto mio figlio ad allenamento, gli preparo la cena e carico la lavatrice!" Ma niente, a P&G l'opzione che esistano anche i padri e che questi padri possano essere attivi nelle famiglie proprio non piace. Meglio insistere sullo stereotipo della donna/mamma che fa tutto da sola. Perché si sa, le donne sono multitasking e i fustini di detersivo si vendono meglio a loro.

Adesso esce il sequel di quello spot che in molte, troppe, ha suscitato lacrime di commozione.



E mi è venuta l'illuminazione. Non avevo capito niente. Pensavo che P&G fosse la classica multinazionale che si nutre del marketing più conservatore e generalista. Pensavo che la sua comunicazione fosse un ostacolo culturale al lento e difficile processo verso la parità di genere, verso il superamento degli stereotipi. E invece mi sbagliavo: P&G in realtà promuove un reale cambiamento della società verso nuovi modelli di famiglia.
Sì, perché finalmente si parla a una categoria di donne che non sono mai considerate nella comunicazione italiana e forse nemmeno in quella estera: le donne separate.
E allora sì! Essere una donna separata non ti emargina dalla società! Guarda donna separata: sei forte anche se sei da sola! Insegni ai tuoi figli che si può anche cadere ma che l'importante è rialzarsi! Un bellissimo messaggio di coraggio. Pensate che rivoluzione: non è più la famiglia tradizionale al centro di una comunicazione di una delle multinazionali che investono di più al mondo in comunicazione, ma è un modello nuovo, indipendente.
Le donne, che in caso di separazione sono in genere quelle più svantaggiate, adesso hanno uno sponsor importante. Uno sponsor che le incoraggia e dice loro che possono sempre farcela, che possono sempre rialzarsi, esattamente come insegnano loro ai figli.

Vabbè dai, la smetto, che quasi quasi mi convinco da sola.

P.S.: aggiungo un chiarimento "postumo". Siccome mi stanno arrivando commenti entusiastici su questa cosa delle mamme separate, sono costretta a specificare che si tratta di una mia personale provocazione e che non c'è evidentemente alcuna intenzione da parte dell'azienda di fare un salto così audace. Purtroppo le cose restano come sono sempre state: l'azienda inscena le mamme nel loro ruolo più classico, che è quello di donne che si occupano dei figli e della cura della casa e comprano i prodotti P&G. I padri probabilmente sono tutti al lavoro.


venerdì 27 settembre 2013

La buona vecchia tradizione del rogo

Negli ultimi anni in Italia, ogni pubblicitario che si rispetti ha dovuto misurarsi con il più celebre dei binomi, quello che deve assolutamente accompagnare la filosofia di ogni prodotto, di ogni servizio, di ogni azienda, piccola, media, grande, nuova o vecchia che sia. Un binomio che può accomunare un produttore di gelati con un designer di bidet. Un binomio che sta bene su tutto, come una donna nuda per intenderci.
Il binomio "tradizione e innovazione".
Ora, sono sicura che nella vostra vita anche voi avrete i vostri bei grattacapi sul lavoro e non voglio di certo sminuirli adesso, ma veramente: non avete idea di che cosa significhi per un creativo che lavora in pubblicità dover tradurre in parole e immagini il concetto "tradizione e innovazione". Una volta ho lavorato per un'azienda che fa tappi di sughero e non vi dico tutte le idee che ci sono venute in mente per "sistemare" quei tappi in maniera tradizionale ma innovativa. Nessuna di queste era pubblicabile, ovviamente.
Per fortuna ultimamente le cose stanno migliorando: questo pauroso senso di bilico tra passato e futuro sta scomparendo. Gli imprenditori italiani e con loro molti responsabili marketing hanno capito che era molto pericoloso tenere la gente in sospeso tra ieri e domani. E così, il concetto di innovazione è stato soppresso e ci siamo tenuti quello di tradizione. Vuoi mettere la sicurezza? La stabilità? Solidità, certezza? I valori? Dove sono i valori di un tempo? Un tempo, quando si stava veramente bene.

Ed ecco che negli ultimi tre giorni abbiamo assistito alla santificazione della Tradizione. La Tradizione è salvezza, la Tradizione è vita. Ci siamo ridotti così perché per un attimo ci siamo dimenticati del nostro passato, abbiamo ceduto all'innovazione e guarda adesso come siamo combinati!
Tutti, intellettuali, giornalisti, menti illuminate, hanno per un attimo abbracciato la sicurezza della tradizione quando la Presidente della Camera ha sollevato il caso della pubblicità italiana. Che, diciamocelo, anche se è contro i miei interessi, fa veramente cagare. E che cosa ha detto Laura Boldrini di tanto scandaloso? Qual è stato il suo odioso attacco alla Tradizione?
Ha detto che quando una donna, negli spot televisivi, viene rappresentata sempre e solo come una mamma che serve la cena a tavola oppure come corpo da associare a qualsiasi prodotto, beh, c'è qualche domanda da farsi.
Ommioddio.
La Presidente della Camera ha raccontato una verità che sfido chiunque a contestare: la donna nella pubblicità italiana viene rappresentata principalmente in due modi: madre/casalinga oppure tigre del materasso. Questo è parte di un problema culturale enorme che tocca tantissimi aspetti della nostra società, dal fatto che le donne guadagnano meno degli uomini, che non riescono a fare carriera, che devono scegliere tra figli e lavoro, che devono firmare dimissioni in bianco, al fatto che vengono molestate, stuprate e uccise quando vogliono semplicemente farsi i beati cavoli loro. Il modo in cui si rappresentano le donne sui media e il modo in cui se ne parla è un problema serio.

Però è la Tradizione, baby. Insomma, si è sempre fatto così. Ma cosa vuole la Boldrini? Le mamme cucinano da sempre, perché "servire è amore" ha detto qualcuno su Twitter. Perché tutti abbiamo una nonna o una mamma che hanno preparato dei piatti prelibatissimi di cui andavano orgogliose. Qual è il problema? Non vorrete mica toglierci i pilastri della società italiana? Mamma mia che paura: la Boldrini lancia messaggi troppo innovativi per essere compresi. L'innovazione è morta, resta solo la Tradizione. E alla Tradizione non piace che si parli male degli spot con le mamme che servono a tavola. Alla Tradizione non piace che negli spot possano essere rappresentate donne che lavorano o che studiano. Cosa sono queste diavolerie?

E arriva pure l'industria italiana a dare manforte all'esercito dei portatori dei sani valori di un tempo, e lo fa parlando della TRADIZIONALE famiglia italiana, quella in cui le donne servono a tavola e sono tutti eterosessuali. Grazie a Guido Barilla, noi pubblicitari siamo finalmente e definitivamente salvi dall'orrido binomio "tradizione e innovazione". Grazie a lui e a tutti quelli che si battono per difendere tutto il nostro passato remoto - per lo più onirico, a dire la verità - possiamo dimenticarci della parola "innovazione". Oh, quant'è rassicurante sapere che si torna a casa e ci sarà la televisione accesa sul TG1 e la mamma che ci serve la pasta al sugo e tutti i problemi del mondo restano fuori: froci, negri, puttane, disoccupati, musulmani e zingari.

Sì, è vero, ogni azienda deve scegliersi bene il suo target. Barilla è liberissima di scegliere quello ariano. Non discuto su questo. Discuto però sullo sbandieramento di un nuovo, terrificante binomio, un binomio che è emerso fortissimo in questi ultimi giorni e che ci fa rimpiangere quello vecchio. È il binomio Tradizione e orgoglio. Perché la Tradizione, rimasta senza l'innovazione, adesso incarna il bene assoluto. Il nostro passato è il bene assoluto. Ma prima di gioire, guarderei bene di cosa è fatto questo passato e soprattutto a quale presente ci ha condotti.

Ora scusate, ma prima che io venga bruciata al rogo secondo tradizione, torno a lavorare, finché quei pochi innovatori rimasti me ne danno la possibilità.

mercoledì 18 settembre 2013

La rivoluzione delle penne

Ho parlato altre volte dei geni del marketing che spesso allietano la nostra vita con scelte originali.  BIC non ha voluto essere da meno e si è sentita in dovere di regalare al mercato un nuovo, rivoluzionario prodotto: la penna per le donne.
Questa volta farò parlare chi ha sollevato il caso prima di me: Ellen DeGeneres. Io non avrei saputo dirlo meglio:



Ora che possiamo finalmente scrivere a nostro agio, non ci manca più niente.
Corro a comprarle!

venerdì 30 agosto 2013

"Non piangere"

Avete presente quel fenomeno strano per cui, quando siete a piedi per strada odiate tutte le macchine che vi passano a destra e sinistra e quando invece siete seduti voi in macchina, nel preciso istante in cui mettete in moto, il pedone diventa il vostro peggior nemico? Ecco, la stessa cosa a me succede coi bambini.
Che sia chiaro, io amo i miei figli. Adoro passare le vacanze con loro. Quest'anno ci siamo divertiti un sacco al mare: abbiamo riso come matti, abbiamo guidato i quad come i re dei tamarri, abbiamo fatto casino insieme e ci siamo voluti un gran bene, la sera, facendoci le coccole prima di dormire. Adoro le mie creature, veramente. Ma poi, capita magari un weekend con le amiche, o una trasferta di lavoro da sola e mi trasformo immediatamente in Crudelia De Mon. Odio i bambini che piangono in treno, quelli che piangono al ristorante, che piangono in spiaggia, al bar, al supermercato, che piangono ovunque! Confesso che se sono sola al mare, scelgo il posto più lontano possibile dalle tracce di presenza infantile. Quando prendo un treno, trasalisco quando vedo un passeggino nel mio scompartimento. E guardo con orrore quelle madri (perché nel nostro paese sono sempre ancora le madri che stanno coi figli) che si affannano a inseguire quei bambini, a pulirli, a dare loro da mangiare, a farli giocare, a farli smettere di piangere. Le guardo e penso a tutte le volte che vengo guardata anch'io così, mentre il mio primogenito vomita nel sacchetto per il mal di mare e il secondogenito grida perché vorrebbe essere a letto da tre ore. E penso che le donne che mi guardano con disappunto sono altre madri che a loro volta si prendono i loro 5 minuti di soddisfazione. 

Insomma, sono un mostro, lo so. E in mezzo a questa mia mostruosità, ci sono i bambini, poveri esseri inconsapevoli e innocenti che non possono fare altro che piangere di fronte alle brutture di questo mondo, compresa la mia.
Sì, perché i bambini piangono. Che scoperta, eh? I bambini non ti dicono: "Guarda, sono rimasto molto deluso dal fatto che non ci fosse il budget per il nuovo Trenino Thomas". No, i bambini piangono. Non ti dicono: "Vorrei schedulare la nostra giornata in maniera diversa dall'asilo". Non ti dicono nemmeno "Questi spaghetti hanno un retrogusto esotico". Piangono, piangono e basta. È l'unico modo che hanno per esprimersi, per manifestare i loro sentimenti, per sfogarsi. E invece noi che facciamo? Qual è la frase più ricorrente di un genitore medio? "Dai, non piangere (tantomeno in treno, o in un luogo pubblico)". Questa cosa poi, prosegue in maniera differenziata per maschi e femmine. Il maschio è bene che non parli dei propri sentimenti, che non li esprima. Il maschio dovrebbe smettere presto di piangere. Per le femmine invece c'è più indulgenza. Anzi, le femmine sono così, sempre un po' isteriche, perché ci hanno gli ormoni e non ragionano e ce le teniamo così. E molte femmine quando crescono, tengono un diario, chiuso con un lucchetto, che le madri più smaliziate imparano a rintracciare e a scassinare senza lasciare traccia dell'effrazione. Sul diario si incanalano emozioni, paure, lacrime, gioie. Nei diari delle femmine ci sono pezzi autentici di vita vissuta, sentimenti allo stato puro. 
E i maschi? I maschi non tengono diari. L'ho scoperto quando mia madre ha deciso di regalare al mio primogenito un diario su cui lui potesse appuntare i suoi pensieri. "Così si esercita a scrivere" mi ha detto, coerentemente con il suo ruolo di professoressa d'italiano e latino in pensione (e con il ruolo di rompiballe). Mia madre quel diario ha fatto fatica a trovarlo. Dice che ci sono solo diari di Barbie, Winx, Hello Kitty, dice che sono tutti rosa e parlano alle bambine. Alla fine ne ha trovato solo uno unisex, e l'ha preso:

Il diario del Piccolo principe. Carino eh. Con lucchetto. Ovviamente è importato dalla Francia, dove evidentemente i maschi sono liberi di tenere un diario.
E allora penso che se i bambini maschi fossero liberi e magari anche incoraggiati a esprimere i loro sentimenti, anziché a reprimerli o far finta che non esistano, magari la futura generazione di adulti potrebbe essere un pelo migliore di quella attuale. Magari ci sarebbero meno uomini tristi e frustrati. Magari ci sarebbero uomini più consapevoli perché hanno imparato a verbalizzare per iscritto i loro sentimenti. Magari ci sarebbero meno omofobi, meno misogini, in generale meno stronzi in giro. Chissà. Magari un diario può contribuire a fare la differenza. 

Lorenzo ha iniziato a scrivere. A matita, perché dice che così quando finisce lo spazio, può cancellare e scrivere di nuovo. Perché oltre alle pari opportunità gli stiamo insegnando anche l'ecologia.

Povera creatura.

venerdì 23 agosto 2013

Ragazze ininterrotte

Sono passati quasi due mesi dall'ultimo mio post, il che farebbe inorridire qualsiasi analista di social strategy, ma siccome non devo vendere niente, posso permettermi di dire "chissenefrega". Però un attimo, "chissenefrega" fino a un certo punto, perché in realtà non sto attraversando un periodo di perdita di interesse o di scarsa motivazione. Non mi sono stufata di scrivere su temi legati alle questioni di genere, né ho smesso di occuparmene. In realtà, la causa del mio recente silenzio è proprio l'opposto (sì, vabbè, ho fatto tre settimane di ferie, ma che c'entra). In realtà sono stata meno a scrivere e più ad agire. Perché arriva un momento nella vita di ognuno di noi, in cui, dopo aver segnalato un problema, bisogna fare qualcosa per risolverlo. Cioè, non si può mica stare a segnalare per tutta la vita, no?
Posto che credo comunque molto nell'attività di denuncia di questo e di altri blog e che quindi non smetterò mai di parlarne, ho avuto voglia di realizzare alcune idee che mi sono venute strada facendo.

Oggi vi parlo della prima idea, che adesso si è concretizzata in un vero e proprio progetto.
Per inquadrare il campo di intervento, vi racconterò un eloquente episodio vacanziero.

Esterno giorno.
Spiaggia.
Temperatura esterna: 2000 gradi.
Temperatura del mare: appena sotto la soglia dell'evaporazione.
Unica strategia anti caldo vincente: praticare l'immobilismo assoluto.
Velocità bioritmo: zero.
Velocità metabolismo: zero (il che significa quindi assimilazione istantanea anche delle calorie degli esseri viventi circostanti).
Encefalogramma: piatto.
Unica attività intellettuale: costante osservazione sociologica sul campo.
Soggetti osservati: famiglia italiana media, composta da padre, madre, figlia dodicenne.
La ragione per cui ho osservato solo questa famiglia è che sono stati anche loro immobili per otto ore di fila e questo per me è stato molto rassicurante.

Evento della giornata: verso le sei e mezza di sera, mentre iniziamo un po' tutti a sbaraccare le nostre postazioni balneari, regalando finalmente a quella spiaggia una parvenza di vitalità, succede qualcosa.
Un signore dell'ombrellone vicino, che evidentemente si è dedicato alla mia stessa attività, è andato a congratularsi personalmente con la madre della famiglia italiana media.

"Guardi, le devo dire che ha una figlia BRA-VIS-SI-MA. L'ho osservata, sa? Braaava, buooona, è stata tutto il giorno tranquilla, ha letto, è stata con voi...Io invece ho un maschio, sa? Ah, i maschi, che invece non stanno fermi un attimo..."

La signora ha incassato elegantemente, anche con un certo compiacimento. Io a quel punto, vigile come un felino di notte, guardo la ragazza per scrutarne la reazione. Ed eccola lì, l'espressione che mi ha dato la soddisfazione più grande di tutta la vacanza. Che mi ha riempito di orgoglio, che mi ha fatto pensare che sì, sono sulla strada giusta, e sì, è il momento di fare qualcosa di concreto.
L'espressione è la stessa che balenava negli occhi di Angelina Jolie in Ragazze interrotte. Per l'esattezza, questa:


È quell'espressione che anche io, da giovane, da piccola, avevo spesso, un'espressione eloquente, che si può tradurre più o meno così: "Attento, che se scopro qual è la tua auto familiare di merda, te la faccio diventare una Panda, facendoci sbattere la tua testa vuota".

Quell'espressione racconta una realtà molto diversa da quella di cui sembrano compiacersi ancora molte persone oggi. Una realtà che non corrisponde allo stereotipo delle ragazze brave, belle e buone che non danno pensieri ai genitori. La realtà che vuole che le ragazze si comportino in modo decoroso, che restino il più possibile invisibili, che non si facciano sentire. Come un soprammobile per esempio. Come un complemento d'arredo, che si guarda e si ammira per la sua eleganza e il suo abbinamento al resto della casa e che bagnanti qualsiasi si sentono in dovere di elogiare.
Quel signore è andato a congratularsi apposta con quella madre, per le virtù della figlia. Ed era un uomo con una certa posizione, si vedeva, con una certa cultura, la cultura italiana. E quel che preoccupa di più è che quell'uomo ha un figlio maschio. "Esuberante" diceva lui. E beato lui, dico io. E deve averlo pensato anche quella ragazza di dodici anni, che magari avrebbe voluto essere libera di lasciarsi andare come un maschio, senza rischiare di essere rinchiusa in un istituto per ragazze interrotte.

E allora penso che quell'idea che mi frullava in testa da tempo, che adesso è diventata un progetto e che vuole iniziare a educare fin da piccoli i bambini (maschi e femmine) a sentirsi liberi di scegliere i propri giochi e il proprio modo di essere, è un'idea sensata. E deve averlo pensato anche la commissione della mia Regione, che ha deciso di finanziare questo progetto, che si chiamerà "Pari o dispari? Il gioco del rispetto" e che partirà quest'anno scolastico, in quattro asili pilota del Friuli Venezia Giulia, con la distribuzione di kit didattici che insegneranno ai bambini, attraverso il gioco, a superare gli stereotipi e a rispettare la differenza di genere. Così che in futuro, se un dodicenne maschio vorrà essere bravo e buono, potrà farlo senza dubitare della sua identità di maschio e allo stesso modo, se una ragazza vorrà giocare a calcetto sulla spiaggia (o spaccare la faccia a chi glielo vorrà impedire), non si sentirà sbagliata.
L'ho scritto tante volte su questo blog: bisogna partire dall'educazione, dai bambini. Ma non dalle scuole medie, non dalle elementari, quando sono già tutti divisi tra rosa e azzurro. Bisogna iniziare dagli asili, scardinando in tempo gli stereotipi che vogliono le femminucce brave e i maschietti avventurosi.
E quindi adesso iniziamo.

P.S.: il progetto ha potuto vedere la luce grazie a Daniela Paci, insegnante della scuola dell'infanzia, e a Lucia Beltramini, psicologa, che supportano scientificamente e professionalmente questa idea.

venerdì 7 giugno 2013

"Ho un fucile, una vanga e due ettari dietro casa"


Ciao Benedetta, 

gira questa cosa su Facebook. Fa ridere no? Il papà che minaccia di morte il ragazzetto della figlia, che vuole come risposta "presto Signore", che richiede lavori in cambio di un'uscita con la figlia. Fa ridere no? no? no. A me no. Mah, sarà che forse non capisco, ho due bimbi maschi. Ma che è questo attaccamento "protettivo" verso le figlie femmine? Non riesco bene a mettere in parole il fastidio che mi dà. Ho proprio difficoltà. Che cos'è? Un ennesimo tentativo di mostrare la ragazza fragile che ha bisogno dell'uomo (padre o marito)? Che da sola non se la sa cavare. O addirittura il diritto di decidere i termini delle uscite della figlia? per "proteggerla" perché una donna non può essere indipendente, ma sempre protetta... Non so, ho difficoltà. 

Ma so che la cosa che mi ha infastidito di più sono stati i commenti di miei amici (donne e uomini) che fanno battute, dicono che alla figlia regaleranno il burka, che queste regole saranno appese sulla porta di casa. E mi sei venuta in mente te... Vorrei tanto sapere come la pensi te, e soprattutto vorrei farti una domanda, non ti sembra che anche questo sia un sintomo della donna oggetto? Non solo oggetto di pubblicità volgari e irreali, ma anche oggetto dell'uomo, fidanzato, ex, marito, e stavolta anche padre? 

Ilaria

Lascio a voi la risposta. Che ne pensate?


lunedì 20 maggio 2013

#TISALUTO

In Italia l'insulto sessista è pratica comune e diffusa. Dalle battute private agli sfottò pubblici, il sessismo si annida in modo più o meno esplicito in innumerevoli conversazioni.

Spesso abbiamo subito commenti misogini, dalle considerazioni sul nostro aspetto fisico allo scopo di intimidirci e di ricondurci alla condizione di oggetto, al violento rifiuto di ogni manifestazione di soggettività e di autonomia di giudizio.

In Italia l'insulto sessista è pratica comune perché è socialmente accettato e amplificato dai media, che all'umiliazione delle persone, soprattutto delle donne, ci hanno abituato da tempo.

Ma il sessismo è una forma di discriminazione e come tale va combattuto.

A gennaio di quest'anno il calciatore Kevin Prince Boateng, fischiato e insultato da cori razzisti, ha lasciato il campo. E i suoi compagni hanno fatto altrettanto.
Mario Balotelli minaccia di fare la stessa cosa.

L'abbandono in massa del campo è un gesto forte. Significa: a queste regole del gioco, noi non ci stiamo. Senza rispetto, noi non ci stiamo.
L'abbandono in massa consapevole può diventare una forma di attivismo che toglie potere ai violenti, isolandoli.

Pensate se di fronte a una battuta sessista tutte le donne e gli uomini di buona volontà si alzassero abbandonando programmi, trasmissioni tv o semplici conversazioni.

Pensate se donne e uomini di buona volontà non partecipassero a convegni, iniziative e trasmissioni che prevedono solo relatori uomini, o quasi (le occasioni sono quotidiane).
Pensate se in Rete abbandonassero il dialogo, usando due semplici parole: #tisaluto.

Sarebbe un modo pubblico per dire: noi non ci stiamo. O rispettate le donne o noi, a queste regole del gioco, non ci stiamo.

Se è dai piccoli gesti che si comincia a costruire una società civile, proviamo a farne uno molto semplice.
Andiamocene. E diciamo #tisaluto.



E nella versione maschile da Lorenzo Gasparrini.


Se ti va, copincollalo anche tu!


lunedì 13 maggio 2013

Finalmente delle belle donne in pubblicità

Finalmente c'è l'occasione di pubblicare una bella campagna che abbia come soggetto una donna. Ecco, questo è uno di quei casi in cui mi sento orgogliosa di appartenere alla categoria dei professionisti della comunicazione e in particolare dei creativi.
Lode a Lara Rodriguez e Giorgio Fresi (Tbwa), che hanno dato voce e immagine a questa bella campagna per la petizione dell'ADCI - Art Directors Club Italiano, per fermare la pubblicità sessista.
A questo punto non vi resta che firmare qui.





venerdì 10 maggio 2013

Scoprire che i tuoi figli ti odiano

C'è stato un tempo in cui per la festa della mamma curavo i testi delle campagne pubblicitarie per l'AIRC - Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro. Bei tempi quando lavoravo in agenzia e i miei principali strumenti di lavoro erano la carta e la penna. E bei tempi quando la mamma era festeggiata facendo anche un'opera di beneficenza: uscivi la domenica, andavi in piazza, ti compravi un'azalea e facevi commuovere tua madre aiutando contemporaneamente l'AIRC.
Attenzione, questa cosa la si può ancora fare eh. Si può ancora comprare una piantina, finanziare la ricerca e fare un bel regalo alla mamma. Informatevi qui. Il problema è che io non lavoro più con carta e penna, ma soprattutto con la mania dei social network e della corsa alla viralità a tutti i costi, ci dobbiamo sorbire anche questo:


Cioè, io non è che mi voglia per forza accanire contro P&G. Ma me le servono tutte su un piatto d'argento! Per chi si fosse perso le puntate precedenti, P&G ha iniziato a occuparsi di madri in occasione delle olimpiadi, mandando in circolazione un video virale in cui si vedevano madri di tutto il mondo che si facevano il mazzo a lavare, stirare, cucinare, pulire la casa e far diventare i loro figli dei campioni olimpionici. La lacrima scattava facile alla fine del video quando queste madri orgogliose vedevano le loro creature cresciute vincere delle medaglie. Il messaggio intrinseco dell'azienda era: cara mamma, noi ti saremo sempre vicini con i nostri prodotti tutte le volte che dovrai pulire il cesso di casa e stirare le magliette dei tuoi figli. Ovviamente in tutto questo i padri non esistevano, e si dava per assodato il fatto che bambini olimpionici e case pulite fossero da statuto questioni di donne.

A confermare la linea di marketing arriva poi la campagna stampa che mostra un uomo che si sbrodola facendo colazione esattamente come quando aveva due anni. E indovinate chi è che pulirà col Dash la macchia? Bravi, una donna.

Ed eccoci qui, alla vigilia della festa della mamma. E la solita azienda non manca di ricordarci quale sia il ruolo delle madri di oggi: quello di tenere la casa pulita, fare il bucato, accudire i figli (attenzione: sempre da un punto di vista pratico e di igiene, perché probabilmente il gioco è roba da padri). Ma la cosa che fa orrore è che si usino strumentalmente dei bambini per dire una cosa sostanzialmente sbagliata, perché l'amore che questi bambini hanno per le loro mamme sicuramente non dipende da quanto ben fatti siano i lavori domestici! L'amore dei figli per le mamme è un amore che nasce da ben altri piani e il fatto che si voglia piazzare a tutti i costi un detersivo in mezzo a questo amore lo trovo terribile. Non solo, ma anche qui la donna viene ridotta al solito vecchio ruolo stereotipato della casalinga, e la cosa peggiore è che vi si fa coincidere anche quello della mamma.
Dice la bambina alla fine: "E come potrei smettere di amare la mamma?" Risposta di P&G: per esempio se lei non facesse più il bucato.
Questa è una gran brutta campagna per le donne e per le mamme. E per me è un gran brutto momento, perché scopro che i miei figli non mi vorranno mai bene.


giovedì 9 maggio 2013

Come essere felici a prescindere dai risultati




Un giorno, tra un'email e l'altra, trovo un invito curioso. Mi scrive Claudia, che si occupa di social media in Mondadori e in copia mette pure il responsabile social media in Mondadori. Roba seria, penso. Claudia mi dice che mercoledì 8 maggio avverrà una cosa pazzesca mai vista prima al mondo, e cioè il rilancio contemporaneo di tre, dico tre, periodici femminili di Mondadori. Mi dice che parlerà l'AD di Mondadori e poi le direttrici di Donna Moderna, Tu Style e Grazia e che verrà dato ampio spazio a una chiacchierata tra donne sul loro ruolo oggi, e che questa chiacchierata potrà poi proseguire durante il light lunch che verrà predisposto nello spazio eventi di Mondadori in Duomo.
Ora, a parte la mia indignazione per l'aggettivo "light" accostato a "lunch", la curiosità per cotanto evento mi ha spinta a rispondere immediatamente, tanto più che proprio quel giorno sarei stata già a Milano.
E così, carica dei miei consueti e sani pregiudizi, mi sono recata all'appuntamento, dove, come ha rilevato Valentina Maran "Sembra di stare dentro al 'Diavolo veste Prada' tutte col completo giusto". Tranne noi due, ovviamente, ma questo era scontato.
Vi dirò, essere seduta lì poteva anche essere un'esperienza professionalmente piacevole, se non fosse per il fatto che ero lì in quanto Benedetta Gargiulo di Donne in ritardo, e quindi in sostanza come la solita rompicoglioni, ruolo al quale non mi sono eticamente sentita di sottrarmi.
E allora eccolo il mio commento a questa operazione che nemmeno il terzo segreto di Fatima riesce ad eguagliare.
1) Presentano l'operazione nell'ordine: Ernesto Mauri, AD Mondadori, Carlo Mandelli, direttore generale periodici Italia, Angelo Sajeva, AD Mondadori pubblicità. Tre uomini in posizioni apicali che gestiscono il mondo dei più letti femminili italiani. Uomini. Tre. POI, arrivano le donne, le tre direttrici di Donna Moderna, Tu Style e Grazia. Quelle che stanno sul campo. Quelle che fanno splendere la casa così i mariti fanno bella figura con gli ospiti. Uh, che cattiva. Ma no, è solo per dire che c'è ancora un certo dislivello di genere tra una posizione e l'altra.
2) Non ho capito perché nella segmentazione di mercato, tra i periodici maschili è annoverato Panorama. Come dire: delle cose serie se ne occupano gli uomini. Che poi mi fa strano perché nella mia vita ho sicuramente letto più Panorama che Donna Moderna. Per dire.
3) Originalissima battuta sul trovarsi davanti a una platea da sogno e cioè a grande maggioranza di donne. E tutti giù a darsi di gomito. Non so, ma a me, se fossi davanti a una platea pubblica piena di uomini, non verrebbe proprio spontaneo dire "Wow! Ma che bello...è pieno di uomini!" Cioè, certo che magari un occhio ce lo butto, ma insomma, avrei la decenza di non farne un argomento di conversazione. Gli uomini invece lo fanno.

Ma siccome sono una persona intellettualmente onesta, devo darvi anche una buona notizia: le cose stanno veramente cambiando. Annalisa Monfreda, direttrice di Donna Moderna, viene presentata come una che "fa le cose che la rendono felice a prescindere dai risultati". Punta sull'ironia, ed è perfettamente consapevole della fatica che le donne fanno a "fare le cose che le rendono felici a prescindere dai risultati". Ha 34 anni, due figli e un approccio realistico alle tematiche femminili. Per quanto molto diversa da lei, anche Silvia Grilli, direttrice di Grazia, introduce la bella novità dell'informazione e dell'attualità accanto al corposo lato moda. Come se anche lei sentisse un po' strano che l'informazione venga data solo dai periodici "maschili" come Panorama. Nel numero di lancio di Grazia si parla anche di femminicidio, per esempio. Di famiglie allargate. Di politica.
Ho chiesto a entrambe se per questo rilancio avessero riflettuto esplicitamente sul modello culturale che volevano rappresentare. No, non ci hanno ragionato, ma è venuto evidentemente spontaneo impostare i contenuti dei loro giornali in linea con la realtà e non con gli stereotipi che tanto male hanno fatto alla nostra cultura. In effetti anche Marina Bigi di Tu Style ha impostato le offerte di moda comprendendo sempre anche la parte low cost, segno di una certa aderenza alla realtà.

Certo, poi fa un po' "unghie sulla lavagna" vedere l'inondazione di inserzioni di creme antiage, prodotti per la cura della casa, pillole dimagranti. Ma è anche bello poter notare finalmente questo contrasto.
E comunque alla fine il light lunch era light ma abbondante. Mica come il menù rosa di Trenitalia.


giovedì 2 maggio 2013

(In) camera con Laura

Scusi, Presidente Letta, la sua bellezza l'ha favorita nel lavoro e ora in politica?
Scusi, Onorevole Bersani, quei suoi occhietti vispi l'hanno aiutata con la dirigenza del PD?
Onorevole Brunetta, il fatto che lei sia alto come un bambino di dieci anni, suscita tenerezza presso il suo elettorato? Crede che questo la avvantaggi?
E lei, Senatore Monti, ritiene che la sua innata eleganza l'abbia favorito nei suoi rapporti con Angela Merkel?

Queste e infinite altre domande vorremmo porre ai nostri politici.
Titolo di copertina: Camera con Laura (che secondo me volevano scrivere "In camera con Laura" ma poi sembrava esagerato, hanno tolto "in" e lasciato un titolo senza senso).

Attendiamo con ansia e per par condicio:
- Camera con Enrico
- Camera con Luigi
- Camera con Renato
- Camera con Mario


mercoledì 3 aprile 2013

Arretrati

Mi rendo conto di avere un po' di arretrati. Del resto, la consapevolezza è il primo passo verso la guarigione, per cui andiamo avanti.
Che cosa ci siamo persi in queste ultime settimane? Dunque, innanzitutto un governo, mi pare. Poi, pure in assenza di quello, abbiamo perso l'occasione di avere qualche saggia che ci spiegasse come arrivare a comporlo, quel governo. Avete presente quando vengono fuori i risultati delle indagini ISTAT? Quelle che dicono cose tipo "L'Italia è un paese sempre più vecchio" oppure "Le donne italiane fanno 1,39 figli a testa". Ecco, non serve spendere milioni di euro per pagare le indagini ISTAT: lo vediamo già da noi come stanno le cose. E le cose stanno che se il Presidente della Repubblica deve chiedere a qualcuno come si può uscire dalla merda, beh, lo chiede a una serie di vecchi uomini. Mentre, scusate la prosaicità, fino a prova contraria chi ha dimestichezza con la merda quotidiana sono proprio le giovani donne. Fatto sta che a vecchi e uomini viene dato il compito di portarci al cambiamento. Molto bene.
A questo proposito mi capita a fagiuolo il nuovo film di animazione DreamWorks, che i miei figli hanno molto apprezzato. Parla di una famiglia di cavernicoli, I Croods, che sopravvivono tra i mille pericoli della preistoria, finché incontrano un homo sapiens giovane e più evoluto di loro, che usa il cervello alla ricerca di soluzioni creative per i problemi quotidiani. Mentre il papà cavernicolo si rinchiuderebbe per sempre in una caverna, il giovane sapiens si avventura con curiosità nel mondo. Che storiella banale eh? Eppure...

Un altro arretrato è la storia della campagna Clendy:

Me l'avete segnalata in tanti, e in tanti ne hanno discusso sul web. Che fa Clendy? Fa, banalmente, stracci. Okay, si chiamano panni in microfibra.
Stracci.
E come si fa pubblicità Clendy? Mette un cadavere di una donna nuda su un letto e un baldo giovine con il panno in microfibra in mano e un titolo che dice: "Elimina tutte le tracce". Per sottolineare ancora di più l'allusione, nel caso non l'avessimo ancora capita, sulla parete si vede l'ombra di un braccio che impugna un coltello.
Ovviamente si sono subito levati mille cori di disgusto, per esempio dei famigliari delle vittime di femminicidio, tanto per dirne una. Dei centri antiviolenza. Delle associazioni per le pari opportunità. In generale di chiunque abbia un minimo di sensibilità umana.
L'azienda cade dalle nuvole e dice: "Perché? Che ho detto?" Qualcuno glielo spiega e il responsabile della comunicazione ribatte divertito che la campagna è assolutamente in linea con i principi della parità. E infatti c'è pure questa:

Ho letto molti dibattiti su questi due annunci e devo dire che resto sempre un po' perplessa quando si dice che una pubblicità ha successo se fa parlare di sé, bene o male che sia. Ho letto di gente che citava Oliviero Toscani, tipo. Sì, proprio quello che due anni fa ha fatto il calendario con le foto delle gnocche (in senso letterale). Allora, a questo proposito avrei due sole cose da dire:
1) la storia che una pubblicità funziona anche se fa parlare male di sé è roba che poteva andare bene negli anni Ottanta, forse. Anni in cui, appunto, Oliviero Toscani ci ha fracicato le palle con qualsiasi cosa facesse orrore. Oggi, far uscire una cosa del genere è dimostrare di essere dei dilettanti della comunicazione, oltre che del buon gusto.
2) Se vogliamo far passare il concetto di parità tra i due annunci, nel secondo, esigo di vedere un uomo nudo. Oppure, per cortesia, eliminiamo tutte le tracce di questa campagna.

mercoledì 13 marzo 2013

Cronaca esterica

Questa mattina stavo cercando di farmi strada fra le informazioni mainstream di questi giorni (conclave, governo sì-governo no), andando a caccia di qualcosa di diverso. Qualcosa di interessante intendo. E sono stata esaudita da due notizie dagli esteri, che quando cerco pane per i miei denti non mi deludono mai.
La prima mi annuncia che la candidata favorita a prendere il posto di Bloomberg a New York si chiama  Christine Quinn, ed è quindi una donna. Bella notizia. Peccato che i titolisti del giornale tengano a precisare che la suddetta candidata sia lesbica.


Cavoli però, deve essere veramente un'informazione di vitale importanza, visto che precede addirittura la notizia di chi la sostiene e, soprattutto, che cosa faccia questa donna nella sua vita. L'essere gay evidentemente è una cosa che oscura tutto il resto. Come se non bastasse essere donna. Insomma, cara Christine, ce le hai proprio tutte eh.
E attenzione, non è l'orientamento sessuale a fare notizia. No, è sono UN TIPO di orientamento sessuale: quello dell'omosessualità. Perché in effetti cerco ovunque una biografia, uno straccio di articolo di giornale, un commento sui social network che mi dica che il sindaco uscente Bloomberg è eterosessuale. Mi ci impegno proprio, ma non riesco. Non trovo niente.
È pazzesco, nessuno si è mai preoccupato di informarci che Bloomberg è eterosessuale. Com'è potuta sfuggire una notizia del genere ai giornalisti?

Non è sfuggita invece la notizia di quello che sta accedendo in questi giorni in Arabia ed Emirati Arabi, dove un'azienda ha messo in commercio un tablet per donne. Ora, non sono abbastanza preparata sulla questione femminile nei paesi arabi e per questo motivo non ne ho mai parlato su questo blog, anche perché c'è già sufficiente materiale per l'Italia. In ogni caso, così a naso, mi sembra che le donne in Arabia non se la passino troppo bene. Mi pare di aver letto in più occasioni che le donne non godano di piena libertà. Mi pare che sia vietato loro anche di portare la macchina, per esempio. Beh, questa azienda ha messo in commercio un tablet con le app già installate, dando per scontato che le donne non sappiano farlo da sole, mentre invece le donne di quelle parti, proprio perché non escono un granché sono molto informatizzate. Le altre caratteristiche del prodotto sono: lo sfondo rosa e le tematiche delle app, che spaziano tra ricette di cucina, gestionali per la spesa, esercizi per perdere peso. In pratica, un film dell'orrore per una donna occidentale. Ma, si è scoperto, anche per quelle mediorientali, visto che il pur piccolo movimento femminista del posto ha vivamente protestato. Di tablet ne hanno venduti circa settemila, la maggior parte dei quali erano regali degli uomini alle loro donne. Ovviamente.
Questa simpatica storiella succede in un paese molto lontano dal nostro, per storia, per religione, per cultura. Il problema però, sono i commenti degli utenti italiani, che condividono invece la nostra storia, la nostra religione e la nostra cultura:


che strano
12.03|16:54 Lettore_733517
hanno protestato per il gadget della Fiat per agevolare la retromarcia, ora protestano per il tablet con schermo rosa, a quando si lamenteranno che i pomodori sono troppo rossi o le carote troppo gialle e le banane troppo curve ?
@ Lettore_2208539
12.03|16:31 giorgiosd
e può prendere l'auto per andare in centro a fare shopping? E si, è proprio libertà all'ennesima potenza, quasi quasi da copiare.
flautomagico
12.03|14:39 Lettore_2208539
Ma mondo precluso di cosa? Una qualsiasi donna saudita ha più mezzi e risorse, economiche, tecnologiche e di qualsiasi tipo di tutte le persone di un quartiere medio italiano messe insieme...
chissà...
12.03|12:29 flautomagico
magari chi lo ha ricevuto trova finalmente il modo di connettersi ad un mondo che prima le era precluso perché non poteva permettersi un tablet e perché gli uomini non avrebbero mai regalato loro qualcosa che non fosse "per donna". Che le donne riescano a girare questo gesto, che suona piuttosto male, in qualcosa che vada a loro vantaggio? Che le avvicini ancor più alla tecnologia di quanto non lo siano già?
.... ma per favore ...
12.03|12:08 Ugo Cal
.. con ste donne siamo proprio alla frutta ora. A quando l'automobilina rosa, la penna giallo canarino, il cellulare verde pistacchio. Meno male che parlavano di "eguaglianza"!!!!!!