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lunedì 19 gennaio 2015

Donne in ritardo che traslocano












Cari e care, dopo quasi un anno di silenzio su questo URL (ma di infinite parole su altri), vi comunico che si è finalmente compiuta quella transizione tra il dire e il fare, tra il parlare dei ritardi delle donne e il fare qualcosa per accelerare il loro cammino verso una società finalmente paritaria. L'avevo già annunciato qui: La nuova creatura.
Ma il confronto verbale e teorico resta sempre importante, per cui da oggi possiamo continuare a parlarne sul blog di LABY, che inizia da una domanda di tipo lessicale: "Perché in Italia si fa così tanta fatica a parlare di padri? Talmente tanta che alla fine ci siamo dovuti perfino inventare un nome nuovo e cioè 'mammi'?"
Il blog "Donne in ritardo" finisce qui e inizia qui.
Buona continuazione!
Benedetta

lunedì 14 gennaio 2013

Storiella di Natale a posteriori

Un Natale qualunque, in una casa qualunque, arriva Babbo Natale, che deposita i regali sotto l'albero e riparte con la sua slitta. La mattina, il risveglio è emozionante.
"Vieni a scartare i regali! Guarda! Qui c'è scritto il tuo nome."
"MAMMA! GUARDA! MI HA PORTATO LA BAMBOLA CHE VOLEVO! IL CICCIOBELLO BUA!"
"Bene! Apriamo allora."
"Ha il ciuccio."
"Sì, proviamo a toglierlo."
"PIANGE!"
"Forse gli devi misurare la febbre."
"Sì, dovrò dargli anche lo sciroppo."
"Così guarisce."
"Mamma, ma anche tu avevi le bambole da piccola?"
"Qualcuna, sì."
"E le portavi in passeggino?"
"Non avevo il passeggino, però mi prendevo cura di loro. Mi esercitavo per quando avrei avuto dei figli."
"Anche io avrò dei figli."
"Se vorrai."
"Mi devo esercitare allora, così poi saprò fare tutto."
"Bene."
"E sarò bravo come papà."
"Speriamo."

giovedì 24 maggio 2012

Più padri nel blogroll

In questi giorni mi sento un po' decadente. Forse è colpa delle condizioni meteo, che fanno molto Autumn in New York, ma che siccome non siamo a New York, fanno solo Autumn. Comunque non so, sono stanca. E di certo i miei figli non mi aiutano, anzi, se possono, mi danno la mazzata definitiva. Domenica pomeriggio infatti, ho portato il mio primogenito al cinema a vedere The Avengers, il film sui supereroi. E siccome c'era anche Capitan America che fa molto anni Ottanta, prima del film ho portato Lorenzo a fare una cosa in linea col periodo storico: un panino al Burger King. Non me ne voglia Mc Donald's, ma in quella zona c'era solo la concorrenza. È stata una bella idea: mio figlio ed io a mangiare junk food prima del cinema. Mi sono sentita molto complice, molto gggiovane. E poi anche molto patetica. Su ogni tavolo c'erano delle corone di cartoncino e io ne ho indossata subito una, dicendo a Lorenzo: "Guardami! Sono la tua regina!" e muovevo la testa a destra e sinistra pensando di essere in quel momento il top della madre che ogni bambino vorrebbe avere. Ci ha pensato mio figlio a ridimensionarmi subito, dicendomi, abbassando la voce: "Mamma, dai, ci stanno guardando tutti..."
Ora, mio figlio ha cinque anni e mezzo, un'età che pensavo potesse rientrare ancora nell'infanzia. Voglio dire, non ne ha 16. È un bambino piccolo, e quindi io dovrei essere a pieno diritto una madre giovane. Capite adesso la mia depressione? In quel Burger King mi è stata negata un'illusione. Sono improvvisamente diventata la madre vecchia e rincoglionita che fa delle cose stupide che non fanno ridere nessuno. Così, dopo aver scartato tutti i cetrioli del panino e aver rifiutato le patatine fritte col ketchup e la salsa rosa, mio figlio mi ha pregato di portarlo al cinema. E ci sarebbe andato volentieri da solo se avesse avuto un reddito minimo.
La depressione inizia a passarmi soltanto oggi, perché ci sono improvvisamente 30 gradi ed è tornato il sole, ma soprattutto mi viene incontro la pubblicità su facebook, che mi assicura che non sono poi tanto da buttare, che mi ricorda che dopotutto sono ancora fertile e che il marketing mi ha inclusa in una segmentazione di donne tutto sommato giovani:


Siate finalmente libere !
fleurcup.com
Vivete questa nuova
sensazione di libertà
femminile, dimenticatevi
tamponi e assorbenti,
scoprite Fleurcup !

Adesso mi sento veramente sollevata.
Comunque tutto questo non c'entra niente con quello che volevo dirvi. Era solo un mio sfogo personale, perché dopotutto non è che si può sempre stare sul pezzo: ogni tanto sui blog ci va pure qualcosa di personale, no? Oggi va così, ma una cosa importante ve la dico lo stesso: a seguito dei discorsi sui post precedenti, ho aggiornato il mio blogroll inserendo link ai blog di padri che meritano di essere inclusi in tutti i discorsi legati all'educazione dei figli e al progresso della nostra società verso una direzione più equa. Così, se anche a qualcuno di loro capiterà di sentirsi vecchio e patetico, lo sapremo subito e potremo consolarci a vicenda.


giovedì 10 maggio 2012

Padri coraggio

Cavalco l'onda dei padri, ché non voglio proprio lasciarmela sfuggire. Quasi due anni fa scrissi un post molto cattivo sui padri, e un po' adesso me ne vergogno. Partivo un po' da lontano, riprendendo la storia di Edipo e domandandomi come mai per millenni ci siamo concentrati sul tabù del figlio che "giace" con la propria madre (inconsapevolmente, tra l'altro) e non sul padre Laio che perfora le caviglie del neonato e lo appende a una trave abbandonandolo. Insomma, non per giustificare Edipo, ma il poveretto è stato menomato e abbandonato da suo padre, è cresciuto lontano dai genitori, poi una sera pensa di trombarsi una bella donna e fra tutte, per sfiga, sceglie proprio la madre. Un po' di indulgenza, dico io! C'è stato un equivoco, non è colpa sua. Per esempio, se il padre non l'avesse abbandonato per paura di una stupida profezia, le cose forse sarebbero andate diversamente. Sicuramente Edipo avrebbe avuto ben chiaro nella mente chi era sua madre e con chi poteva o non poteva accoppiarsi. E Freud sarebbe morto di fame.
Quello che volevo dire in quel post, e che ribadisco adesso, è che dai padri, per migliaia di anni, non ci si è mai aspettato un granché. Cioè, a che doveva pensare mai il re Laio nella sua vita, se non al suo regno e al suo potere? Di sicuro non al figlio. E così la nostra umanità è andata avanti per molto tempo.
Certo, oggi esistono ancora padri poco presenti, padri che si illudono di essere bravi perché hanno cambiato un paio di pannolini e ogni tanto mettono a letto il bambino la sera. Padri che passano fuori casa 16 ore e in queste 16 ore nemmeno un minuto è dedicato a interrogarsi su "Chissà cosa starà facendo mio figlio adesso", oppure "Chissà se ci sarà il latte in frigo per domani". Di questo sono responsabili i padri stessi, che scelgono di non occuparsi dei propri figli, e anche le madri, che scelgono di accollarsi interamente l'accudimento dei bambini, spesso perché sono fermamente convinte che i padri non ne siano capaci. Ovviamente nessuno si sogna di porre la questione in questi termini così brutali. La mia è una provocazione. Ma la realtà pratica è questa: in molte famiglie, l'uomo è esentato dall'educazione dei figli con buona pace delle madri, che adorano vantarsi lamentarsi per l'impostazione multitasking che le porta a occuparsi di 700 cose contemporaneamente, dal lavoro, alla spesa, ai figli.
Ma adesso basta.
La realtà è questa, ma ce n'è un'altra emergente e molto diversa. Quel mio post molto cattivo lascia spazio a questo, nuovo e pieno di speranza. Alcune aziende si rivolgono ai padri in quanto padri. Nascono associazioni. Spuntano blog. Parlando con le donne, sono sempre più frequenti i casi in cui senti frasi tipo: "Mio marito è andato a portare nostro figlio dal pediatra", "Suo padre lo porta ogni giorno in asilo", "La sera è lui che cucina e dà la pappa al bambino".
Prendo spunto da un post di Genitoricrescono che domanda se le istanze per un rapporto più equilibrato tra generi possano passare proprio attraverso i padri. La questione è molto interessante, perché hai voglia tu a scendere in piazza con altre donne, hai voglia a protestare per le dimissioni in bianco, per gli asili, per le discriminazioni, ma se anche gli uomini iniziano a manifestare la propria esigenza di vivere come esseri umani e non come bestie da lavoro, se iniziano a volersi occupare di propri figli e dell'ambiente in cui devono vivere, beh, vuoi mettere la differenza?
Tornerò sull'argomento nei prossimi post.

martedì 8 maggio 2012

Ontologia di un padre

A parte che sto ascoltando musica per yoga e non aggiungo altro, volevo rendervi partecipi del fatto che "un altro mondo è possibile". A seguito delle recenti discussioni, su questo e altri blog, sulla vita delle madri, uniche depositarie del destino di atleti, non atleti, mariti, fornelli e pavimenti, vi lascio un debole segno di speranza anche per i padri, che, dopo tutto, potrebbero anche risentirsi per tutto questo ostentato monopolio femminile in campo educativo. Insomma, diamo un po' di riconoscimenti anche allo spermatozoo, no? Care donne mammocentriche e cari uomini fallocentrici, cerchiamo di venire a patti, su: le famiglie si costruiscono in due e ci sono aziende che sembrano essersene accorte. E guarda caso sono proprio le aziende che sono più vicine al mondo dei bambini, che qualcosa sapranno quindi.
Mi rendo conto che si tratta di un piccolo segnale, però c'è, e ci dimostra che includere i padri nel target della comunicazione si può, ed è sensato, e genera empatia.


Certo, si tratta pur sempre di un'immagine perdente del genitore maschio, ma per lo meno se ne certifica l'esistenza.
Piccoli passi. Piccoli passi.

martedì 11 ottobre 2011

Quello sporco bagno dell'Autogrill

Signore e signori, buongiorno. Ho lasciato volutamente passare sotto silenzio il giorno del mio compleanno per non sentirmi obbligata al solito bilancio della vita. Bilancio che in genere faccio, appunto, quando compio gli anni e non a Capodanno, quando potrei essere sempre troppo ubriaca per farlo. Comunque andiamo avanti. Ho un anno in più e invecchio con dignità (anche perché mi sono iscritta a pilates, attività tipica di chi vuole combattere l'artrite e l'osteoporosi - tipo Madonna).
Ho fatto passare quindi un po' di giorni nel silenzio, ma friggevo per raccontarvi una cosa.
La scorsa settimana sono andata per lavoro a Reggio Emilia. E siccome era un momento di mio odio nei confronti dell'umanità intera, ho scelto di andarci in macchina e di evitare così qualsiasi contatto umano e disumano in treno. E, diciamocelo, ho scelto soprattutto di evitare Trenitalia con tutto ciò che si porta dietro. Ah che meraviglia. Se fatti sporadicamente, i viaggi in macchina sono una vera pratica zen. Senti la musica che vuoi, ti fermi quando ti pare, parli da sola facendo considerazioni profonde sul senso della vita (senza che nessuno ti contraddica), e quando hai bisogno di adrenalina ti immagini sfide all'ultimo chilometro con quel monovolume che ti ha superato due minuti prima. E poi c'è tutto l'universo dell'Autogrill. Un mondo veramente affascinante. Dove, non si sa perché, tutti si sentono in dovere di comprare un biglietto della Lotteria Italia, come se ci fosse la consapevolezza che tanto, nella nostra vita quotidiana del paesello, non si vince mai niente, mentre è nei luoghi casuali di passaggio che si annida la fortuna.
Mi sono fermata tipo a Bologna, per far benzina e bermi un caffè. Più tappa obbligata in bagno. Lo so, ho già affrontato in passato il tema del bagno. Che vi devo dire? Mi farò vedere da uno bravo. Però è li che ho notato una cosa fastidiosa. Come al solito, c'erano i soliti simboli (anche di simboli ho già parlato...aiuto!) che indicavano "uomini" da una parte e "donne" dall'altra. E in più, sulla porta delle donne c'era anche il simbolo della mamma che cambia il pannolino al figlio. E infatti poi entri e vedi che sul ripiano dei lavandini è poggiato un fasciatoio. Uau. Intanto facciamo progressi, perché non so da quanti anni gli Autogrill siano dotati di un tale servizio. Sicuramente quando da piccola viaggiavo con i miei genitori, mi cambiavano sul cofano della macchina. Un sollievo d'inverno e un inferno d'estate. Comunque, il fato ha voluto che proprio in quel momento scendesse ai piani bassi un padre con un neonato in braccio. E allora mi sono fermata a gustarmi la scena. Il padre si ferma. Guarda il simbolo della donna che cambia il figlio e subito assume un'espressione di inadeguatezza. Quel simbolo gli sta dicendo: "Ma sei rimbambito? Non lo sai che sono le mamme che devono cambiare i pannolini? Non penserai veramente di poterlo fare tu?" Con grande forza d'animo, vedo che prova a entrare nel bagno degli uomini e gettare uno sguardo impaurito, alla ricerca di un fasciatoio anche lì. Niente. Solo cumuli di carta bagnata sparsa ovunque (i bagni degli uomini sono sempre così, e non è uno stereotipo). Il bambino inizia a piangere. Il padre esce dal bagno dei maschi. Io sono tentata di aiutarlo, di prendere il fasciatoio e di portarlo momentaneamente nel suo bagno, ma mi fermo. La vogliamo finire di pensare sempre a tutto noi? E poi è giusto che la protesta provenga dai padri, in questo caso. Ha più valore. Con un certo disappunto, il padre risale le scale. "Ah! Adesso lo sentiamo". Penso io. Sicuro andrà a protestare con qualcuno dell'Autogrill. "Insomma, possibile che non ci sia un cazzo di fasciatoio nel bagno degli uomini? Costa 7 euro. Non è un grande investimento". Sì, io avrei detto così. Asciutta. Schietta. E invece no. Un minuto dopo, scende la madre, col bambino in braccio, ed entra nel bagno delle donne per cambiarlo.
Caporetto.
Disfatta su tutto il fronte.
Risalgo e vedo il padre con aria finalmente sollevata, che si beve il suo caffè.
"Datemi un biglietto della Lotteria, va..."

martedì 18 gennaio 2011

Le donne contrarie

Più volte mi sono soffermata sul tema dell'invecchiamento (il mio). Non che questa sia un'ossessione, per carità, ma insomma, quando tuo figlio inizia a chiederti quando te ne andrai in cielo con gli angioletti, inizi a pensarci veramente. E poi, da quando ho compiuto 35 anni, nella mia casella di posta elettronica, non si sa come, ha iniziato a far capolino tra lo spamming classico, una newsletter inquietante. Quella di Federanziani (non ricordo se ve l'avevo già raccontato, ecco, visto? Sono già i primi segni dell'Alzheimer). Ovviamente la cestino immediatamente senza nemmeno aprirla, come le e-mail sul Viagra. Oggi però, non contenti, hanno voluto fare di più, e mi hanno mandato un'altra newsletter, sempre sponsorizzata da Federanziani, che si chiama Figli e Famiglia Magazine. Come dire: siamo vecchi, ma ci piacciono i bambini. Ho ceduto all'insistenza e ho letto le prime notizie. Dolcificante killer, effetti cancerogeni del fumo, stangata delle bollette telefoniche, cibi adulterati. Insomma, ma dove sono i bambini in mezzo a tutte queste tragedie? Ecco che arrivo in fondo alla pagina e trovo la risposta: Boom di ovuli congelati. Le over 35 rinviano la maternità. Per fortuna che almeno due ovuli io li ho messi a frutto e oggi pesano rispettivamente uno 20 e l'altro 13 chili, altrimenti non so come avrei reagito all'articolo. Magari ne parliamo nel prossimo post. Intanto, volevo discutere sulla notizia subito accanto: Congedo di paternità obbligatorio? Alle donne piacerebbe.
Ecco. Siccome vi ho visti molto vispi e attenti nei commenti al post "Il nuovo piano famiglia (inglese, of course)", volevo approfondire il discorso. Allora, l'articolo dice in sostanza "bla bla bla, bla bla bla" e "bla bla bla". Il dato sconcertante è invece questo: "Secondo un sondaggio condotto dalla rivista femminile Elle il 74% delle donne sarebbero favorevoli al cambiamento." Molto superficialmente si prende questo dato per dire che sarebbe proprio il caso di rendere obbligatorio il congedo di paternità e che i tempi sono maturi, e che all'estero sono più avanti di noi e che le aziende bla bla bla, e bla bla bla. È più forte di me: non riesco a concentrarmi sulle altre parole dell'articolo, perché il fatto che il 74% delle donne sia favorevole a questo cambiamento mi ha colpito come un ictus (che in effetti, vista l'età e lo stile di vita che conduco, potrebbe pure essere). Intanto penso a chi è venuto in mente di chiedere alle donne se sono favorevoli o contrarie al congedo di paternità. Voglio dire: ma l'avete fatto un sondaggio tra gli uomini piuttosto? Vabbè che si trattava di Elle, che è una rivista per donne, magari dovevano farlo quelli di Men's Health, se non fossero così impegnati sul decalogo del perfetto latin lover. Comunque io avrei dato per scontato che le donne sarebbero state favorevoli a questo cambiamento. E mi sarei sbagliata. Alla fine, quelli di Elle avevano ragione a fare un sondaggio, perché il risultato dimostra che tutto liscio non va. 74% di donne favorevoli significa anche 26% di donne contrarie o che non hanno un'opinione in merito. Sui grandi numeri, direi che ci sono 260 donne su 1.000, 2.600.000 donne su 10.000.000 in Italia che non gradirebbero o non sanno se gradirebbero che gli uomini si occupassero dei loro figli come fanno oggi le madri. Due milioni e seicentomila donne. Che poi, se perfezioniamo il campione su scala nazionale, il 26% della popolazione femminile italiana conta, per l'Istat, 29.044.615 componenti. Il 26% sono circa 7.551.599 donne. Questo è il dato rilevante della newsletter promossa da Federanziani: che più di sette milioni di donne in Italia non hanno la minima intenzione di dividere l'accudimento dei figli con i legittimi padri. Che se ne stiano pure a lavorare questi uomini, che tanto non sono capaci di fare altro. Che continuino ad occuparsi delle cose loro, tipo lavare la macchina, cambiare le lampadine e scegliere lo schermo al plasma. E poi, se stanno a casa pure loro, chi è che manda avanti la baracca? Addio ferie nel villaggio Valtour e addio manicure e messa in piega. E comunque non si è mai visto che un uomo debba cambiare un pannolino. Chissà, forse queste donne hanno provato a immaginarsi la scena: tornano a casa stanche dal lavoro, con una fame nera, aprono la porta e trovano il marito sul divano che gioca con la playstation e il bambino che mastica il cavo del controller. Niente di pronto da mangiare. Solo briciole ovunque, piatti sporchi e frigo vuoto. "Cosa avete fatto oggi?"
"Niente, siamo andati a fare un giro nel parco. È bello, sai? Ci sono un sacco di mamme giovani coi bambini. A proposito, credo che il bambino stamattina al parco abbia fatto la cacca".
Beh, in alcuni casi potrebbe anche essere. Ma francamente mi sembra un pensiero stereotipato e da alcuni punti di vista anche "comodo" da fare. In realtà, da questo sondaggio appare evidente che nemmeno le donne siano poi tanto pronte a condividere la vita domestica e la genitorialità con i loro compagni. Per mancanza di fiducia, per gelosia dei figli, per senso di onnipotenza. Chissà. Una cosa è certa però, se in Italia siamo molto indietro sulle politiche sociali e di pari opportunità, una buona responsabilità ce l'hanno anche le donne. Esattamente 7.551.599.

lunedì 17 gennaio 2011

Il nuovo piano famiglia (inglese, of course)

Ora vi racconto una storia che probabilmente non avrete mai sentito (e del resto nemmeno io), dalle cronache di politica internazionale. Eppure è una storia importante, che vale molto più di mille articoli.
Il premier inglese David Cameron, conservatore (ci tengo a dirlo), l'agosto scorso ebbe una bambina: Florence Rose Endellion. In occasione del lieto evento, il Primo Ministro annunciò di volersi prendere le due settimane previste dalla legge per poter stare con la sua neonata. E così fece. Tanto che, quando a settembre il Papa arrivò a Londra, lui non si fece vedere. Probabilmente perché stava cambiando un pannolino, o facendo una passeggiata in un parco con la bambina nel marsupio, o cantando una filastrocca.
Ovviamente, il fatto che in Inghilterra i padri possano prendersi due settimane retribuite di congedo parentale, non è molto consolatorio. Voglio dire, in due settimane impari appena a capire da che parte si abbottonano i body. E poi comunque restano sempre le madri ad occuparsi dei neonati per mesi, a casa dal lavoro. In ogni caso due settimane sono meglio di niente, e soprattutto, la storia ci racconta che non è un impiegato delle Poste di Busto Arsizio ad essere rimasto a casa, ma il Primo Ministro britannico. Vi immaginate in Italia, non solo Silvio Berlusconi, ma qualsiasi Primo Ministro della Repubblica, che annuncia: "Scusate, ma io per le prossime due settimane non ci sono perché devo stare con mia figlia appena nata. No, non me ne frega niente se viene il Papa, non ci sono e basta"?
Lo so che è difficile sforzarsi di immaginare una scena del genere. Anche perché la classe politica italiana, vista l'età, è più incline ad avere nipoti e pronipoti, piuttosto che figli. Comunque non credo che in caso di paternità, un Primo Ministro italiano mollerebbe tutto per due settimane per stare a casa con moglie e figlio. Se qualcuno glielo chiedesse, risponderebbe con le solite frasi di rito: e l'impegno istituzionale, e le responsabilità verso il Paese, e abbiamo due tate a disposizione, etc.
A seguito di tutto ciò, la notizia che oggi ci dà il Corriere è che in Inghilterra, da aprile, entrerà in vigore il nuovo "piano famiglia", che prevede che saranno le famiglie a valutare "se spetterà alla donna o all'uomo chiedere la licenza o di maternità o di paternità per un periodo massimo di dieci mesi. I neo-padri avranno così la possibilità di affiancarsi alle mogli nel primo periodo post parto poi di ottenere l'estensione del permesso nel caso in cui la mamma opti per il rientro in ufficio". Ovviamente questa idea alle imprese non piace. E te credo: come fare adesso a discriminare sulle nuove assunzioni in azienda? I selezionatori dovranno chiedere anche agli uomini se hanno intenzione di avere figli? Improvvisamente non avrà più senso avere tutta una fascia di manager e dirigenti per la maggior parte maschi? Eh già. In Inghilterra, da aprile in poi, anche il mondo del lavoro dovrà mettere in atto dei cambiamenti, o meglio, delle aperture al lavoro femminile. Quasi quasi mi verrebbe da chiamarlo progresso. Ma non oso. Mi limito a riflettere sul fatto che in quei quindici giorni che il Primo Ministro inglese ha scelto di occuparsi della sua paternità, la politica e l'economia del Paese non sembrano averne risentito. Ne avrà risentito invece la figlia, che, appena nata, ha potuto aver ben chiaro il concetto di "genitori", anziché soltanto quello di "mamma".

lunedì 8 novembre 2010

Diario di un fine settimana

Pare che un blog sia una sorta di diario personale, in cui l'autore annoti pensieri personali, fatti accaduti (più spesso soltanto nella sua fantasia), considerazioni, deliri vari. Ecco, mi pare che finora, a parte qualche rapida incursione nella mia vita domestica, ci sia stato poco diario. Oggi, per soddisfare il target dei guardoni (per intenderci, tutti quelli che passano le ore su facebook a esaminare le foto di amici di amici, o che spulciano le liste dei contatti di ognuno per vedere chi conosce chi e se si scrivono sulle rispettive bacheche), racconterò quello che ho fatto nel fine settimana. Ma siccome il web richiede sintesi, per brevità parlerò soltanto del sabato. Tutti gli altri possono tornare domani, a leggere uno dei miei soliti post. Ma tanto lo so che leggerete tutti fino in fondo. Inutile che facciate tanto gli intellettuali.
Dunque, il mio week-end inizia sabato mattina, con classico giro in centro con le amiche. Un caffè, qualche vetrina, qualche incontro con gente che ti dice meravigliata: "Ti vedo bene!", ovviamente tutti chiedono dove io abbia abbandonato i miei figli, immaginandoli sottratti dai servizi sociali. In questa cornice, si muovono migliaia di persone che, come me, ricercano un po' di relax fluttuando senza meta per le vie già addobbate per il Natale (tanto che mi sono chiesta se le abbiano mai tolte, dall'anno scorso, quelle cavolo di decorazioni). Lo scorso sabato ero rimasta folgorata dalla visione di tre giovani padri con passeggini. Questa volta noto una cosa molto particolare delle coppie che circolano con i figli al seguito: chi spinge il passeggino è sempre l'uomo. La donna in genere cammina con un'espressione di stupore dipinta sul volto, come a dire: "Cazzo, non ho niente attaccato alle mani!". Il padre invece è pienamente soddisfatto dal compito assegnatogli. Come quando gli dicono di tagliare il cordone ombelicale dopo il parto. Cioè, lui è l'uomo. Il passeggino lo guida lui. Perché è un lavoro di fatica, e a lui piace aiutare la sua compagna. Fateci caso. Avete mai visto una coppia passeggiare e la donna portare il passeggino? Molto raramente. E in quei casi state certi che è così perché la coppia ha appena litigato, o lui le ha appena detto che non potrà venire al pranzo con i parenti perché c'è il Gran Premio. "Ma vaffanculo. Dammi il passeggino, va'". A chi mi diceva che la realtà della vita è molto diversa dai sabati mattina trascorsi per le vie del centro, non posso che dare ragione. Probabilmente, se durante la settimana i padri si sobbarcassero i figli in egual misura delle donne, non sarebbero più così solerti a portare il passeggino, che verrebbe quindi equamente spinto, tipo dieci minuti a testa, da ognuno dei due.


Comunque, il mio sabato si intensifica nel pomeriggio, quando il secondogenito si sveglia dal sonnellino con un orecchio incrostato di sangue. Alla notizia che dobbiamo andare tutti al pronto soccorso dell'ospedale infantile, il primogenito esulta. Primo perché erano giorni che mi implorava di andare a giocare all'ospedale, perché i giochi che hanno lì sono fantastici (il che mi ha fatto subito sospettare che avesse attentato lui alla vita del fratello per raggiungere il suo obiettivo). Secondo perché non era lui a dover essere visitato. Rifocillo i nani perché non si sa mai quanto ci si mette al pronto soccorso, spiego a Lorenzo che quella non è una gita per cui non possiamo portarci la borsa frigo, montiamo in macchina e partiamo. Ovviamente non era niente, ma comunque Lorenzo ha tenuto ad informare il pediatra di turno che lui da grande farà il dottore dei bambini, perché ci sono tanti giochi. E mentre si disquisiva di ciò, il piccolo sbraitava come una sirena, offesissimo per essere stato visitato a tradimento e aver subito l'onta del fratello che gli dava dello sfigato. Poi Lorenzo, credo per fare un sopralluogo più approfondito, inizia a bighellonare per il pronto soccorso. Il dottore lo richiama più volte chiedendogli di non allontanarsi e di stare vicino alla mamma (in quel momento impegnata in una lotta all'ultimo sangue per chiudere le fauci dell'alligatore che si dimenava in braccio). Ma niente. Poi, quando la fa troppo sporca e cerca di aprire una porta, un'infermiera lo incenerisce sibilando: "VAI DALLA MAMMA". E in un nanosecondo mi ritrovo Lorenzo attaccato alla giacca, non sapendo nemmeno lui come. Il dottore, muto e col capo chino riprende a scrivere il verbale e il piccolo, per un attimo, smette di piangere. Non c'è niente da fare, i bambini riconoscono subito l'autorità femminile. Ci sarebbe da scoprire adesso, quand'è che smettono di farlo. Ci sarà un evento traumatico nel loro processo di crescita? Che ne so, quando iniziano i baffi finisce anche il rispetto per la donna? Non so se riusciremo mai a scoprirlo.


La giornata termina a teatro, per uno spettacolo molto bello su Puškin e Mozart - artisti della libertà, in cui recita un vecchio amico. Lo spettacolo previsto per il giorno dopo da quella rassegna è tratto da "Lo stupro" di Franca Rame. Ecco, non sempre c'è un lieto fine nei diari. Infatti oggi è lunedì, e il fine settimana è finito.

sabato 30 ottobre 2010

Pensierino del sabato

Stamattina, facendo un giro in centro con un'amica, noto tre padri che scarrozzavano tre bambini in passeggino. Avevano l'aria scanzonata e cameratesca tipica dei giovani uomini, e sembravano del tutto a loro agio in quella passeggiata del sabato mattina. Li ho incrociati in una manciata di secondi, ma sufficienti per rimanere colpita. La mia osservazione interiore è stata interrotta dalla mia amica: "Hai visto???"
"Sì, è una scena che evidentemente dà ancora nell'occhio".
"Come le coppie miste".

martedì 26 ottobre 2010

Lovely Nippon

Lo sapevo che dai creatori del sushi non potevano che venire delle iniziative lodevoli. Grazie a Elisa e al suo viaggio in Giappone.

lunedì 27 settembre 2010

Perché gli uomini odiano i bambini?

Nel mito greco di Edipo, il re Laio, a seguito della terribile profezia che sarebbe stato ucciso dal figlio, decise di rinunciare ad avere un erede e di continuare la sua vita come se niente fosse. Ufficio, amici, partita. Per evitare qualsiasi tentazione, Laio ripudia la moglie Giocasta. La molla così, su due piedi, senza darle alcuna spiegazione. Giocasta, per nulla abbattuta e del tutto intenzionata a dare un senso alla sua vita con la maternità, una sera fa ubriacare Laio e, cito da Wikipedia, "riuscì a giacere con lui una notte che si rivelò fatale". Quando nacque il bambino, Laio che fa? Scappa in un altro continente? Cambia identità? Non lo riconosce? No: "lo strappò dalle braccia della nutrice e gli fece forare le caviglie per farvi passare una cinghia e lo 'espose' per mano di un servo". Alla faccia dell'amore paterno.
Non riesco a capire come mai Freud si sia concentrato così tanto sul fatto che Edipo (che significa infatti "piede gonfio") ebbe dei rapporti incestuosi con sua madre, fra l'altro senza nemmeno saperlo, e non sul fatto che un padre possa bucare le caviglie di un neonato per darlo in adozione. È un secolo che ci fanno una testa così parlandoci del complesso di Edipo, ma mai una parola su quel bastardo del padre. Comunque.
Questa dolorosa premessa serve ad aprire una finestra sul mondo moderno, in cui pare che gli uomini non abbiano affatto smesso di odiare i propri figli. Ovviamente non in termini così accesi. Diciamo che oggi l'uomo medio quando diventa padre, dopo aver assistito al parto, dopo aver tagliato il cordone ombelicale (sempre meglio che perforato le caviglie), dopo aver asciugato il sudore dalla fronte della moglie, dopo aver guardato orgoglioso l'erede, a testimonianza dell'infallibilità dei suoi spermatozoi, riprende a fare la stessa vita di prima. Come se dicesse: "Sì, carino dai, ma adesso ho da fare". Oggi come 2000 anni fa, i padri sono completamente distanti dai loro figli. Lo so, adesso mi direte che no, che non è vero, che "Mio fratello gioca sempre con suo figlio", che "Mio cognato stravede per la sua bambina", che "Il mio amico soffre quando va a lavorare e lascia il bambino a casa con la mamma". Sì, tutto molto bello. E allora come mai in quasi tutte le aziende italiane quando una donna ha un figlio la sua carriera si ferma, mentre quella di un padre no? Come se le donne facessero i figli da sole. Come se si perpetuasse all'infinito la storia di Maria e Giuseppe: il figlio lo fa solo Maria, Giuseppe può pure tornare a lavorare, tanto non è suo. Le cronache sono piene di casi di donne licenziate per essere rimaste incinte. Donne che devono per forza scegliere tra la maternità e il lavoro. E gli uomini? Come mai loro non devono scegliere? Dopotutto i figli li fanno anche loro. Eppure poi non se ne occupano. Vogliamo mettere a paragone due manager italiani, una donna e un uomo? Entrambi hanno un figlio. La vita di quale dei due subirà un grande cambiamento? E non parlo di vecchie generazioni, ma di miei coetanei, di giovani in gamba, con laurea, master, capacità di leadership, sia uomini che donne. Niente, non c'è verso.
Oggi le aziende che assumono sono obbligate per legge a rivolgere la ricerca del personale sia a uomini che a donne, ma poi, guarda caso, sono solo gli uomini a ricoprire le posizioni più alte. Uomini che hanno dei figli, ma che non se ne occupano. O meglio, fanno i padri moderni: la sera, quando tornano a casa dopo 12 ore di lavoro, mettono loro il bambino a letto. E il fine settimana lo portano a giocare a palla e gli insegnano a intagliare i tronchi degli alberi. E le mogli li guardano intenerite, pensando che sono veramente adorabili padre e figlio insieme. SVEGLIA! Che mentre vi intenerite, state perdendo il vostro posto di lavoro, o quantomeno la possibilità di crescere professionalmente e di fare carriera. Mentre vi commuovete guardando vostro marito che allaccia le scarpe al bambino, se ne stanno andando in fumo tutti gli anni che avete passato sui libri e all'università. E dovreste chiedervi perché tutte queste cose le state perdendo solo voi e non il padre dei vostri figli, che oltre a mettere a letto il bambino la sera, altro non fa. Provate a chiedergli che numero ha di piede il piccolo. Dai, forza. Chiedetegli se oggi ha fatto la cacca. O cosa ha mangiato a pranzo. Voi lo sapete. Anche se il bambino era in asilo, anche se non gli avete dato voi da mangiare, voi SAPETE sempre tutto. Il padre no.
E allora c'è da chiedersi perché questi uomini così moderni e affezionati ai figli non sentano la necessità di prendersene cura come fa una madre. Perché le battaglie per il lavoro le devono portare avanti soltanto le donne? Perché non protestano anche gli uomini? Perché non ho mai sentito dire a un uomo: "No, oggi non posso stare in ufficio fino a tardi perché voglio preparare la cena a mio figlio"? O addirittura: "Vorrei chiedere il part time perché è nato mio figlio e devo starci dietro"?
Se donne e uomini insieme portassero avanti nelle aziende la battaglia per una politica attenta alle famiglie, forse quelle aziende non avrebbero più la possibilità di fare la scelta "più conveniente". Se i padri manifestassero la stessa esigenza delle donne a stare con i propri figli non solo nei ritagli di tempo, forse non ci sarebbe più bisogno di parlare di pari opportunità. Paradossalmente, la battaglia delle donne per avere più tutela sul lavoro nasce con le premesse sbagliate. Si sta facendo tanto per garantire a una donna le stesse possibilità di fare bene il proprio lavoro, escogitando orari flessibili, agevolazioni, permessi speciali. Ma le aziende che ragionano nell'ottica dell'ottimizzazione dei costi e dei risultati continuano ad avere la possibilità di scegliere la via più semplice: il dipendente maschio. Fintanto che esisteranno uomini e padri disposti a rinunciare all'accudimento dei figli, non ci sarà mai una soluzione. Lo so, cari uomini, è difficile mettere da parte un po' il lavoro che tanto ci piace. Lo so eccome. Ma in parità, i sacrifici vanno divisi.

venerdì 17 settembre 2010

Disperati tentativi di conciliazione: la sala parto

Negli ultimi anni, tutte le riviste più o meno patinate hanno lanciato un numero sempre crescente di appelli per la salvaguardia (si può dire salvaguardia, o sembra offensivo?) dell’uomo. Da “Maschio, dove sei?!” a “101 modi per farla impazzire a letto”. Il senso è quello di un allarme generale che prende spunto proprio dalla consapevolezza che nel tempo, a fronte di una progressiva evoluzione della donna, c’è stata una rapida involuzione dell’uomo. Non a torto, gli uomini più sensibili si sono domandati quale fosse il loro ruolo all’interno della società, ma soprattutto nella coppia. Qualcuno, dotato di un maggiore spirito di autocritica, è arrivato addirittura a pensare che le donne potrebbero fare a meno degli uomini, ad eccezione della pura funzione riproduttiva. C’è stato tutto un susseguirsi di interrogativi, tipo: “Ma che vorranno fare adesso le donne?” “Ora che lavorano anche loro, perché dovrebbero unirsi a noi?” “Ora che guadagnano e hanno un conto in banca, a che serviamo più?”. Autorevoli periodici come Men’s health o Max o GQ pubblicano incessantemente articoli di incoraggiamento, supportati dal parere dell’esperto, che sia uno psicologo o Lapo Elkann: “Forza! Ce la faremo! L’importante è ritrovare la nostra forza interiore! Le donne non possono vivere senza di noi! Dobbiamo solo imparare le tecniche” E allora via con infiniti decaloghi su come fare a portarci a letto, su come fare subito dopo a mandarci via o a farci rimanere (che poi dipende sempre da un unico, semplice fattore), su come fare a conquistarci, a sposarci, a lasciarci, a lavorare con noi, come dipendenti, come superiori o come colleghi, ecc. Mai un decalogo che insegni le regole per tenere pulito un bagno.
Comunque, questo stato di prostrazione in cui versano gli uomini deve aver fatto pena anche a un nutrito numero di donne, che si sono quindi prodigate per fornire loro una ragione di vita. L’esempio più eclatante di questo tentativo (peraltro mal riuscito) di fare entrare gli uomini nel mondo femminile, dando loro un ruolo attivo e partecipativo, lo vediamo nelle sale parto degli ospedali. È proprio vero che la perversione della mente umana non ha confini. Non so se avete mai partorito, o se avete mai assistito a un parto, anche solo in televisione. Beh, è un evento dove i concetti di Civiltà, Progresso, Diritti Umani e Uguaglianza perdono il loro significato. È forse l’unico momento in cui una donna dubita di farcela. Figuriamoci un uomo. Che infatti sviene. O esce tramortito. O convertito. Insomma, questa idea di far entrare l’uomo in sala parto, è una cazzata colossale. Se è stata pensata per non far sentire gli uomini esclusi dall’evoluzione delle donne, non è stata una genialità, perché l’effetto è quello opposto. L’uomo viene messo definitivamente e irrevocabilmente di fronte alla sua nullità e inutilità. Vede la donna contorcersi, la sente gridare disperata, ma non può fare niente. Anzi, spesso viene anche insultato. Quasi sempre dalle ostetriche che già guardano la partoriente con sufficienza.
Io ho partorito due volte. Ed è incredibile come due momenti che fanno parte di uno stesso processo, come il concepimento e la nascita siano così diametralmente opposti sulla scala del piacere.
La prima volta è stata con un cesareo, la notte di Natale del 2006. Ovviamente prima mi ero fatta comunque i miei due bei giorni di travaglio. Ma Lorenzo era messo storto, per cui, quando il ginecologo mi ha chiesto se ero d’accordo nel fare un cesareo per sbloccare la situazione, io avevo già la penna in mano per firmare anche la cessione della mia anima. Come vedete, nella storia, non c’è traccia del mio compagno. Che in effetti era come se non ci fosse. Messo lì, in un angolino, come un elefante ferito. Talmente frastornato che stava per entrare anche lui in sala operatoria, prima che un’infermiera, intenerita, lo accompagnasse a sedersi sulla prima panca libera, ad aspettare fuori.
Il secondo parto è stato peggio, perché è stato un parto naturale. Per tutte le sei ore in cui ero lì a domandarmi perché i bambini non li possano veramente portare le cicogne, il mio compagno era seduto sempre al solito posto. Come un elefante ferito. Quando mi hanno rotto le acque per accelerare il travaglio, ha avuto come un richiamo della foresta, e si è alzato per venirmi a salvare. “Serve una mano?” Ha detto compiendo un balzo felino dalla sua postazione. Le ostetriche l’hanno guardato come si guarda di solito un bambino che vuole intervenire in una conversazione tra adulti, e l’hanno fatto riaccomodare nel suo angolino. Ma poi finalmente è arrivato il premio: “Visto che sei stato così bravo e paziente, adesso ti diamo qualcosa da fare, una cosa molto importante e piena di significati simbolici”. Il taglio del cordone ombelicale. Uau. Forse sarebbe più educativo far rimanere gli uomini a pulire le sale parto. Avete mai visto una sala parto dopo il parto? No? Avete mai visto il set di Dexter dopo un suo omicidio? Beh, è uguale, solo che non c’è la pellicola trasparente. Si potrebbe dire a un padre: “Ecco, adesso immagina di essere Dexter che deve cancellare le prove del suo delitto, e inizia a pulire”. Che poi, l’analogia ci sta anche bene. Così sì che l’uomo potrebbe veramente entrare nel mondo delle donne e contemporaneamente fare qualcosa di utile. Così, anni dopo, ricordando quel magico giorno, l’uomo potrà dire: “Ah, ma se non c’ero io a pulire tutto il disastro che hai lasciato tu…”

lunedì 13 settembre 2010

Supermercato 2

Per restare in tema di madri e di supermercati, noto un altro inquietante particolare sul binomio donna-fare la spesa.
Su un cavalcavia campeggia da anni un cartellone che pubblicizza il nome di un noto supermercato. I creativi pubblicitari, probabilmente guidati dall'esperta mano del direttore delle vendite del supermercato stesso, adattano periodicamente il contenuto del messaggio, che vediamo di volta in volta addobbato per le feste natalizie, dorato per il centenario dalla nascita, denudato per l'estate, ecc. Questa volta hanno osato di più: da un po' di giorni è comparsa la faccia di un bambino che ride, e ridendo dice: "Mamma! Non correre, che tra 100 metri c'è il supermercato XXX!"
Ora, tralasciamo il fatto che un bambino di 5 anni difficilmente mostra entusiasmo all'idea che a 100 metri ci sia un supermercato (anzi, il più delle volte i bambini vedono con terrore l'idea di finire incastrati in un carrello per tutta la durata della spesa dei genitori). La cosa che mi lascia perplessa è sempre la stessa: perché "Mamma non correre"? Perché non "Papà"? O "Nonno", o "Nonna"?
Se con grande apertura mentale siamo arrivati ad accettare il fatto che anche le donne possano giudare una macchina e perfino andare veloci, perché poi dobbiamo rovinare tutto facendole fermare al supermercato su richiesta dei figli?
Come nel caso della precedenza alle casse, anche qui si dà per scontato che la spesa, soprattutto quella con i figli, la facciano solo le donne.

Supermercato 1

Recentemente, i supermercati più evoluti dal punto di vista etico e sociale (che poi si scopre sempre che i dipendenti fanno turni di 12 ore con tre minuti per il WC e 1 per il pranzo) hanno affisso una segnaletica particolare in prossimità delle casse. Traduco letteralmente i simboli: dare la precedenza a donne incinte; dare la precedenza a donne con bambini piccoli; dare la precedenza a portatori di handycap.
Allora, posto che a questo punto ci stava bene anche una precedenza agli anziani, mi chiedo se un uomo con bambino o bambini al seguito può godere degli stessi diritti.
Già mi figuro la scena: sabato mattina, fila interminabile a tutte le dieci casse dell'ipermercato, cassiere che hanno l'obiettivo di venedere entro tre ore 100 sacchetti etici in cotone cuciti a mano dai carcerati, per cui non vanno in bagno da quando si sono svegliate, carrelli stracolmi di viveri come alla vigilia di un conflitto nucleare. E un uomo, con due bambini piccoli. Uno sul carrello, che urla disperato la sua protesta contro la mercificazione della sua vita, l'altro, ormai in stato d'incoscienza, che ciondola appeso al braccio del padre. Nel raggio di 5 metri, tutti si girano a vedere chi è il bambino che grida come un indemoniato. Ovviamente tutti sfoggiano il miglior sguardo di disappunto possibile, frutto di anni di allenamento nel farsi i cazzi degli altri.
Mi viene in mente The beach, con Di Caprio, quando il ragazzo attaccato dallo squalo viene isolato in una tenda lontano dall'accampamento perché le sue urla avrebbero turbato la pacifica vita quotidiana dei suoi amici. Questi i pensieri dei vicini di cassa: "Il padre dovrebbe far qualcosa" "Eh, non si portano bambini così piccoli a fare la spesa" "Ma perché non lo prende in braccio?" "Ma dov'è la madre?"
Ad un certo punto il padre decide di fare qualcosa. Interpreta il linguaggio iconico dei segnali di precedenza alle casse ed estende alla categoria maschile la precedenza, in quanto bambino-munito. Insomma, è logico che il cartello significhi "genitore" con bambini. Quindi chiede di passare avanti. Ma nella lotta per la sopravvivenza al supermercato, non c'è spazio per l'interpretazione. "Scusi, lei non è mica una donna...porti pazienza...gli dia un dolcetto"

Ecco. Ora vorrei parlare con chi ha concepito il cartello. Si sa che nel meccanismo delle generalizzazioni, il maschile viene traslato sul femminile. Per esempio, se dico che l'uomo è l'evoluzione della scimmia, intendo "uomo" come insieme di uomini e donne. Se invece dico che la donna è l'evoluzione della scimmia, mi viene subito spontaneo chiedermi da dove venga l'uomo, segno che la generalizzazione da donna a uomo non funziona. Quindi, se si vuole significare che alle casse bisogna dare la precedenza al genitore con bambini, si deve necessariamente usare il simbolo maschile. Il punto è che chi ha concepito il cartello ha dato per scontato che fossero solo le madri a fare la spesa con i figli. Del resto, che altro dovrebbero fare nella loro vita?
Quindi, cari uomini, se vi trovate a fare la spesa con qualche bambino al seguito, rassegnatevi a una lunga attesa.

giovedì 9 settembre 2010

Ricordi d'infanzia

I miei genitori sono persone perbene.
Ma se oggi mi riduco a scrivere post del genere di notte, non senza una vaga ossessione, è colpa loro.

I miei genitori mi hanno educata come se fossi un maschio. Anzi no. Come se fossi asessuata. Una specie di Lady Oscar dei poveri. Tuo padre voleva un maschietto, ma ahimè sei nata tu. I valori che mi venivano trasmessi erano: studio, cultura, lavoro. Il top della parità con i miei amici maschi. I loro input erano così scientificamente al di sopra delle distinzioni di genere, che trent'anni dopo, quando ho partorito Lorenzo, mi sono domandata se la maternità fosse una cosa normale. Osservavo questo neonato e mi chiedevo che cosa mai si aspettasse adesso da me. Che cosa avrei dovuto fare. Cercavo disperatamente di risalire con la memoria a quando da piccola la mamma ti spiega come giocare con la bambola, a come si culla, a come si cambia, a come si pettina. Ma niente. Nessuno mi aveva mai regalato una bambola. Al limite un Monciccì, che però era una scimmia, e per questo richiedeva un grado di assistenza nettamente inferiore. I giochi che mi facevano fare i miei erano tutti basati sull'intelligenza. Ricordo partite infinite a Paroliere. Dove mio padre e mia madre mi umiliavano con parole tipo "perifrastica" o "avvicendamento", mentre io ero lì, muta con la mia lista di "tra" "in" "con" "sol". Mi spronavano a impegnarmi sulla terminologia.
Avevo sei anni.
Quindi al mio neonato ho insegnato subito la consecutio temporum. Per non sbagliare.

Ma c'è un episodio, un doloroso punto di rottura in cui ho creduto che l'educazione transgender dei miei fosse tutta una farsa.

Una sera, i miei genitori organizzano una cena tra amici a casa nostra. In fase di aperitivo, sento mia madre che mi chiama a gran voce. Quando la raggiungo in cucina, mi mette in mano una ciotola di noccioline, chiedendomi di portarla in salotto, agli ospiti. Io la guardo come se fosse un ufo. "Perché non la dai a papà?" chiedo incredula. E allora mia madre mi risponde con quel tono fatto di una punta di acidume sapientemente mixata con una piccola dose di sarcasmo, che solo noi donne sappiamo produrre: "Eh, papà è l'unidicesimo ospite". In effetti mio padre stava comodamente seduto in divano, discettando di politica ed economia con gli altri ospiti, in attesa che succedesse qualcosa. Tipo che la cena si materializzasse come per incanto nel suo piatto. Allora "perifrastica" e "avvicendamento" sono state sostituite da "ignominia" e "sgomento".
A dire il vero, quell'episodio mi ha fatto capire che c'era un baco nel sistema. Come dire: il software è pronto e funziona, ma ci sono dei bug ancora da sistemare. E' come se la nostra società, oggi, fosse un'enorme versione beta ancora da ottimizzare.

Dall'episodio della cena in poi, scovare i bug è diventata la mia missione.

La tarma del luogo comune

Eccola lì: ho trovato un'altra tarma che si annida invisibile e silenziosa tra le pieghe della nostra vita quotidiana. La tarma del luogo comune donna-mamma-moglie-amante-casalinga Vs. uomo-forte-lavoro-carriera-denaro-potere-indipendenza. Cioè, non esiste il luogo comune uomo-padre-marito-amante-casalingo. Infatti, di fronte ai pochi che sposano questa impostazione di vita, c'è sempre uno sguardo sbalordito, un complimento: "Ma che bravo...", a sottolineare che si tratta di una fortunata coincidenza. Oggi, avere un partner "paritario" è solo una questione di culo. Chissà perché non ho mai sentito nessuno dire a un uomo: "Che fortunato che sei ad avere una moglie che sta coi bambini, cucina e tiene la casa in ordine" Perché? Che altro dovrebbe mai fare? O CHI altro dovrebbe mai occuparsi di queste cose?
Dicevo, ho trovato una tarma dove meno me l'aspettavo. Non l'ho trovata parlando con un ottantenne di un piccolo paesino di provincia del Sud (ma anche del Nord). L'ho trovata in un luogo "illuminato". Nell'asilo dei miei figli. Un asilo molto attento all'educazione sana dei bambini. Un asilo che in passato è stato anche molto sperimentale. Che ha sempre posto al centro della sua attività il dialogo tra genitori, educatori e bambini. Un asilo molto avanti insomma.
Bene. Ad ogni nuova famiglia che iscrive il figlio in questo asilo, viene dato un questionario per sapere com'è cresciuto il bambino fino a quel momento, quali sono le abitudini in famiglia, come si passa il tempo libero, ecc. Le educatrici raccomandano caldamente di compilare il questionario tutti assieme: madre e padre. Dopo le domande: "Com'è stato il parto?" "Come dorme il bambino?" "Come lo vedete (aggettivi e impressioni)?" arriva la tarma:
"Il padre è collaborativo?"

I più progressisti non si fanno alcun problema a rispondere: certo! E si dilungano in descrizioni minuziose sulla sua bravura nel cambiare i pannolini, sulla sua affidabilità nel dargli da mangiare o vestirlo, sulla sua tenerezza nel coccolarlo, sulla sua emotività nell'esprimere gioia e commozione.  E non si accorgono di essere caduti nella trappola. Stanno rispondendo a una domanda che dà per scontato il fatto che l'uomo potrebbe non essere collaborativo nell'educazione dei figli, e che sia sempre la madre a doversene occupare al 100%. Se poi riceve un aiuto, è una donna fortunata. Siamo molto lontani dal concetto di uguaglianza. Perché non mi si chiede se la madre è collaborativa? Che altro avrà da fare il padre durante il giorno che non faccia anche la moglie? Ecco qua il problema. Ci si concentra sulle questioni sbagliate. L'obiettivo non è quello di essere felici se anche gli uomini si occupano dei figli. L'obiettivo è dare per scontanto che questo avvenga. E non trovare più domande di questo tipo sul questionario di uno degli asili migliori della città.