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lunedì 19 gennaio 2015

Donne in ritardo che traslocano












Cari e care, dopo quasi un anno di silenzio su questo URL (ma di infinite parole su altri), vi comunico che si è finalmente compiuta quella transizione tra il dire e il fare, tra il parlare dei ritardi delle donne e il fare qualcosa per accelerare il loro cammino verso una società finalmente paritaria. L'avevo già annunciato qui: La nuova creatura.
Ma il confronto verbale e teorico resta sempre importante, per cui da oggi possiamo continuare a parlarne sul blog di LABY, che inizia da una domanda di tipo lessicale: "Perché in Italia si fa così tanta fatica a parlare di padri? Talmente tanta che alla fine ci siamo dovuti perfino inventare un nome nuovo e cioè 'mammi'?"
Il blog "Donne in ritardo" finisce qui e inizia qui.
Buona continuazione!
Benedetta

giovedì 5 luglio 2012

"Che lavoro fai?" "Il vassoio"

Non so se la cosa che sto per dirvi stempera un po' il tono degli ultimi post, oppure ne amplifica gli effetti. Fatto sta che la mia amica Barbara stamattina mi segnala un'iniziativa culinaria molto interessante. La potete leggere qui: Roma. Successo per il Ristorante Yoshi: pesce crudo su donne vassoio. 
Dice che a Roma è arrivata la nuova moda del body sushi. E cosa sarà mai, ti chiedi tu che ti affanni ogni giorno per scoprire sempre nuove tendenze nell'enogastronomia orientale. Tu che passi le giornate totalmente assorbito dagli happening delle capitali d'Europa. Tu che sei caduto in uno stato di irreversibile depressione quando hai scoperto che uno dei California Dream Men stava con la figlia di Celentano. Allora, seguendo le magiche regole della buona comunicazione ti spiego cos'è il body sushi. Intanto chiamiamolo col suo vero nome: Nyotaimori. E non è una moda, ma una tradizione millenaria giapponese, nata quando ancora l'Europa stava attaccata all'Africa, per cui non possiamo proprio discuterne e forse non siamo nemmeno all'altezza di poterne parlare. All'epoca, in Giappone, si usava coprire il corpo della donna con il pesce, in segno di profondo rispetto per il suo ruolo nella società. Fra l'altro, pare che una donna fosse tanto più potente, quanto più pesante fosse il pesce appoggiato su di lei. Alcune fonti narrano che un'antica imperatrice giapponese assurta a simbolo di divinità, fosse stata ricoperta da un balenosauro spiaggiato a seguito di un maremoto. Il prestigio della donna viene anche decretato dalla qualità del pesce. Ovviamente, chi regge del tonno in scatola, vale meno di chi regge caviale iraniano. La tradizione giapponese, nota in tutto il mondo per essere quella superiore in assoluto, prevede che la donna del Nyotaimori sia distesa e nuda e che il suo corpo venga imbandito con l'offerta del ristorante. Gli avventori si siedono e scelgono le porzioni in base ai gusti e alla loro posizione. Statisticamente non si verifica mai che avanzino dei pezzi sulle zone erogene. Questo sicuramente perché, cito testualmente dall'articolo, "il rapporto col sesso è più diretto e meno complessato che in Occidente". Da questa esperienza non si può uscire che intimamente arricchiti, perché il bisogno primario del nutrimento passa attraverso il bisogno primario della contemplazione della perfezione femminile.
Hai capito? Non ne sei sicuro? Allora te lo spiego a parole mie.
Siccome la crisi coinvolge pesantemente anche il settore della ristorazione, si è pensato di sollevare le vendite con un espediente nuovo e originale: il sesso. Si prende una donna giovane, carina e che non riesce a pagarsi la retta dell'Università, le si danno dei soldi per distendersi con addosso un tanga e dei pezzi pesce crudo e le si chiede di restare immobile. Poi si aspettano i clienti, che siccome sono anni luce dall'esimia tradizione giapponese - ammesso e non concesso che questa tradizione non leda i normali diritti umani a cui tanto faticosamente siamo arrivati oggi -, passeranno la serata a contendersi i rotolini che stanno sui capezzoli e a tentare di far ridere la ragazza per far crollare tutto in un colpo solo.
Nel nostro caso, il bisogno primario del nutrimento, passa attraverso il bisogno primario del sesso e quello secondario di sfruttare il corpo della donna.
Ovviamente adesso mi direte che sono la solita bacchettona. No, dai, non è vero. Sono sinceramente contenta per tutte quelle donne che adesso possono contare su uno sbocco professionale in più. Non ci trovo niente di male a compilare un curriculum europeo inserendo "dal 1 luglio vassoio presso il ristorante Yoshi di Roma". Veramente.

mercoledì 4 luglio 2012

Adesso potete sfogarvi

Rispetto al mio piccolo sfogo di ieri, cade a fagiolo la pubblicazione ufficiale di questa iniziativa:
Si tratta di una raccolta di pensieri, di storie, di biografie di persone che hanno qualcosa da raccontare, anzi no, che si vogliono proprio sfogare. L'idea è venuta alla mia amica Marta, già autrice del libro Milano da bare, che partendo proprio dalla sua esperienza personale, ha sentito la necessità (l'impulso?) di sfogarsi. Ma non solo. Proprio in virtù di quello che si diceva nel post di ieri, ha sentito anche la necessità di condividere lo sfogo con altri, di non restare come al solito una della tante voci nel coro, ma di ESSERE il coro. Perché si sa: l'unione fa la forza.
Più volte ho sottolineato le storture della comunicazione sui social network. Facebook è molto divertente e obiettivamente fa quello che promette: ti permette di restare in contatto con quella parte della tua rete sociale che altrimenti avresti perso di vista. Ma fa anche un'altra cosa: ti illude di essere parte di una grande comunità, perché condividi assieme ad altri centomila la stessa richiesta di eliminare i privilegi della politica. Ma in realtà non esiste nessuna comunità. Ci sono solo centomila individui singoli che postano la stessa cosa. Far parte di una comunità è diverso. Per questo serpeggia una grande insoddisfazione. Abbiamo canali di informazione e una velocità di circolazione di notizie e iniziative che anche solo cinquant'anni fa sarebbe stato impensabile. Ogni giorno leggiamo e inoltriamo messaggi di protesta, di rivolta in certi casi. Ma poi non succede niente e non succede perché siamo superficiali. Ne parliamo soltanto e possibilmente cercando di perdere meno tempo possibile.
Ed ecco qui l'iniziativa di Marta: smettiamo di essere tanti individui ed entriamo a far parte di un gruppo che ha qualcosa da dire. Un gruppo composto da persone che non trovano più sufficiente lanciare una provocazione su facebook, ma che vogliono dedicare del tempo (minimo, per altro) a scrivere una storia, per altre persone che vorranno dedicare del tempo a leggerla.
Insomma, è ora di riappriopiarci dei nostri contenuti. La crisi del nostro sistema inaridito e impoverito di tante cose, va combattuta anche ritornando all'approfondimento, alla documentazione, all'informazione, alla cultura. Impariamo a conoscere le mille realtà che ci circondano, impariamo a essere solidali fra di noi. Donne con donne, uomini con uomini e donne con uomini.
Quindi scrivete, sfogatevi, lasciate il vostro contributo. Sf(ò)gati diventerà un libro, online e offline, anzi, non un libro, una raccolta, magari un'enciclopedia della nostra realtà attuale, un testo di sociologia adottato tra duecento anni per capire il nostro tempo. Ed è gratis. E senza fini di lucro perché eventuali entrate andranno in beneficenza.

martedì 3 luglio 2012

Questa è la crisi, baby

La crisi ha inciso alla fine anche su questo blog, perché ho dovuto disertare le questioni di genere, per occuparmi di altre cose, tra cui, la mia sussistenza. Lo saprete benissimo anche voi: non stiamo vivendo un bel periodo, ma la cosa più grave non è tanto la scarsità di denaro in circolazione, quanto invece la scarsità di cultura, di senso civico, di adesione alla realtà. Siamo al ribasso su tutto, non c'è etica perché costa troppo, non ci sono valori perché fanno perdere tempo, non c'è rispetto per le persone perché non ha un ritorno. Si parla tanto di crisi economica, ma il lato finanziario è solo la minima parte di un sistema abbruttito già di per sé. La cosa che mi ha tenuta più impegnata, ultimamente, è la gestione dei rapporti di lavoro. In Italia le cose vanno male perché è il lavoro, prima ancora della cassa, che va male. Il ricatto è la forma più diffusa di contratto. "Se mi fai pagare adesso, non lavori più con me". "Se non lavori anche il sabato e la domenica, non ti rinnovo il contratto". "Se non accetti queste condizioni, fuori c'è la fila". E in effetti fuori la fila c'è veramente: masse di disperati che pur di avere un minimo di entrata cedono al ricatto, rovinando così il mercato in cui essi stessi poi si troveranno. Una volta, di fronte alle stesse criticità, le persone si riunivano e combattevano insieme per il RIALZO e non per il ribasso. Ma adesso manca la voglia, in certi casi, e l'energia in altri, per combattere veramente, per fare squadra.
Con questa premessa riprendo le fila del discorso lasciato più di un mese fa e vi dimostro come in effetti non sia sempre e solo il denaro il problema:



Ecco. Questo spot fa parte della campagna promossa dall'Unione Europea per attrarre più donne nei settori della ricerca scientifica. Insomma, in poche parole il brief diceva grossomodo così: chi l'ha detto che gli scienziati devono essere per forza maschi? Orsù, donne, la scienza è anche una cosa per voi!
Peccato che poi il messaggio che ne deriva è questo: "Care donne, lo sappiamo che siete un po' stupidine e che pensate solo allo shopping e ad abbinare le borsette alle scarpe. In ogni caso, siccome siamo per le pari opportunità, vi dobbiamo informare che, volendo, potreste diventare anche voi delle scienziate. Come vedete da questo spot, gli scienziati maschi, che stanno lavorando seriamente nei laboratori di tutta Europa, vi aspettano con trepidazione. Soprattutto se sarete carine con loro".
Questo spot è stata talmente una cagata pazzesca, che l'hanno oscurato quasi subito dal sito ufficiale dell'iniziativa. Il problema è che poi è rimasto comunque il sito: http://science-girl-thing.eu/ dove potete ammirare un trionfo di cuoricini, di iconcine colorate, di ragazze che si fanno la foto con l'iPhone. Insomma, da ogni parte un unico grido di dolore: SIETE DEFICIENTI.
Allora, riprendendo il discorso di prima, questa è la percezione della realtà che molti hanno (e purtroppo quelli con potere decisionale). Mentre la realtà è invece questa:


Adesso mi direte che è ovvio e che esagero, ma voi rappresentate purtroppo una minoranza di persone che si fanno domande, che si interrogano su alcune cose e che magari a volte vogliono anche farsi qualche risata. Probabilmente il video della Montalcini sarà invece commentato dai più, come "una palla", "una vecchia rincoglionita che parla a quattro sfigate", "quella che chiede se potrà tornare in Italia è la solita che vuole la pappa pronta e che non vuole sacrificarsi", "e comunque la cinesina non è male".
Ecco, QUESTA è la crisi, secondo me.

mercoledì 23 maggio 2012

Ridatemi i miei soldi

Faccio un'apparizione lampo solo per dare eco a una notizia fresca fresca riportata su corriere.it.
Pare che dal 2016 gli stipendi delle donne saranno equiparati a quelli degli uomini, a parità di ruolo. A parte che non ho capito perché ci vogliano quattro anni per entrare a regime. Cos'è, non hanno i soldi? E questo pensiero mi fa riflettere su quanti milioni di miliardi di euro le donne abbiano fatto risparmiare a Stato e imprese dalla nascita del mondo a oggi. A parte che non è chiaro se questa legge sarà valida solo per i dipendenti statali oppure per tutti. Cioè, anche le imprese saranno obbligate all'equa retribuzione? E quindi, nel mio pessimismo cosmico odierno mi chiedo: non è che adesso le imprese avranno una scusa in più per non assumere donne? In assenza di una reale cultura della parità, questa legge, se applicata anche al mondo privato, rischia di diventare un boomerang. Le aziende che ragionano esclusivamente nell'ottica del profitto e non in quella della sostenibilità (e in Italia sono ancora molte), o non assumeranno più donne, oppure abbasseranno gli stipendi agli uomini.
Sì, lo so, non sono mai contenta, ma le leggi devono andare sempre di pari passo con l'educazione, altrimenti si trova immediatamente il modo per stravolgerne il senso.
Intanto, mi piacerebbe che qualcuno mi restituisse i miei soldi.

giovedì 12 aprile 2012

Intubiamola

Ciò che spesso fanno gli ipocondriaci con la loro innocente ossessione per le malattie è garantirsi una vita sana. Così è stato per me, per lunga parte della mia vita. Sono stata spesso oggetto di scherno per la mia enciclopedia medica sistemata con nonchalance tra il vocabolario d'italiano e quello d'inglese. Però poi li vedevo i miei amici sbruffoni, a sfogliarla con attenzione, convinti di non essere visti, cercando la pagina dell'ictus o quella del verme solitario. Ero talmente attenta, all'epoca, da evitare addirittura di diventare SERIAMENTE ipocondriaca, perché di fatto anche quella era una malattia. Questo comunque mi ha consentito di accumulare negli anni un notevole bagaglio culturale in campo sanitario. Ho imparato a suddividere gli antibiotici in famiglie, ad apprezzare le qualità del Buscopan, a descrivere con estrema precisione i sintomi. Ma la mia specialità sono sempre stati gli analgesici che fanno quella cosa magica, mistica direi, di allontanarci dalla nostra misera vita terrena, fatta di disagio e di dolore, per farci approdare in un universo più lieve, sereno e quindi sano. Ecco, io per anni sono stata una felice, ma soprattutto sana, ipocondriaca.
Tutto questo è ahimè finito molto presto. Nel 2006 per l'esattezza, quando è nato il mio primogenito. Mi ero appena specializzata nella medicina dedicata alla gravidanza - cosa per me fino ad allora sconosciuta, visto che sui foglietti illustrativi il capitolo "Gravidanza e allattamento" veniva regolarmente saltato - che ho subito dovuto abbandonare tutti i miei studi per una ragione che non avrei mai pensato di mettere in conto un giorno: la mancanza di tempo. In questi ultimi sei anni ho perso progressivamente tutte le mie conoscenze mediche. Oggi riesco a malapena a distinguere una Tachipirina da un'Aspirina, un Oki da un Aulin. E infatti mi ammalo. A manetta, ogni anno di più. Da che ero convinta di avere i sintomi di tutte le malattie, ma di fatto ero sana come Willy il delfino, ora sono convinta che tutto sommato sto bene, ma mi ammalo di continuo.
Su una cosa sono rimasta piuttosto brava: l'autodiagnosi. Grazie a Internet e al mio talento personale, riesco a individuare con precisione qual è il problema. Ma i medici non temano, non faccio sfoggio di questa mia capacità, è solo così, per mia soddisfazione personale. So che sto per andare da loro con qualcosa che li renderà molto molto felici. Sì perché avete mai notato come reagiscono i medici alle vostre malattie? Se non sono abbastanza virulente restano delusi, vi trattano con sufficienza. Ma se arrivate lì con qualcosa di grosso, eccolo là il guizzo negli occhi, un eccitamento sessuale (non verso di voi, è ovvio), come quando trovate dieci euro nella tasca di una giacca che non usate da due stagioni.
"A-aaah...questo è proprio un bell'herpes!"
"M-mmmh...questa è proprio una bella tonsillite, sa?"
"U-uuuh...una bella colonia di pseudomonas..."
Tutto diventa BELLO, ed è merito tuo. TU li stai rendendo così felici. La tua malattia dà loro una ragione per esistere.

La mia tonsillite era iniziata poco prima della pausa pasquale. Infiammazione | Aulin | fine del problema. Il problema invece è stato che non essendo più ipocondriaca, ho abbassato la guardia, ho sottovalutato le complicazioni e soprattutto ho pensato di meritarmi delle vacanze. E la mia arroganza è stata punita. Appena arrivata in una nota località termale della Slovenia, pronta per trasformarmi in una spugna umana, le mie tonsille hanno seguito lo stesso procedimento dei chicchi di mais che diventano popcorn. L'analogia mi sembra perfetta sia per proporzioni, sia per colore. Ai bei tempi della mia ipocondria non avrei mai intrapreso un viaggio superiore ai 20 chilometri senza una valigetta del pronto soccorso al seguito. Oggi, mi tocca sopportare pure questo: nel beauty-case ci sono magari due antirughe diversi, ma nemmeno un antibiotico. Della serie, belle ma morte. Vi risparmio le peripezie, ma vi dico solo che in tre giorni ho visto 5 medici: 2 dottoresse dell'ex impero comunista (una molto, molto simile al Maresciallo Tito), 1 medico di guardia italiano e 2 medici specialisti in una clinica privata. Manifestazioni di gioia alla vista della mia gola: 5. Totali antibiotici prescritti: 3. Assunti: 3. Utili: 0. Analisi proposte per mononucleosi: 1 (era dalle medie che non sentivo parlare di mononucleosi). Proposte di ricovero: 1 (per ascesso tonsillare, ma smentito dai due medici successivi).
Per farla breve, e dare un senso a questo post, vi dico che l'altro ieri mattina, durante la mia ultima visita (quella con gli specialisti) ho assistito a una scena molto rappresentativa. Io seduta, esausta, che snocciolavo i nomi dei principi attivi che avevo assunto nei giorni precedenti e l'evolversi della malattia, e i due medici che annuivano estremamente interessati. Poi iniziano a discutere tra loro. Quante fiale contiene quel medicinale? Cinque. No, sei. Sette. E mentre cercavano di mettersi d'accordo su quante iniezioni avrei dovuto fare e a partire da quando e se sospendere oppure no gli altri antibiotici, il tutto con estrema calma, e anche con un certo disorientamento, direi, l'infermiera prende la situazione in mano, va a prendere una fiala, una siringa, un disinfettante e mi trascina con sé per fare la prima iniezione.
"Ecco, così per una ci siamo tolti il pensiero, va bene?" Dice ai medici che non si erano nemmeno accorti che io ero uscita e rientrata con in corpo una dose da cavallo di non so nemmeno cosa.
"Ah, sì, bene..." Dicono in coro.
"La ricetta?"
"..."
"..."
"Ah, ecco, la ricetta, sì"
"..."
Ecco, magari la mia percezione era distorta dai medicinali, ma ho notato una comune assenza di senso pratico degli uomini, compensata da una operatività bellica della donna. Mi domando come sarebbero andate le cose se anche l'infermiere fosse stato maschio. Avrebbe preso la situazione così in mano? Avrebbe preso l'iniziativa di farmi quell'iniezione lasciando gli altri due discutere per conto loro? E le dottoresse femmine invece, avrebbero tergiversato così a lungo? A nessuna sarebbe venuto in mente di farmi la prima iniezione lì, sul posto? Mi viene difficile crederlo. Alla fine, uscendo da lì, mi sono sentita estremamente riconoscente a quell'infermiera che con grande senso pratico aveva accelerato i tempi della mia guarigione. Ora vado a vedere se ho la mononucleosi. Vi terrò aggiornati.



P.S.: sì, anche il blog sta avendo delle mutazioni. Non so se e quando si stabilizzerà.


giovedì 13 ottobre 2011

Sono bieca: comprate "La comunicazione liberata"


Doveva accadere prima o poi che io facessi una bieca operazione commerciale, violando la natura sociale di questo blog. Ma posso spiegare. È per una buona causa.
Nel post precedente, raccontandovi i sordidi dettagli di un bagno dell'Autogrill, ho sorvolato sulla ragione per cui mi stavo dirigendo a Reggio Emilia. Stavo andando a presentare un libro speciale, che si chiama La comunicazione liberata. L'idea di questo libro è venuta a Luca Cian, assiduo commentatore di questo blog, che da Detroit ha orchestrato diversi fenomeni che bazzicano attorno ai temi della comunicazione e li/ci ha obbligati a scrivere delle cose sensate. Io ovviamente ho scritto la mia sul marketing deviato e non me ne vergogno. Si tratta di un testo a tratti un po' complesso, e anche un po' sovversivo. Per dirla in due parole, spiega attraverso le voci di vari esperti del settore, come mettere in mano dei più deboli gli strumenti della comunicazione, storicamente appannaggio dei più forti. Ed ecco perché ve ne parlo qui, in un blog di deboli.
E a questo punto mi sento di fare una citazione colta:


Sì, si può fare! E penso alla rete di donne che, partendo da un blog o da un gruppo su facebook, sfruttando quindi gli strumenti della comunicazione online, stanno creando un vero e proprio movimento d'opinione e d'azione. Scrivono lettere allo IAP, a giornali, a Istituzioni, si incontrano e danno notizia di sé. Penso a PontitibetaniPensieri di StefaniaIpazia è(v)vivaPresa nella reteMamma EconomiaThe Working Mothers ItalyMammamsterdam e tanti, tantissimi altri. Non sapete quanti. Insomma, la via del cambiamento reale è possibile.
E adesso andate a comprare il libro, su, che i guadagni vanno pure in beneficenza (no, non a me).

giovedì 25 agosto 2011

Mai dire sì

Ieri sera ho fatto un tuffo nel passato. Sì perché quando il futuro è inquietante, quando ti parlano solo della fine del mondo, della crisi economica, della disoccupazione e del braccio rotto di Bossi, non resta che sintonizzarsi su Fox Retrò e sognare di tornare bambina, nei favolosi anni Ottanta, quando c'era Craxi ma tu non lo sapevi.
Insomma mi sono guardata un'intera puntata della serie TV "Mai dire sì". Per chi non lo conoscesse, questo telefilm nasce nel 1982 e ho ben chiaro il ricordo di quando lo guardavo, da piccola. Non so perché, ma la mia memoria ha registrato solo la storia di due investigatori privati che facevano coppia anche nella vita. Lui piacione, lei che se la tirava un po'. Invece ieri sera mi sono ritrovata a fare i conti con la realtà. Cito da Wikipedia: "La serie racconta le vicende di una investigatrice privata, Laura Holt (interpretata da Stephanie Zimbalist), che decide di aprire una agenzia investigativa tutta sua; agenzia che però non viene presa sul serio, in quanto 'è diretta da una donna'. Così, allo scopo di acquisire maggiore credibilità, Laura inventa 'un abile principale maschio' dal nome, appunto, di Remington Steele.
Tutto sembra andare a meraviglia per Laura e i suoi collaboratori (Murphy Michaels e Berenice Fox), finché un giorno, un misterioso personaggio (interpretato da Pierce Brosnan) non tenterà di rubare delle pietre preziose che Laura era incaricata di proteggere. L'uomo, capito il gioco dell'investigatrice, rinuncia al furto e, affascinato dalla donna, decide a sua insaputa di interpretare il ruolo del capo. Il personaggio centrale della serie, Remington Steele, in primis ricopre un ruolo di facciata all'interno dell'agenzia, declinando a Laura e ai suoi collaboratori gli incarichi lavorativi, ma progressivamente 'prende le sembianze' di questo uomo di fantasia e acquisisce sempre più dimestichezza e interesse verso l'attività lavorativa."
Nell'episodio che ho visto ieri, per l'esattezza il terzo della prima serie, tutto questo è saltato fuori dal mio televisore aggredendomi alle spalle e facendo scempio dei ricordi della mia infanzia. La protagonista passa tutto l'episodio a cercare di affidare un compito al suo collaboratore che invece, con una strizzatina d'occhio e un paio di moine continua a fare di testa sua. Ovviamente la ragione sta sempre dalla sua parte, perché lui ha l'istinto del bello e dannato, che non sbaglia mai un colpo. E alla fine, anche Wikipedia registra il succo dei ruoli: Remington Steele è il protagonista; Laura Holt è la co-protagonista.
Ma l'amara sensazione che poi ho avuto, è che questa trama è ancora molto, molto verosimile e credibile. Meno male che c'è sempre Wonderwoman.

lunedì 8 agosto 2011

Trasferito per ferie

Non amo i post di servizio, però mi sentivo in colpa perché tutti i blogger che si rispettino danno indicazioni sui loro momenti di chiusura per ferie, per non lasciare improvvisamente i loro lettori senza una ragione di vita.
Io non chiudo per ferie. Mi trasferisco soltanto. Faccio parte di quegli sfigati che non possono permettersi di chiudere completamente i collegamenti con il mondo nemmeno per due settimane in agosto. Quest'anno va così. Anche l'anno prima, veramente. Il prossimo verrete a cercarmi su Chi l'ha visto.
Insomma parto, ma resto connessa. Però volevo dirvi che scriverò da un osservatorio privilegiato, la costa ionica, e correderò i miei post con foto eloquenti quanto odiose per quei pochi che rimangono in ufficio. Ecco, volevo dirvelo.
Ciao ciao.

martedì 5 aprile 2011

Servizi inutili

Ieri stavo guardando il TG2. Cioè, non è che lo stavo proprio guardando, diciamo che per una serie fortuita di circostanze indipendenti dalla mia volontà, la TV era accesa su Raidue e io ci passavo davanti. Infatti non sapevo nemmeno che fosse il TG2, e come avrei potuto, visto che mi parlavano di cinema, di libri (per essere precisa, del libro che dice che Lady D è ancora viva e che uscirà proprio il giorno del matrimonio di William e Kate - uscirà sia il libro, sia Lady D), di gossip e di passioni (la grande sfida dell'uomo che da sempre vuole imitare il volo degli uccelli). Poi c'è stata la sigla finale del TG e quella iniziale della rubrica Costume e società. Come se ci fosse ancora qualcosa di inutile da dire. E invece c'era, perché il servizio di apertura era sulle quarantacinquenni manager d'azienda. E che fanno queste quarantacinquenni (non un anno di più, non uno di meno)? Sono il bersaglio del marketing, perché hanno una buona capacità economica - a differenza delle ventenni, tengono a precisare - e amano prendersi cura di se stesse. E via con le creme, con il fitness, con le spa, con i viaggi, le cene, gli aperitivi. Ai giornalisti comunque premeva specificare che queste donne sono anche più libere, perché a quarantacinque anni i figli sono ormai grandi. Eh, certo. A parte che potrei anche non essere del tutto d'accordo, visto che ormai i figli si fanno sempre più avanti con l'età. Senza arrivare a Gianna Nannini, comunque è molto frequente trovare neo-madri a quarant'anni. In ogni caso ho riso, pensando a quel servizio girato al maschile:
"Come sono i quarantacinquenni uomini e manager di oggi? Attivi, curiosi, amano prendersi cura di sé, viaggiano, usano le creme e si sottopongono a trattamenti di bellezza. Sono il bersaglio ideale del marketing. Anche perché a quarantacinque anni i figli sono ormai grandi e quindi questi uomini sono anche più liberi". Ah ah ah. La colgo solo io l'ironia?

lunedì 21 febbraio 2011

Quote rosa (e dintorni): rivoluzionare il lavoro?

Questo post a blog unificati nasce da un'idea e uno scambio di vedute su Twitter e in rete tra Monica Cristina Massola, Stefania Boleso, Lorenza Rebuzzini, Manuela Cervetti, Benedetta Gargiulo, Maria Cimarelli, Paola Liberace e Mariangela Ziller.

Dopo uno stralcio di scambi in rete:

"Non basta essere donne per esser candidate, anche questa è strumentalizzazione."
"Mi piacerebbe molto però se chiedendosi "chi c'è di bravo?" venissero in mente donne"
"Il punto è: basta questo per introdurre gente a caso (come avverrà in CDA banche) purché donna?"
"Sono sicura ci siano donne in gamba pronte per assumere ruoli importanti. Come fargli avere la chance?"
"Sempre più mi è chiaro che non si tratta di part time o di conciliazione: che bisogna rivoluzionare il lavoro, nulla di meno"
"Rivoluzionare il lavoro!! E' l'unica. Ma partendo dalle donne (dalle mamme!), non dall'imitazione degli uomini."
(seguendo in Twitter l'hashtag #rivoluzionareillavoro troverete alcune tracce di frasi che ci hanno fatto riflettere...)

abbiamo pensato di scrivere sugli argomenti delle reali opportunità per le donne nel mondo professionale: su come rivoluzionare l'organizzazione attuale del lavoro, e sulla legge attualmente in discussione sulle quote rosa nei CdA.

Come avrete intuito, questo post va in onda a blog unificati. Tipo messaggio del Presidente della Repubblica il 31 dicembre. E, non per darmi delle arie, ma anche io vi faccio gli auguri. Auguro a tutti, uomini e donne, che domani venga approvata la legge sulle quote rosa. E così vi svelo già la mia opinione in merito: un terzo delle donne nel Consigli d'Amministrazione delle società? Sì, grazie. È un po' poco, ma per ora ci accontentiamo. Meglio un terzo che un milionesimo. Certo, le solite prime della classe, tipo Norvegia, Spagna (?) e Francia (?) hanno quote del 40%, ma insomma, non vorremo mica stravolgere così di botto secoli di inciviltà italiana! Bisogna andare per gradi. Magari un giorno facciamo assistere le donne a una riunione del CdA dal buco della serratura. Il giorno dopo le facciamo entrare, magari per portare il caffè. Il terzo qualcuna si può appoggiare al tavolo di cristallo, meglio se in posa accattivante. Così, dopo una settimana di silenziosa presenza, l'uomo medio italiano si sarà abituato e sarà pronto per assorbire lo shock di condividere il potere con il genere femminile. Comunque il panico farà presto a rientrare, dato che "un terzo" coincide matematicamente con il concetto di minoranza. Per cui non ci sarà il pericolo di una guerra tra i sessi.
Detto questo, leggo ovunque i commenti dei soliti moderati (tipo mia madre), che con una certa spocchia criticano il meccanismo delle quote rosa. Dicono che la presenza delle donne non può essere imposta per legge. Dicono che le quote rosa fanno male alle donne. Alessandro De Nicola ha scritto sul Sole24Ore di qualche giorno fa che "È ozioso discutere se le donne fanno bene al bilancio della società; le manager brave sì, quelle scadenti o inadatte no. Sicuramente non sarà una qualunque burocrazia in grado di determinarlo." Ozioso un tubo. Se leggo dei dati che dicono che, dove ci sono dei CdA composti anche da donne, le aziende hanno delle performance migliori rispetto a quelle in cui i CdA sono al 100% testosteronici, significa che, a prescindere se quelle donne manager sono brave o scadenti, le quote rosa migliorano la situazione. E continua De Nicola: "La quota rosa è controproducente sotto altri profili: fa considerare le signore prescelte delle semplici 'raccomandate' e crea una piccola casta di 'gonne dorate' come vengono chiamate in Norvegia..." Cioè, non abbiamo nemmeno iniziato a prevedere un pidocchioso 30% di donne nei CdA, che già si parla di raccomandazioni e gonne dorate?! Ma vogliamo invece dire qualcosa sui "pantaloni dorati" invece? E sulle raccomandazioni di genere di cui godono gli uomini? Voglio dire, oggi, e non per legge, la maggioranza dei CdA delle società italiane è composta da soli uomini. Di questi, molti hanno fatto anche delle pessime figure. Penso ad Alitalia per esempio, o a Trenitalia (tutto quello che finisce in "italia" insomma. Ah sì, anche Telecom Italia). In questo caso non si parla più di raccomandazione? Cos'è, improvvisamente solo adesso scoprite il valore della capacità e della preparazione? Adesso che si parla di donne? Ecco, a me questa cosa mi manda veramente in bestia. Velatamente, ma nemmeno tanto, sento dire: "Bene le donne, ma devono essere capaci e preparate, eh!" E allora dirò una cosa impopolare: chissenefrega se non sono brave o preparate. Qualcuna sarà brava, qualcuna no. Qualcuna sarà odiosa, qualcuna no. Esattamente come gli uomini. Per me è questa la vera parità: le donne devono avere lo stesso diritto di sbagliare che hanno gli uomini. Non è che perché adesso concedono loro un terzo delle poltrone, queste donne devono lavorare il doppio degli uomini.
I principali detrattori di questa legge parlano tanto di meritocrazia. Dicono che i posti di potere devono essere ricoperti da gente qualificata, a prescindere dal genere. Bene, dico io. Ma siamo sicuri che oggi i posti nei CdA siano attribuiti per reale merito? Perché se non è così, allora di cosa stiamo parlando?
Scusate, mi è salita la pressione. Ora mi calmo.
C'è invece un'altra questione che mi preoccupa, che è proprio il numero di donne interessate ad usufruire delle quote rosa. Ci sono? E quante sono? E dove sono? A quale gradino dell'organigramma aziendale si sono fermate (o sono state fermate)? Ci sono moltissime aziende in Italia che contano percentuali altissime di donne nel livello impiegatizio, qualcuna a livello quadro, e praticamente nessuna dirigente. Se nel giro di un anno dovesse entrare in vigore il meccanismo delle quote rosa, dovremmo fare un corso accelerato di management alle donne. E sarebbe anche carino che parallelamente ci fossero dei corsi per spiegare agli uomini come sia normale e dovuto che anche loro si occupino dei figli e della casa. Perché che fai? Incentivi la donna a fare carriera per sfruttare tutte le sue capacità e poi lasci i suoi figli dall'assistente sociale? Ma alla fine c'è un'altra questione spinosa di cui si parla poco, che è lo squilibrio lavoro-vita privata. Si dà per scontato che si debba per forza scegliere: tra lavoro e figli, tra lavoro e vita coniugale, tra lavoro e salute. Sì, lo so, sto facendo un discorso da femmina. Mi è stato detto proprio l'altra sera a cena: le donne vogliono fare tutto e non sono disposte a concentrarsi su un'unica cosa. Vogliono essere madri, mogli, amanti, lavoratrici, amiche. L'uomo invece, una volta che ha scelto il lavoro, non si pone altre questioni. Sta bene così. Beh, scusate, ma a me pare riduttivo. E comunque, statistiche alla mano, la qualità del lavoro aumenta quando aumenta anche la qualità della vita, e questo significa che se ho il tempo per andarmi a fare una birretta con gli amici, o fare i compiti con mio figlio, poi sarò più produttiva in azienda. L'attuazione delle quote rosa in Italia, seppur con percentuali ben lontane dalla parità, implicherà anche una certa rivoluzione nel lavoro. Come tempi e come modi. E di questo, ne godranno anche gli uomini.

Se volete altre opinioni in merito, sicuramente più serie delle mie, questi sono i link dove potrete trovarle:

http://www.mammeacrobate.com/work.html
http://www.workingmothersitaly.com/category/blog/
http://pensieridistefania.blogspot.com/
http://milanoelorenza.blogspot.com/
http://pontitibetani.wordpress.com/
http://www.controgliasilinido.com

giovedì 10 febbraio 2011

Breve riflessione in vista di una tragica fine

Oggi riflettevo su questo. Siccome le sfighe non vengono mai da sole, oltre alla profezia nefasta dei Maya, c'è pure questa cosa della sovrapposizione dei canonici giorni festivi con vari sabati e domeniche dell'anno. Praticamente non possiamo nemmeno consolarci con qualche viaggio improvvisato approfittando dei classici ponti. E così, andiamo incontro al nostro tragico destino lavorando e accumulando ferie, delle quali quindi non godremo mai.
Su questo scenario sconfortante si è espressa recentemente Emma Marcegaglia, Presidente di Confindustria, a proposito dell'unico nostro barlume di speranza: la celebrazione per l'unità d'Italia del 17 marzo. Che è un giovedì, stranamente. Dice che siccome l'economia è in crisi, non è il caso di perdere un giorno (o due, con il ponte) di lavoro.
Allora, cara Emma, io lo so che in quanto donna devi dimostrare di lavorare il doppio per essere rispettata la metà, e apprezzo molto il tuo sforzo. Davvero. Ma poi arriva un momento in cui tutto questo perde di significato, e questo momento è il 2012, dove, crisi o non crisi, uomini e donne saranno tutti uguali. Uguali davanti all'asteroide che ci colpirà (era previsto un asteroide? Non ricordo). Per cui, cara Emma, lasciaci godere in pace di quest'ultimo ponte, ché tanto nessuno sopravviverà per chiedere il TFR.

giovedì 30 dicembre 2010

Ciao 2010, ciao Geraldine

Ecco, quest'anno si conclude degnamente con la morte di uno dei simboli del movimento femminista americano. Si è appena spenta Geraldine Hoff Doyle, la protagonista del manifesto "We can do it!"
Oddio, a dire il vero la signora Doyle non era molto consapevole di essere un'icona del femminismo. Si era semplicemente data da fare durante la Seconda Guerra Mondiale, lavorando in fabbrica e contribuendo allo sforzo bellico degli Stati Uniti. Era un'operaia insomma. Una donna operaia che poi lasciò il suo lavoro perché una collega era rimasta ferita in un incidente in fabbrica, e lei non voleva fare la stessa fine. Non voleva rischiare di dover rinunciare alla sua vera passione: il violoncello. Ma non è che smise di lavorare. No. Anche finito lo sforzo bellico, Geraldine continuò ad avere delle occupazioni retribuite. Gestì anche un chiosco di bibite, dove incontrò il signor Doyle, che sposò e con cui fece cinque figli. Il matrimonio è durato 66 anni, fino alla morte di lui, pochi mesi fa. Solo nel 1982, Geraldine scoprì che la sua immagine era stata utilizzata nel famoso manifesto simbolo del movimento femminista. "Ma guarda un po' - avrà pensato - che avrò fatto di tanto eccezionale per essere celebrata così?" E in effetti, che ha fatto di tanto speciale? Geraldine ha condotto la sua vita come milioni di donne nel mondo. Ha lavorato, si è innamorata, ha fatto dei figli, ha coltivato il suo hobby della musica. Non so se, una volta sposata, questa signora sia rimasta a casa a fare la casalinga. Di questo le cronache non parlano, perché non fa notizia. Immagino comunque di sì, con cinque figli da crescere e un welfare non ancora molto sviluppato (non lo è nemmeno adesso, figuriamoci all'epoca). Ma non importa. Culliamoci invece nell'idea che Geraldine sia stata, già negli anni Cinquanta, una donna normale.
Detto questo, festeggiamo la fine di quest'anno funesto (e non era nemmeno bisestile!), augurandoci un 2011 più sereno, più equo, meno violento, meno precario, più sensibile, più etico, ma soprattutto, più fortunato. Vado a comprare da bere. Ciao 2010.

mercoledì 1 dicembre 2010

Il flirt e l'atteggiamento mascolino

Oooh là. Finalmente abbiamo un'indicazione. Una ricerca che ci dice cosa dobbiamo fare e come dobbiamo comportarci. Finalmente qualcuno ci racconta come stanno le cose nel mondo del lavoro e quali sono le strategie da adottare per fare carriera. Me lo segnala Barbara, con un articolo (in inglese) che riassume le conclusioni di diverse ricerche in merito. Il titolo del post è abbastanza emblematico: "Why women should flirt at work". Avete tutte un lavoro? Bene (se non ce l'avete significa che non avete flirtato abbastanza). Vi siete mai chieste perché siete sottopagate rispetto ai colleghi uomini? No, tranquille, non è nulla a che fare con le vostre competenze o incompetenze. Ha a che fare con la percezione subconscia che uomini (e donne stesse) hanno nelle aziende. L'incipit ci dice che "una donna può essere percepita come competente ma sgradevole, o come gradevole ma incompetente". Beh, non occorreva una ricerca per arrivarci. Ce l'ha spiegato molto bene la ventiduenne che ho segnalato nel post "Le cose che le donne non vogliono più sopportare", facendo l'elenco in una delle ultime puntate di Vieni via con me, delle varie discriminazioni che subiscono donne. Fra queste, c'è il non essere assunte perché troppo brutte, e non trovare lavoro perché troppo belle, quindi stupide. Ma l'articolo che vi segnalo approfondisce di più. E ci dice che una donna che si comporta al lavoro come un uomo (si parla di atteggiamento "mascolino"), non viene giudicata bene professionalmente. Ora, non so come vi comportiate voi sul lavoro. Avete un atteggiamento mascolino? Ruttate? Palpate il culo alle vostre colleghe? Parlate di calcio? Sono questi i segnali di un atteggiamento mascolino? Pare di no. Pare che lo stereotipo del maschio sul lavoro sia: autostima, fiducia nelle proprie capacità, decisionismo. Sembra che questi siano valori tipici del lavoro maschile. Almeno secondo il nostro subconscio. Se sul lavoro quindi vi sognate di prendere una decisione, di fare una presentazione di cui siete molto convinte, di intervenire a una riunione affermando il vostro punto di vista, state assumendo un atteggiamento mascolino. Prendetene coscienza: questa cosa vi danneggerà.
Però. Però. Una soluzione c'è. Sempre il solito subconscio ci fa gradire una donna che lavora se questa ostenta le caratteristiche che gli stereotipi abbinano al genere femminile. E sentiamo, quali sono queste caratteristiche? Accudire i colleghi? Portare loro il pranzo? Sparecchiare in mensa? No, vi sbagliate ancora. Le donne devono flirtare. Insomma, una donna al lavoro si può tollerare solo se flirta.
"Ciao, caro, scusa, mi sistemi la chiusura del vestito per piacere? E dopo mi porti quella relazione che ti ho chiesto una settimana fa?"
"Uh, oggi avrei proprio bisogno di un bel massaggio...Senti, poi vieni nel mio ufficio che ti devo licenziare?"
"Ah ah ah, adoro gli uomini con il senso dell'umorismo! Poi mi firmi quei documenti?".
"Qualcuno ha visto le mie mutandine?"
Insomma, una donna che non flirta non arriva da nessuna parte. Ma attenzione: questo non vale per le dirigenti. Quindi studiatevi bene la vostra parte.
Vado a rifarmi il trucco, che pomeriggio ho degli appuntamenti e non vorrei ostentare un atteggiamento mascolino.

venerdì 19 novembre 2010

Urgente! Inizia il corso del quasi perfetto casalingo

Lo so, quello che sto per dirvi arriva tardi ed è solo colpa mia. Ma ho avuto veramente una brutta settimana (posso lamentarmi anch'io ogni tanto?). Adesso, finalmente seduta sul treno che da Milano mi riporta a Trieste, posso prendermi il mio Aulin e sperare che tutto il mondo che ho ora sulla cervicale si disperda sui binari. A dire la verità, il miglioramento è già iniziato al momento della partenza (sarà un caso?), quando ho incontrato due amiche di vecchia data. Abbiamo parlato di lavoro, di treni (!), di noi, di tutto, di niente. Probabilmente una conversazione che con un vecchio amico non avrei potuto avere. Non so perché, ma ho questa sensazione. Soprattutto per le questioni di lavoro. Trovo sempre un certo sguardo alienato quando parlo di lavoro a un interlocutore maschio. Come se volesse dirmi: "Ma va? E tu che ne sai di queste cose? Parlami dei bambini, piuttosto". Ma forse sono solo manie di persecuzione. Fatto sta che adesso sto meglio. Ieri pomeriggio, sotto un diluvio che avrebbe inquietato anche Noè, ho incontrato un'altra degna rappresentante della blogosfera femminile: Stefania Boleso, nota alle recenti cronache per aver lavorato dieci anni come responsabile marketing di un'importante società internazionale, ed essere stata poi fortemente incentivata ad occuparsi della sua maternità. Vi piace come eufemismo? Ma, come si dice, ciò che non ti uccide ti tempra, e adesso Stefania, come una moderna Fenice, è risorta dalle ceneri costruendosi una nuova vita professionale. Ma come al solito sto divagando. Dev'essere l'Aulin.
Quello che in realtà volevo segnalarvi, me lo suggerisce Stephanie in un'e-mail, dicendomi: "Un mio amico è stato eletto da poco segretario del PD del suo comune. La prima azione che vuole proporre ai concittadini è: 'Il casalingo quasi perfetto'". Cliccate sul link. La mia amica è intenerita da questa lodevole iniziativa. E anche un po' preoccupata per l'esito che potrà avere. E sicuramente io non miglioro la situazione, visto che posto la notizia poche ore prima dell'evento. Ma comunque mi pare utile segnalare l'esistenza di un uomo, che è anche un politico (cosa che amplifica l'importanza della notizia), che si pone una questione che in genere né gli uomini, né i politici si pongono. Voglio dire, ci vuole una bella sensibilità per dire: "Ci si lamenta che mancano le donne in politica e noi cosa facciamo? Proponiamo percentuali. Molto spesso l'uomo non partecipa nei lavori domestici obbligando di fatto la donna a lavorare oltre il proprio orario lavorativo." Anzi, c'è il sospetto che ci sia una ghost writer alle sue spalle. Ma non maligniamo come al solito. La proposta di allevare giovani casalinghi è semplice ed eticamente, socialmente, economicamente, politicamente utile. Ci voleva tanto? Verrebbe da chiedersi. Magari nessun uomo si iscriverà al corso. Pazienza. Ma è comunque positivo anche solo sollevare la questione. E per una volta, non dobbiamo farlo noi donne.
E qui chiudo, perché sono arrivata in stazione. Mi sta tornando il mal di testa, per cui perdonate refusi, deliri e approssimazioni di questo post. Domani mi saprò rifare.
Buonanotte.

domenica 14 novembre 2010

Povera Kate

Scelgo il disimpegno per questo post di inizio settimana, così andiamo tutti a lavorare più sereni. Sfoglio il Corriere nella sezione Esteri e mi imbatto in una notizia sconvolgente. Non so se capita anche a voi, ma quando penso agli "Esteri" mi aspetto sempre notizie che mi arrivano da paesi lontani e posti sconosciuti. Mi aspetto reportage da zone di guerra che non siano necessariamente in Medioriente, o approfondimenti su situazioni politiche instabili, tipo in Thailandia. Invece "Esteri" significa quasi sempre Francia, Germania, Inghilterra e magari Città del Vaticano. Ecco, anche in questo caso la notiziona mi arriva dal Regno Unito e fa eco a un'indiscrezione di News of the world. Cavolo però, ci deve proprio essere una noia mortale nel resto del mondo, se gli Esteri si riciclano le notizie dagli altri giornali. Insomma, mi fa piacere che non sia successo nient'altro da nessuna parte. La notizia mi aggiorna sulla famiglia reale inglese. Meno male perché stavo in ansia. Il titolo però era molto interessante: "Una guardia del corpo donna per Kate". Ma guarda un po', ho pensato, vuoi vedere che le nuove generazioni stanno combinando finalmente qualcosa di buono. Vuoi vedere che il principe William, per proteggere la sua fidanzata, ha aperto alle donne. Sì, vuoi vedere. E invece non vedi niente come al solito. Io che già mi immaginavo il cambio della guardia a Buckingham Palace fatto da patriottiche signorine in divisa, sono subito costretta a frenare la mia fervida immaginazione. È vero che William sta cercando una donna che faccia da guardia del corpo alla sua Kate, ma mica per ragioni di quote rosa. Il motivo è molto più pragmatico: siccome la madre Diana aveva ceduto alle lusinghe proprio di una guardia del corpo, e siccome queste guardie sono in genere giovani, carine e aitanti (probabilmente più del principe), allora meglio essere previdenti e far scortare la futura principessa da una donna. E così, in un colpo solo, annulliamo il discorso delle pari opportunità, diamo della zoccola alla buonanima di Diana, e della zoccola potenziale a Kate, che pare quindi non abbia mai incontrato uno più carino di William in vita sua.
Come spesso accade, l'articolo si aggrava poi nel finale, perché si specifica che a Scotland Yard ci sono solamente tre possibili candidate a questo ruolo, per cui sarà facile fare una scelta. Meno male che i figli di Carlo sono solo due, altrimenti avremmo veramente corso il rischio di alzare il numero delle donne in polizia. E comunque, povera Kate.

mercoledì 10 novembre 2010

"Family life"

Questi giorni sono trascorsi serenamente tra orge di palazzo, arresti per furto, esternazioni contro i gay, indagini per favoreggiamento alla prostituzione e, infine, la Conferenza nazionale sulla famiglia, che, devo dire, potevano anche avere il buon gusto di non fare, considerato il tema imbarazzante che tratta.

La famiglia.

Qualcuno si ricorda cos'è? A che serve? Perché esiste? Ma esiste? Eh lo so, voi rivoluzionari che non siete altro passate le giornate a desiderarne una. A parlare solo di questo. Ma non avete molte speranze, perché, si sa, l'Italia è un paese reazionario e conservatore, per cui la famiglia non rientra certo tra le priorità. Il concetto di famiglia, per il Governo (non solo questo, eh) consiste in uomo + donna + figlio + figlio + figlio + nonni + casa pulita e cena pronta. Si tratta di un nucleo però completamente avulso dal contesto sociale ed economico nel quale viviamo. Cioè, è come se parlassero di entità che abitano nel boschetto della loro fantasia. E la dimostrazione ce l'abbiamo appena aggiungiamo la variabile LAVORO tra gli addendi della formula familiare del Governo. Aggiungendo il lavoro, il risultato cambia così: uomo (lavoro) + donna (lavoro) + figlio. Se va bene. I nonni stanno a casa loro, la casa non è più pulita e la famiglia deve andare a cena fuori o comprare costosissimi surgelati o piatti pronti, il che li obbliga a guadagnare (e lavorare) di più, finendo in un circolo vizioso infinito. E comunque scordatevi i figli. C'è ancora un'alternativa, che riabilita i nonni: uomo (lavoro) + donna + figlio + figlio + figlio + nonni. Cioè, l'uomo lavora, la donna sta a casa con i figli e i nonni pagano le spese e la casa. Non se ne esce. Ovviamente, noi che siamo il futuro, noi che traghetteremo il paese verso la modernità, viviamo tutti in case lerce con frigoriferi vuoti e ci nutriamo di tartine agli aperitivi per non doverci cucinare una cena. Qualcuno ha dei figli, di solito nati da coppie di fatto che non se la sono sentita di mettere una firma sul loro roseo avvenire. E questi figli crescono, peraltro molto amati, con il must di indossare sempre le pantofole a casa, per non sporcarsi le calze. Mio figlio mi dà spesso una mano raccogliendo le briciole dal pavimento (quando non se le mangia).
Tempo fa ho letto un articolo che diceva che gli uomini hanno guadagnato in media 18 minuti in più al giorno per stare con i bambini. Le donne invece hanno perso dei minuti per stare di più al lavoro. In questo scambio di minuti però, nessuno si occupa più delle faccende domestiche. Oggi invece apprendo che non è così, e che le faccende domestiche, in un modo o nell'altro, sono sempre compito della donna. Perfino nei casi più estremi, in cui la donna è laureata, lavora e non ha figli. Anche in quel caso il compagno farà sempre meno di lei in casa. Non stento a crederlo. Per chi volesse approfondire, può leggere questo articolo, che ha fatto un discreto scalpore in rete.
Quello che capisco dall'indagine dell'Istat, è che io sono l'unica che vive in una casa mediamente sporca, non stiro le lenzuola e ho un database fornitissimo di ristoranti che fanno servizio a domicilio. Pare che le altre donne infatti, per quanto lavorino, non smettano di occuparsi delle faccende domestiche. È più forte di loro: non riescono a mollare. Eppure, fra la mia cerchia di conoscenze, i maschi domesticamente attivi sono tanti. Cucinano, lavano, stirano, e qualcuno particolarmente zelante, si lamenta anche dell'imperfezione del lavoro della compagna, pretendendo di dare lezioni su come si passa lo straccio bagnato sul parquet (posso portare testimonianze audio e video su questo). E allora? Allora niente: dobbiamo prendere atto di essere una minoranza di rivoluzionari per nulla rappresentativa del resto dell'Italia. E farci invitare più spesso a cena dalla maggioranza.

martedì 9 novembre 2010

Oh porca miseria

Volevo, per una volta, postare un commento gioioso e ottimista sulla parità tra sessi, ma l'entusiasmo mi si è smorzato subito. Per questo ho sentito l'impellente esigenza di gridare il mio stato d'animo nel titolo. Insomma, leggo questa bella notizia che in molte aziende italiane si è raggiunta la parità tra il numero di uomini e donne impiegate. In alcuni casi il numero delle donne è addirittura maggiore. E no, non si tratta di asili nido. No, nemmeno di ospedali infantili. Uffa, finitela, non sto parlando nemmeno dei Laboratoires Garnier. Le donne sono l'85% in Sodexo, azienda che si occupa di soluzioni per la qualità della vita quotidiana. E chi meglio di una donna sa cosa sia VERAMENTE la qualità della vita, senza confonderla con la buona cucina e la casa pulita. Lo sa perché è costantemente impegnata a inseguirla per sé, questa benedetta qualità, dopo averla dispensata a tutti gli altri. Gratis. In Invatec invece, le donne sono l'80%. L'azienda è attiva nel settore biomedico. Pensa un po': le donne sanno anche fare scienza e ricerca. Non vi eravate accorti che uno dei più grandi scienziati italiani ha i capelli viola ed è una donna? O pensavate che Rita Levi Montalcini fosse famosa solo per la sua età? Poi abbiamo Europe Assistance con il 66% e Nielsen (ricerche di mercato) al 60%. Bene no? Ci sono dei segnali positivi. Le donne stanno addirittura arrivando a ricoprire le posizioni dirigenziali, oltre che quelle impiegatizie. Piano piano, pare, visto che le percentuali risultano essere sempre molto stitiche. Cioè, non so se ci sia molto da esultare sentendo che Intesa San Paolo ha aumentato il numero delle direttrici di filiale del 9%. Che significa? Che su 100 filiali adesso 9 sono dirette da donne? Uau. La Carfagna lo sa? Sta già tremando sulla sua sedia? Il Ministero delle Pari Opportunità è già in via di liquidazione? Comunque, volendo essere ottimisti, in ogni caso non riesco a digerire la batosta che mi arriva da questo articolo: fra le banche, quella ferma al palo con un 42% di donne è Unicredit. La MIA banca. Le altre pare facciano molto meglio. Non solo, ma a sfregio, Unicredit in Europa ha numeri più lusinghieri. È proprio in Italia che si accaniscono. Evidentemente trovano terreno fertile. Resta il fatto che Benedetta Gargiulo, autrice di Donne in ritardo, ha il suo conto corrente nella banca con la minor percentuale di donne. Sto pensando di citarli per danni alla mia immagine. Per compensare, minimo devo trovarmi un posto in Sodexo, dove mi occuperò finalmente della qualità della mia vita.

giovedì 4 novembre 2010

"La mia segretaria"

Oh, ma guarda un po': le donne avanzano come un fiume in piena. La loro ascesa verso il potere è ormai inarrestabile. Adesso ci sarà pure una donna al vertice della Cgil, pensate che roba. Fra un po' non avremo nemmeno più bisogno della Carfagna. Ieri hanno eletto Susanna Camusso leader del più grande sindacato italiano, al termine del mandato di Epifani. La notizia è ghiotta per i giornalisti, che come zanzare su un neonato di tre mesi, si buttano a capofitto nelle interviste. Piano. La notizia intanto, è che cambia il segretario della Cgil, e che ci sono un bel po' di problemi da risolvere. Poi possiamo pure far notare come per la prima volta nella storia di questo sindacato, sia stata eletta una donna. Ma la Camusso non ne parla. Si concentra subito sui problemi da risolvere. Parla del Governo e delle alleanze con gli altri sindacati. Manifesta emozione e commozione per la sua elezione, ma non dice nulla sul fatto che, stranamente, lei è una donna che ricopre un ruolo di responsabilità. Evidentemente le sembra normale. Ne parla invece Epifani, a cui forse la cosa dà più nell'occhio. E lo fa usando delle parole involontariamente comiche. Riporto da Repubblica.it: "Si è superato un ritardo inaccettabile - ha detto il segretario uscente Guglielmo Epifani, ricordando che per una donna nel mondo del lavoro 'è tutto più difficile'. - Sarà una grande segretaria della Cgil - ha affermato - sarà la mia segretaria". Lo so, sono sempre troppo maliziosa, ma questa affermazione di Epifani, sul fatto che la Camusso sarà la sua segretaria, a me fa troppo ridere, perché già me la vedo a preparargli il caffè la mattina, a fargli le fotocopie e ad aggiornargli l'agenda. Ma no dai, non sarà così in realtà. Andrà tutto bene. Questa qui si è fatta la militanza seria, quella nelle fabbriche dell'Ansaldo e della Fiat, si è fatta gli anni di piombo, la mobilitazione e soprattutto, è riuscita a stare 35 anni in un sindacato che, per quanto di sinistra, era comunque molto maschilista, il che ci dimostra che si tratta di un concetto veramente trasversale. La Marcegaglia, esprimendo le sue congratulazioni, si dice speranzosa che la Camusso riesca a governare la parte più conservatrice del suo sindacato. Ovviamente intende quella conservatrice dal punto di vista politico. Ma forse anche da quello di genere. Sarà interessante vedere due donne rappresentare gli interessi di due parti così opposte dell'economia: da una parte le industrie e dall'altra i lavoratori. Che poi, chi l'ha detto che debbano essere opposte. Anzi, il loro lavoro dovrebbe essere quello di farle funzionare assieme, per il benessere di tutti. In mezzo però si dovranno entrambe interfacciare con il Governo. Purtroppo. Un Governo che finora non ha certo manifestato un grande rispetto per le figure femminili, suddivise superficialmente nelle macrocategorie di "brutte" e di "escort". La Marcegaglia è una bella donna, forse verrà considerata tra le escort. La Camusso invece, porta i segni di ogni singolo giorno di militanza, e temo che finirà tra le brutte. Ma che importa? Tanto nessuna delle due categorie godrà della considerazione del Governo. Povere le "nostre segretarie".

martedì 2 novembre 2010

Tutte in miniera

Oggi è una giornata deprimente. L'ho scritto anche su facebook: mi sento come uno dei personaggi di Bret Easton Ellis, in declino verso un baratro oscuro. E per confermare la citazione letteraria, il destino mi fa incappare in un articolo che parla proprio di un mondo sotterraneo. Leggetelo qui.
È la storia di Patrizia e Valentina, le uniche due minatrici italiane. Due donne che hanno studiato per questo e che sono felicissime di farlo. Fra l'altro, questo articolo sfata anche il luogo comune che il lavoro in miniera sia ancora come l'abbiamo appreso dalla favola di Biancaneve. Scopro, con mio immenso stupore, che questo lavoro non è più come quello dei sette nani, che armati di picozza scendevano sotto terra a cercare pietre preziose (da consegnare non si sa a chi; presumibilmente al Principe). Nella miniera di Nurax Figus, in Sardegna, l'azienda Carbosulcis ha investito nelle nuove tecnologie. Le macchine e l'automazione fanno gran parte del "lavoro sporco". La componente umana comunque, non è che sta là a fare le parole crociate. Si lavora comunque sodo, e c'è bisogno di competenze tecniche. Poi, si è sempre sotto terra, con tutti i rischi del caso (l'abbiamo visto in Cile).
Le due minatrici non sono delle virago che hanno optato per una mascolinizzazione delle loro esistenze: si mettono lo smalto sulle unghie, indossano gioielli e fanno figli. Eppure vivono tutto questo con armonia. Come se la cosa fosse normale. E infatti lo è. Lo è per loro, per me, forse per voi, ma non per tutti i loro colleghi maschi. Valentina ha fatto formazione a tutti i nuovi assunti, che però poi, in sede di lavoro, fanno finta che lei non esista e piuttosto chiedono consigli agli altri uomini. Probabilmente avranno pensato che dopo l'esercito e la polizia, la miniera poteva rimanere l'ultimo baluardo del lavoro veramente "maschio". E non si capaciteranno di come invece anche lì sotto possano arrivare le donne. E non è un caso che queste donne arrivino quando è richiesta non più tanto la forza bruta, ma la preparazione tecnica, anche se nessuna delle due minatrici si tira indietro quando c'è da portare un tubo pesante. Ovviamente una delle due è divorziata. E, con una certa malizia, non posso fare a meno di domandarmi perché.