mercoledì 6 ottobre 2010

Zoccole e maiali

Lo so, il titolo è un po' esplicito e potrebbe urtare la sensibilità di più di qualcuno, nonché attirare gli amanti del sesso online, che arriveranno a questo post grazie ai motori di ricerca - fra l'altro, il servizio di Blogger mi segnala quali sono le parole di ricerca che hanno portato i lettori al mio blog; quindi ci sono le classiche ricerche per "Benedetta Gargiulo blog", "Blog donne in ritardo", ecc. Recentemente, affinando i temi che posto, ho notato di essere rintracciata da Google anche con parole chiave come "Lady Oscar", "passeggini negli autobus", "Luciana Littizzetto". E poi ci sono tutti gli altri, tipo "donne nude" e "sesso con le mestruazioni". Bene, oggi diamo il benvenuto agli amici che hanno digitato "zoccole" -.
Quello che mi spinge a ragionare su questi argomenti è il lessico utilizzato dall'intera società, maschi e femmine in egual misura, per etichettare le persone in momenti di rabbia. Da qui, il titolo che fa riferimento al mondo animale, perché è da lì che nasce la gran parte dei problemi. Gli insulti di genere la dicono lunga sulle pari opportunità. Anche in tema di sproloquio sono evidenti delle discriminazioni. Una delle offese peggiori per una donna è sicuramente quella di darle della prostituta, perché in questo modo si riduce tutto il suo essere a una mera funzione sessuale, negando tutto il resto. Personalmente, se mi danno della stronza (perdonerete la terminologia, ma oggi va così), posso sentirmi offesa, ma non certamente sminuita o umiliata. Il corrispettivo dell'uomo invece, non è usato. Anzi, provate a insultare un uomo dicendogli: "Sei un maledetto gigolò". Quello vi guarderà divertito, pensando che oltre a essere delle prostitute, siete pure dementi. E comunque, non so perché, ma il mestiere del gigolò, da quando è stato portato sullo schermo da Richard Gere, ha assunto una valenza del tutto rispettabile. Potete dargli del maiale invece, o del porco, se vogliamo restare nel campo sessuale. Ma ugualmente, non abbiamo ottenuto lo stesso risultato. Non lo abbiamo sminuito. Gli abbiamo solo dato una connotazione in più. Restando nella zoologia, è ancora più eclatante la differenza tra "vacca" e il suo maschile "toro". E di conseguenza l'uso di questi termini nel lessico degli insulti. Restando in tema di prostituzione, fa riflettere la diversa percezione tra professioniste donne e professionisti uomini. Questi ultimi esercitano un mestiere. In alcuni casi perfino nobile, dal momento che regalano (oddio, regalano proprio no) momenti di felicità a quelle donne che sono momentaneamente insoddisfatte o non hanno tempo per dedicarsi a relazioni stabili. Il paradosso a cui si arriva è che quelle stesse donne poi, sono etichettate come zoccole, perché hanno rapporti sessuali con sconosciuti. Il maschio che invece frequenta le prostitute (che sono sicuramente in numero maggiore rispetto agli gigolò) se la cava con l'epiteto di porco. A questo, aggiungiamo anche il dato economico, ulteriormente discriminante: uno gigolò costa mediamente di più di una prostituta.
Il punto è che è comunque impossibile coniare un insulto altrettanto svilente per gli uomini, e questo, a causa della società impari nella quale viviamo. Vogliamo provare? Dobbiamo ottenere lo stesso risultato che si ottiene quando si dà della prostituta a una donna. Quindi dobbiamo ricondurre tutta l'esistenza del nostro interlocutore maschio alla funzione sessuale. In pratica dobbiamo dirgli, con una parola, che lui è bravo solo a fare sesso. Vedo che state già sorridendo. Capite cosa intendo? Per l'uomo la sessualità non è affatto svilente. E aggiungerei, giustamente. Ma per la donna non è così. O meglio, per la società non dovrebbe essere così. Ho visto recentemente dei servizi in cui venivano intervistati degli gigolò. Fra l'altro uno era pure di Trieste (mai incontrato, giuro!). Raccontavano il loro lavoro, le tariffe, il tipo di donna che li chiamava (e vi informo che erano in linea con il target di questo blog: siete tutte a rischio). Erano molto soddisfatti del loro lavoro. Si tenevano in forma andando in palestra, seguivano i loro interessi e viaggiavano molto. Non c'era indignazione né da parte dell'intervistatore, né da parte del pubblico. L'unico disappunto era sulle donne che pagavano questi uomini. Donne sole, incapaci di relazionarsi con gli uomini. Donne tristi. Ma se quel servizio fosse stato sulle escort? Ecco i discorsi sull'immoralità e sul fatto che si seguono le strade sbagliate per inseguire una certa stabilità economica. Insomma, continua a fare notizia l'accostamento sesso-donna, mentre l'accostamento sesso-uomo è vissuto in maniera naturale. Non è mia intenzione disquisire sulla prostituzione in sé, ma vorrei, ancora una volta, portare alla luce la discriminazione di fondo, che lega la figura femminile ai ruoli canonici di madre e moglie. Come se nulla fosse cambiato dai tempi di Maria, che infatti viene "sollevata" dall'impegno sessuale perfino per concepire un figlio. Oggi, duemila anni dopo, è come se continuassimo a dover essere tutte Marie vergini. E quando non lo siamo, beh, l'insulto è già bell'e pronto.
E allora, come spesso dico in questo blog, dovremmo fare caso anche a quei piccoli dettagli discriminatori che provengono dal nostro parlare comune. Dovremmo stare più attenti a come ci rivolgiamo alle persone che ci circondano. Oltre al fatto che dovremmo cercare tutti di essere meno violenti e offensivi con le parole, bisognerebbe anche scegliere bene il modo in cui ci si esprime e tenere conto dei significati. Anche quando si cerca di consolare un caro amico che è stato lasciato dalla fidanzata o dalla moglie. Dirgli "Mi dispiace, è proprio una zoccola", potrebbe non essere la scelta più etica, a meno che la signora in questione non l'abbia veramente lasciato per esercitare la professione. Ma questo è un altro discorso.

martedì 5 ottobre 2010

Donne (bionde) in ritardo

Lo scirocco mi devasta. Passo le mie giornate fluttuando e apiccicandomi in ogni dove. Non riesco a concentrarmi su nulla che non sia l'insulto migliore per chi fluttua, anche lui in balia dello scirocco, nel traffico. Mi ci vorrebbe una vacanza. Una meta lontana. Esotica. Secca. Dove i miei capelli siano bagnati esclusivamente a causa di immersioni in prossimità della barriera corallina. Girovago su Internet, come una falena attorno alla lampadina. Guardo foto azzurre. Foto azzurre e bianche. E mentre il mio encefalogramma si avvicina pericolosamente alla morte apparente, mi imbatto in una notizia curiosa. Alle Maldive, una società lituana che si chiama Olialia ha aperto un nuovo resort di lusso. E chissenefrega. Ma no, aspettate. La società è guidata da tre donne. E chissenefrega. Bionde. Che dichiarano che la Lituania non sarà più conosciuta soltanto per il basket e l'ambra, ma anche per il maggior numero di donne bionde in uno stesso territorio. Il resort, Olialia Paradise, sarà gestito da sole bionde, e bionde saranno le donne che fanno parte del personale. Per sfatare il mito che quel colore di capelli sia indice di stupidità. Questo è il plus di prodotto. Quando si fa notare alla portavoce dell'agenzia che il criterio di assunzione basato su caratteristiche fisiche può essere criticato come discriminante, lei risponde serafica che l'evidenza è dalla loro parte, perché hanno notato che quando c'è qualche mora che lavora con loro, alla fine si fa bionda.
Cioè, noi stiamo qui a discutere sulle donne, sulle pari opportunità, sui luoghi comuni, sulla giustizia. C'è gente che sta organizzando gruppi di pressione, che si interroga sul futuro. E poi? Scopriamo che tre donne ricoprono posizioni di vertice in una società, ma invece di lanciare un messaggio positivo sulla capacità imprenditoriale femminile, decidono di fare l'opposto, confermando tutto quello che si dice sulle donne. E sulle bionde. Che poi, francamente, questa storia che le bionde sono stupide non la sentivo da almeno vent'anni. Probabilmente l'operazione ha un senso economico ben preciso. Pensate all'appeal di un pacchetto turistico dove si garantisce la presenza di donne bionde. All'appeal sul turista maschio, chiaramente. Perché la turista donna, a meno che non sia omosessuale, difficilmente troverà allettante la proposta. Se non altro per una sorta di ansia da prestazione. In realtà le organizzatrici prevedono anche un centro di bellezza rivolto proprio alle donne. Si chiama "Pretty woman". Geniale. Forse al marketing non lavorava una bionda intelligente. Perché se ci fosse stata, avrebbe quantomeno fatto notare che Pretty woman era una prostituta.
Che tristezza. Mi pare che il cammino verso le pari opportunità sia lastricato di molti più ostacoli di quanti ne immaginassi. E l'ostacolo più pericoloso è rappresentato proprio dalle donne stesse, che fanno fatica ad affrontare seriamente e consapevolmente il problema.
Per continuare sulla scia del luogo comune allora, per ripicca chiudo la pagina delle Maldive e apro quella della Jamaica.

domenica 3 ottobre 2010

"Ti trovo bene"

Sarà sicuramente capitato anche a voi di incontrare per strada un'amica che non vedevate da tanto tempo, una vecchia compagna del liceo magari, e di trovarla in splendida forma, mentre voi, in quel momento, vi sentite un incrocio tra Cristiana F. e la protagonista di Misery non deve morire. E chissà perché davate per scontato che a vent'anni dall'esame di maturità, tutti i vostri compagni di classe fossero morti. E invece ogni tanto li incontrate. Stranamente vivi. Qualcuno anche più di voi. E allora non potete fare a meno di esclamare stupite: "Ti trovo bene!" Questo tipo di espressione però non è universale. Fateci caso. Si dice prevalentemente alle donne. Come se fosse innaturale che una donna, nel mezzo del cammin della sua vita, non si trovi in una selva oscura ma nel pieno della sua forma, carica di energia e di voglia di vivere. È una considerazione che facciamo a livello inconscio, ma la facciamo. Peggio è quando quell'espressione viene rivolta a noi. A me capita spesso ultimamente. Incontro persone che non vedo da tempo e mi sento dire: "Ti trovo bene..." con un'espressione di meraviglia. Ovviamente ringrazio, un po' lusingata e un po' imbarazzata, perché mi viene sempre spontaneo completare quei puntini di sospensione con le parole che sta probabilmente pensando l'altra persona. Tipo: "Ti trovo bene...nonostante l'età", oppure: "Ti trovo bene...nonostante i figli e il marito", "Ti trovo bene...nonostante i 10 chili di più", "Ti trovo bene...nonostante i pettegolezzi su di te", "Ti trovo bene...nonostante tu sia donna".
Non so, io a un uomo non ho mai detto "Ti trovo bene". Forse per non dare l'impressione che ci stavo provando. O forse perché il valore di un uomo non si misura con la sua apparenza. Al massimo dico: "Sei sempre uguale". Ma non è la stessa cosa. E comunque non lo dico con lo stesso stupore.
Purtroppo devo prendere atto che anche io a volte cado vittima di meccanismi comuni di valutazione. Ma cercherò di porvi rimedio. Lo prometto. Quindi non offendetevi se quando vi incontro non vi dico che vi trovo bene, è che lo voglio dare per scontato. Voi però cercate di non essere così sfacciatamente in forma, che poi pensano che le donne se la stiano passando troppo bene...nonostante i figli, il marito, il lavoro e la società.

sabato 2 ottobre 2010

Integrazione al post Riyoko Ikeda e il mito di Lady Oscar

Alla fine ci sono andata. Nonostante i miei altri impegni. Nonostante la stanchezza. Nonostante Trenitalia. Sono andata al Romics, la fiera sul fumetto organizzata alla Fiera di Roma. Ho seguito la celebrazione di Riyoko Ikeda, creatrice di Lady Oscar con la consegna del premio Romics d'Oro.
La platea era gremita di fan e di nostalgici di un mondo perduto. Sul palco c'era addirittura la cantante dei Cavalieri del Re, che ha intonato la sigla di Lady Oscar tra la commozione generale. In mezzo, Riyoko Ikeda, classe 1947 ma conservata come se fosse del '77 (il che supporta la mia convinzione che il sushi faccia bene e che vada mangiato quotidianamente), un po' spaesata, molto composta, forse un po' stupita di tutto quell'affetto. Due cose mi hanno colpita in modo particolare. La prima, sono state le domande del pubblico. Per lo più fatte da uomini. Uomini che chiedevano approfondimenti sul carattere del personaggio di Lady Oscar, o che si complimentavano per averci insegnato, dal Giappone, che cosa fosse la libertà. La cosa mi ha fatto pensare che Lady Oscar fosse veramente un'eroina transgender, capace di lanciare un messaggio non solo alle donne, ma anche agli uomini. E chissà se quegli uomini non siano cresciuti con un'idea paritaria e moderna dei rapporti umani e della società in genere. La seconda cosa che ho gradito è stata l'intervento di una storica, chiamata a integrare la celebrazione della Rosa di Versailles con informazioni su usi e costumi di fine Settecento. Quando il moderatore si lancia in un improbabile paragone tra Lady Oscar e Giovanna d'Arco, affermando che evidentemente non portava bene vestirsi da uomini in Francia, visto che entrambe hanno fatto una brutta fine, la storica ironizza, rispondendo che in realtà sono state molto fortunate, perché in alternativa sarebbero morte semplicemente di parto. Fantastica. E continua riportando il dato storico per cui le donne, a quel tempo, avevano tre diverse possibilità: prostituirsi, sposarsi - e spesso era la stessa cosa - o diventare monache. Sono passati trecento anni, ma aggiungere nuove possibilità è ancora molto difficile. Con questo, chiudo il capitolo del fumetto e torno alla realtà. Ahimè.

venerdì 1 ottobre 2010

Mille splendidi treni

Un'amica mi ha segnalato una notizia spaventosa riguardante Trenitalia. A dire la verità, il binomio spaventoso-Trenitalia non fa nemmeno più notizia, ma in questo caso sono riusciti a superarsi. Prima leggetevi l'articolo: Treni, ottobre è il mese dei "Frecciarosa"
Avete letto? Siete riusciti ad arrivare fino in fondo? Senza vomitare? Bene.
Non vi ricorda qualcosa? Non vi vengono in mente inquietanti analogie con un mondo molto lontano (ma neanche tanto) dal nostro? Non so perché, ma la prima immagine che mi è venuta in mente quando ho letto l'articolo, è stata quella della protagonista di Mille splendidi soli di Khaled Hosseini, che non poteva circolare da sola per le strade della città. Doveva essere per forza accompagnata. Per legge. Altrimenti veniva arrestata e bastonata dal marito o da qualche suo parente. E allora mi sono subito visualizzata sul mio Eurostar, da sola, col mio iPod e le mie cuffiette, diretta a Roma per conoscere la creatrice di Lady Oscar. Il controllore mi chiede il biglietto. Guarda con chi sono. Sola. Sguardo di disapprovazione suo e dei miei vicini di posto, che scuotono indignati la testa. Un bambino mi indica col dito sghignazzando, mentre la madre gli copre gli occhi per non farlo assistere a quello spettacolo.
Non ridete. Questo è un fatto grave. Una discriminazione alla luce del sole.
Credo ci siano degli elementi anche per intentare una causa. Anche solo per truffa. Perché si parla di iniziative per agevolare le donne, ma l'agevolazione, di fatto, non c'è. Statistiche alla mano. Perché le donne che viaggiano sui treni veloci sono in maggioranza da sole. Sono donne che lavorano, e che non prendono un treno per farsi una scampagnata con la famiglia. Donne che adesso, se volessero risparmiare il costo del biglietto, saranno costrette a chiedere a un collega di farle da accompagnatore. O fermare qualcuno in biglietteria chiedendo se per caso prende lo stesso treno. Già mi ci vedo, in stazione, con un cartello tipo autostoppista: "Cercasi partner per condividere viaggio sulla Frecciarosa diretta a Roma".
Ma Trenitalia ha voluto fare di più, mettendo a disposizione dei consulti medici sui treni. Consulti dedicati alle donne. La cosa in un primo momento ha soddisfatto la mia inclinazione all'ipocondria. Ma è durato poco. Qual è la ratio che sta alla base di questa iniziativa? Le donne sono malate e hanno difficoltà ad andare da un medico? C'è per forza la necessità di venir loro incontro facendo salire dei dottori a bordo? L'impressione di essere la protagonista di Mille splendidi soli viene sempre più rafforzata. In effetti, se vivessi in Afghanistan, sarebbe una bella iniziativa quella di trovare un medico sul treno, visto che gli ospedali sono rasi al suolo. Verranno distribuiti dei depliant informativi sul tema donne e viaggio. E su cosa dovrei essere informata? Veramente non riesco a immaginarlo. Forse mi spiegano come individuare il simbolo della donna in prossimità dei wc. O forse mi insegnano come caricare una valigia in alto quando nessuno si degna di darmi una mano (questo sarebbe già più utile). O mi spiegano cos'è un treno. O cos'è un ritardo (concetto con cui comunque noi donne siamo abituate a convivere). Ve lo saprò dire, perché VOGLIO quell'opuscolo.
Ultima idiozia: le donne poliziotto a bordo. Per vegliare sul gentil sesso che, si dice, sia il bersaglio più frequente delle aggressioni. Peccato che i bersagli più frequenti siano sempre le donne che viaggiano da sole, non certo quelle con la famiglia. Ma le donne sole, si è visto, non sono contemplate nell'offerta. E a questo punto mi viene anche il dubbio che se ho una domanda da fare al medico di bordo, mi verrà risposto: "Mi dispiace signora, ma non potrei mai permettermi di visitarla o di parlarle in assenza di suo marito o di suo padre". E temo anche che di fronte a un'aggressione, la polizia, dopo aver verificato che non viaggio in compagnia, mi lasci lì, in balia dell'aggressore. Come quelli che ti dicono: "Se non voleva essere stuprata non doveva mettersi la minigonna". Meno male che dopo l'aggressione è previsto un menù rosa: cioccolatini, caffè e degustazioni.
Si è fatto tardi. Vado in stazione a spendere i miei 82 euro per prendere il treno per Roma. E che Dio me la mandi buona.

mercoledì 29 settembre 2010

Riyoko Ikeda e il mito di Lady Oscar

Dal 30 settembre al 3 ottobre si terrà a Roma la decima edizione di Romics, la rassegna internazionale del fumetto. Quest'anno, ospite d'onore sarà Riyoko Ikeda, la donna giapponese che ha creato uno dei personaggi più rappresentativi e importanti nella storia del fumetto: Berusaiyu no bara. Alias, Lady Oscar. Io credo molto nel potere educativo dei cartoni animati. Lo avrete notato. Come sono molto attenta al messaggio maschilista lanciato dagli Incredibili o a quelli retrogradi di Biancaneve e Cenerentola, così mi piace anche esaltare le storie positive, quando le incontro. E una di queste è proprio Lady Oscar. Anche L'uomo tigre mi ha molto appassionata, ma non so ancora se per una qualche mia devianza particolare, o se perché in effetti il messaggio del lottatore buono che aiuta i bambini dell'orfanotrofio, abbia toccato le corde della mia sensibilità. Comunque, resto convinta che gli adulti siano il frutto dei cartoni animati che hanno visto da bambini. La mia generazione, cresciuta in mezzo alla violenza televisiva, alle tragedie personali di Candy Candy e di Remi, ai lutti infiniti di cuccioli che perdevano le madri (Bambi), o i padri (Kimba-il-leone-bianco) - per non parlare di tutti quelli che un padre non ce l'hanno mai avuto (Dumbo e anche Bambi stesso, che cresce accompagnato da un amico deficiente, detto Tippete) - è stata senz'altro fortificata nell'animo da tutta questa sofferenza. Qualcuno non ce l'ha fatta, e oggi è in terapia. Ma è la legge della giungla: i deboli soccombono. I miei coetanei sono tutte persone che hanno ben presente la distinzione tra il bene e il male. Tra la vita e la morte. E cercano di condurre le loro esistenze in maniera molto prudente. Molti di noi osservano con sospetto anche i tombini sotto i marciapiedi, che dopo l'uscita di IT hanno acquistato un aspetto inquietante. Ma questa è un'altra storia. Resto solo curiosa di vedere come saranno gli adulti cresciuti con i Teletubbies.
Comunque, fra tutti questi cartoni animati, senz'altro quello più formativo, almeno per noi donne, è stato Lady Oscar. Senza dubbio. Una ragazza, vissuta ai tempi della rivoluzione francese, che ha ricevuto dal padre un'educazione militare perché in famiglia si aspettavano un maschio e non una femmina. Una ragazza dai nobili sentimenti e alti ideali, ma anche molto umana e fatta di carne e ossa. Tant'è vero che alla fine, smentendo le dicerie sulla sua presunta omosessualità, si mette con André. Fra l'altro, fa riflettere il fatto che Lady Oscar non fosse una rivoluzionaria, ma comandante della Guardia Nazionale al servizio della Regina Maria Antonietta. Quindi liberté, égalité e fraternité non erano proprio il suo motto. Insomma, non era di sinistra. Era semplicemente una donna. Che lavora. Indipendente. Seria. Puntuale. Dotata di senso civico, dal momento che rifiuta un aumento di stipendio offertole dalla regina, perché non le sembrava il caso, vista la crisi economica. Ma anche innamorata. Sensibile. Umana. Un modello per tutte le trenta/quarantenni di oggi. Un modello triste, ovviamente, perché come tutti i cartoni animati dell'epoca, anche questo non poteva che finire tragicamente. Lady Oscar muore durante l'assalto della Bastiglia. E comunque era già malata di tubercolosi. André era morto poco prima colpito da una pallottola vagante. Insomma una pena infinita, che ci lascia l'amaro in bocca. Come dire: "Care ragazze, è stato bello finché è durato. Ora pensate un po' alla vostra vita invece che guardare sempre la televisione".
Non finirò mai di ringraziare Riyoko Ikeda per averci risparmiato la visione di Lady Oscar sposata con André. La spada sepolta in fondo all'armadio. Dedita soltanto ai figli e alle faccende domestiche mentre il marito diventa generale dell'esercito. Devo dirglielo, quando la vedrò a Roma, dove mi troverò nel fine settimana per una serie di circostanze fortuite. E le farò anche i complimenti, per aver dedicato così tanta passione al suo lavoro, nonostante fosse pagata un terzo rispetto agli uomini e lavorasse il triplo. Quando chiese perché gli uomini dovessero guadagnare di più, le fu risposto che si suppone che gli uomini debbano sposare una donna e mantenerla, non il contrario.
Chiudo con uno stralcio della sua intervista a Repubblica: "Io credo che Lady Oscar rappresenti la libertà: quella di essere una donna dall'animo più maschile, oppure un uomo dall'animo più femminile. Sono felice del mio immenso successo qui in Italia". Già. Perché ce n'era un disperato bisogno.

Lettera di Luciana Littizzetto ad Andrea Biavardi, direttore del mensile "For Men Magazine"

Riporto integralmente.
Lo confesso. 
Ho ceduto alla tentazione di comprare la nuova rivista maschile "For men magazine". 
Del resto, come potevo resistere agli affascinanti argomenti annunciati dalla copertina (che, tra parentesi, ritrae un tizio con una faccia da pirla e un asciugamano di spugna bianca che fa tanto "figo da spogliatoio")? 
Almeno quattro i titoli memorabili: 
"Falle dire basta stanotte!" 
"Ricco entro Pasqua: 15 idee geniali" 
"Trucchi: mangi il doppio diventi la metà " 
"Smetti di fumare e voli ai Caraibi". 
Non vorrei deludere il geniale direttore Andrea Biavardi, ma a far dire "BASTA" a una donna siete già tutti bravissimi da soli poichè di solito ne abbiamo abbastanza dopo i primi tre minuti. La vostra difficoltà sta nel farle dire "ANCORA!", al limite. Ci pensi su, per il prossimo numero. 
Riguardo allo slogan "Ricco entro Pasqua" beh, signor Biavardi, se vuole fare le cose fatte bene, nel prossimo numero alleghi anche due simpatici gadgets: passamontagna e chiave inglese. 
Alla promessa "Mangi il doppio e diventi la metà ", invece, tenderei anche a credere. Bisogna vedere la metà di cosa. Io se mangio il doppio, signor Biavardi, divento l'esatta metà del Partenone, in effetti. 
Infine, sempre in copertina, campeggia la scritta "Smetti di fumare e voli ai Caraibi". Guardi signor direttore, io non ho mai conosciuto uno che abbia smesso di fumare e che sia andato in un'isola tropicale a festeggiare. In compenso ho sentito un sacco di gente che ha cominciato a fumare sostanze illecite e s'è fatta certi viaggi senza neanche uscire di casa che lei neanche si immagina. 
Ma questo è solo l'inizio. 
Una si illude che il peggio sia già tutto in copertina e invece no, il meglio è all'interno! 
A pagina 52 c'è un avvincente e istruttivo servizio con tanto di foto redazionali su "come slacciarle il reggiseno" che tiene conto dei vari modelli (classico, seduttivo, sportivo...). A parte l'intelligenza del servizio in sè, vorrei soffermarmi sul consiglio per slacciare rapidamente il modello sportivo, che è : "se lei è spiritosa dacci un taglio con le forbici!". Biavardi, io le garantisco che sono una donna alquanto spiritosa, ma se un uomo che magari conosco da poco, in un momento di intimità mi tira fuori dal taschino un paio di forbici, io come minimo penso che sia il mostro di Milwaukee e nella migliore delle ipotesi gli assesto un calcio nelle palle che il mese dopo il soggetto in questione passa dal suo For Men Magazine a Donna Moderna. 
A pagina 50 poi, si tocca l'apice grazie ad un servizio che affronta la spinosa questione: "Se l'iguana domestico ci prova con tua moglie". Nell'articolo si sostiene infatti che ci sono diversi casi di molestie sessuali da parte di iguana nei confronti di donne con il ciclo. Senta signor Biavardi, lei l'ha mai vista una donna col ciclo? 
Mi segua signor direttore, non parlo di una donna in sella al motorino. Parlo della donna in quei giorni lì. Ecco guardi, io in quei giorni ho la cera del cugino It e l'affabilità di Godzilla, non mi si avvicinerebbe a meno di cento metri un velociraptor si figuri un iguana. 
E infine, l'apoteosi vera e propria: il test "sei uno stallone o una schiappa?". 
Le domande sono tra le cose più esilaranti che io abbia mai letto in vita mia. In pratica sei ritenuto uno stallone se rispondi sì a domande come questa: "Ti è mai capitato di farlo con una donna e poco dopo, con la sua compagna di stanza?" 
"Un sacco di volte! Alla casa di riposo "Domus Mariae". 
O "Di essere chiamato da una donna che ti chiede se può venire da te alle nove del mattino?" Sì certo, da una rappresentante della Folletto. 
Mi fermo qui. Donne, consoliamoci: noi una volta al mese avremo pure le nostre cose, ma loro una volta al mese hanno For Men Magazine in edicola. 

Mica lo so' chi sta peggio!!