martedì 26 luglio 2011

Cass Due

Sabato scorso sono andata al cinema con il mio primogenito. Voleva vedere Cass Due. Okay, andiamo a vedere cass.
Cass Uno non era male, anche se questa cosa delle macchine umanizzate va un po' oltre la mia impostazione percettiva. Comunque il messaggio finale mi era piaciuto: una sorta di "L'importante non è vincere, ma partecipare" con in più il richiamo all'amore per le persone e il rispetto di amici e colleghi.
"Vedi Lorenzo? Saetta McQueen si ferma prima del traguardo per andare ad aiutare l'altra macchina che ha avuto un incidente".
"Vedi? L'altro vince, ma poi resta solo, perché è stato egoista".
"Mamma, io sono egoista?"
"No, amore, egocentrico, ma è una cosa diversa".

Insomma entriamo nel cinema. Mio figlio inizia a scafandrarsi il primo cesto di popcorn, mentre sullo schermo danno un corto di Toy Story, in cui Barbie e Ken si danno il primo bacio (ma Ken non era gay?). "Mamma, ma quando finisce la pubblicità?"
Ecco, inizia il film, che come tutti i sequel, non è all'altezza del primo. Più effetti speciali e meno contenuti. E, attenzione attenzione, viene aggiunta una seconda figura femminile. Ovviamente di contorno.
Per chi non ha visto Cass Uno, dovete sapere che il protagonista, Saetta McQueen, si fidanza con Sally, un Porsche 911 femmina, che fa l'avvocato. Fuggita anni prima dalla metropoli per inseguire i buoni sentimenti e la qualità di vita della provincia. Questa Sally all'inizio sembra un personaggio promettente, perché prende subito in mano la situazione, da un'arringa in tribunale alla riabilitazione di Saetta che aveva dei seri problemi di ego ipertrofico. Ma poi, col tempo, si sgonfia sempre più (Sally, non l'ego di Saetta). In Cass Due, Sally rimane ferma al paese a seguire in TV le gesta del suo fidanzato e, immagino, facendo la calza tipo Penelope. Al suo posto compare Holly, agente dell'Intelligence impegnata in una missione segreta. In realtà Holly ha un ruolo assolutamente gregario rispetto a McMissile, una specie di James Bond fatto ad auto. Per tutto il film vediamo questa Holly che mostra filmati, che fa sentire audio, che fa presentazioni powerpoint per agevolare il lavoro degli altri, che devono prendere le decisioni. Ovviamente anche Holly rischia la vita. Ma la sua perdita, ovviamente, sarebbe stata meno sentita. Ah! Dimenticavo, Holly è figa.
Insomma, in tutto questo ci sono corse adrenaliniche di campioni di automobilismo, inseguimenti, indagini. Una donna a casa a guardare la TV e un'altra a fare l'assistente.
Di questo però, mio figlio sembrava non accorgersi. Era troppo preso a tormentarsi per la scomparsa di Hudson Hornet, detto Doc, che in Cass Uno era un vecchio campione della corsa e in Cass Due viene commemorato dai suoi vecchi amici che piangono davanti ai suoi poster.
"Mamma, ma dov'è Doc?"
"Eh, non lo so, forse è morto".
"Ma perché è morto?"
"Perché era tanto tanto vecchio".
"Ma mamma, io voglio Doc".
"Ma Lorenzo, non era nemmeno il protagonista!" (premio madre più diseducativa dell'anno)
Insomma, mi sembrava indelicato importunarlo con questioni di pari opportunità, mentre si stava misurando col concetto della morte, davanti alla quale, almeno, siamo tutti uguali.

giovedì 21 luglio 2011

#donnexdonne: gli sfigati che fanno rete

Oggi scrivo un altro post a blog unificati. A dire la verità non sono solo blog, ma c'è anche un gruppo su Facebook che si chiama donnexdonne, che conta 234 iscritti e un tot di persone che ne discutono su Twitter in #donnexdonne. Insomma una cifra di gente.
Il tema è quello delle buone prassi di alleanze al femminile, dove si realizzano, come si realizzano, con che sinergie o complementarietà al maschile.
Allora farò un po' la paraculo, rimandandovi a un post che ho scritto diversi mesi fa, ma che mi sembra l'emblema di questo argomento. Si intitola "le mie nuove amiche".
Aggiungo un seguito. L'autrice del libro Milano da Bare si è ritrasferita a Milano, non si sa se più per un istinto di sopravvivenza o manie suicide. Ovviamente il supporto femminile è rimasto, e anzi, si è rafforzato, per sostenere una scelta molto difficile e sofferta. Ultimamente io sono stata presa da alterne vicende personali, impegni di lavoro, idraulici maschilisti, eccetera, e non ho potuto frequentare assiduamente le mie "nuove amiche" come un tempo. Nonostante questo, il legame che sento rimane invariato e non vedo l'ora di rimettermi a regime per trovare i vecchi spazi di qualità. Ecco, non so se esista un corrispettivo maschile a questa cosa. Fatto sta che i due uomini che potevano far parte all'inizio di questo sodalizio nato dall'appartenenza alla stessa scuola di specializzazione, non si sono mai presentati all'appello. Forse non ne hanno vista l'utilità pratica. Forse avevano di meglio da fare. Però l'esigenza di fare rete, a parte i PR delle discoteche, mi pare ce l'abbiano soprattutto le donne. Le donne e i comunisti. Insomma, tutte le categorie più sfigate. Spero che non dipenda solo da questo, comunque.

Trovate altre interessanti discussioni su questo tema in questi blog (molto solidali tra loro):



martedì 12 luglio 2011

Il monologo dell'idraulico

Torno a trattare un argomento a me caro: l'idraulico. No, che poi sembra che lo faccio apposta, ma vi giuro: non è così!
Insomma, in questi due ultimi mesi ho avuto dei casini inenarrabili con la caldaia. Quelle simpatiche cose che accadono un giorno apparentemente normale, quando meno te l'aspetti. Tipo che la caldaia va in blocco, chiami il tecnico, che dice che non sa, e che chiama un altro tecnico per fare una videoispezione, che però non si riesce e allora chiama gli spazzacamini che vedono che il tubo non arriva fino al tetto e allora tu chiami il tuo avvocato che manda una lettera a quello che ti ha venduto la casa con un impianto non a norma e quello dice che è colpa del suo idraulico, che allora viene anche lui e dice che rimette tutto a posto, ma che la colpa era di chi ha fatto l'impianto e non sua. Avete capito no? Quelle cose così.
Alla fine, dopo due mesi, fatto il lavoro, restava da chiudere la voragine fatta nel cartongesso. L'idraulico e io prendiamo accordi telefonici. Non chiedetemi perché, ma quando ho preso la telefonata ero fuori dalla stazione di Bra, in Piemonte, dopo tipo otto ore di viaggio. Quaranta gradi all'ombra e 90% di umidità. Un classico insomma, ché se le cose non sono disagevoli non mi piacciono.
Idraulico: "Signora, le mando il pittore a fare un sopralluogo".
Io: "Sì, ma io adesso sono fuori per lavoro tutta la settimana. Magari le do il numero del mio compagno, così si mette d'accordo con lui".
Idraulico: "Ah va bene, signora, allora facciamo che ci sentiamo lunedì prossimo, quando torna, così non disturbiamo suo marito".
"..."
"Magari faccio venire il pittore verso mezzogiorno, così lei ha il tempo per portare i bambini all'asilo, va a fare la spesa, visto che è via per così tanto tempo, suo marito va al lavoro e non la disturbiamo".
"..."
"Pronto?"
"Sì, la sento (purtroppo)"
"Dicevo, le va bene lunedì a mezzogiorno, così ha fatto tutte le sue cose e non disturbiamo suo marito?"
"..."

Allora due sono le cose. O è la solita solfa in perfetto stile "Donne in ritardo", oppure quello che si racconta degli idraulici non è solo leggenda: arrivano, trovano sempre una donna sola in casa (perché fanno in modo che sia così) e se ne approfittano carnalmente.
Comunque io non mi sono lasciata corrompere. Ho fissato un appuntamento alle otto di mattina "Così poi ho il tempo di andare a lavorare - Do you know 'lavorare'? Quella cosa che anche le donne, quando non sono discriminate, fanno? -"

venerdì 24 giugno 2011

Scusi, potrebbe fare più piano?

Tanto per finire la settimana con una ventata di ottimismo.
Si tratta di uno spot presentato al festival di Cannes di quest'anno.


giovedì 9 giugno 2011

Dalle ostriche ai sodomiti. Prima parte: le ostriche

A questo punto devo fare un salto indietro, tipo Ritorno al futuro. No, non tanto da impedire che dei terroristi libici uccidano Doc. Giusto di un paio di mesi, ecco. Ultimamente sono stata un po' assente, non ho fatto i compiti, non ho studiato, ma non è colpa mia, giuro. È che il gatto mi ha mangiato il computer. Okay, non ho un gatto, ma sono comunque circondata da bestie più o meno moleste, piccole, ma soprattutto grandi, che mi hanno impedito di assolvere ai miei doveri di paladina dei diritti umani (e anche disumani). Insomma, avevo altro da fare e mentre lo facevo, la posta di questo blog si riempiva di segnalazioni di ogni tipo.
Ma andiamo con ordine.
Un sabato mattina di un paio di mesi fa, tipo tre, mi ritrovai per una selva oscura, che la diritta via era perduta. E infatti ero molto confusa. Un po' perché faceva un caldo torrido, un po' perché con quel caldo torrido io ero in giro in centro con due bambini (uno appeso a un braccio, l'altro in piedi sul passeggino tipo Piccola vedetta lombarda, ululante) e un po' perché quella mattina avrei dovuto fare quelle due trecento commissioni accumulate in mesi di accidia invernale e non avevo ancora un piano preciso per portarle a termine. Mentre vagliavo l'ipotesi di legare i bambini al colonnato della chiesa di Sant'Antonio, ecco arrivare il padre biologico, nonché legittimo, che si offre (immola è il termine più corretto) per portarli un po' sulla giostra. Ecco, così almeno metto benzina allo scooter.
Saluto i pargoli (o forse no) e mi dirigo con passo marziale verso il parcheggio. Dopo qualche falcata, lentamente, il respiro diventa regolare, l'espressione del volto si rasserena, addirittura scompaiono un paio di rughe, inizio ad accorgermi del paesaggio circostante, vedo gente felice, gente seduta ai tavolini dei bar, gente che mangia una pizza, gente che passeggia accanto a una fontana, e infine, la perfetta sintesi di tutto ciò che avrei voluto in quel preciso istante. No, non era Denzel Washington che faceva jogging a torso nudo e si fermava per chiedermi se volevo detergergli il sudore. Erano i genitori della mia storica compagna di banco del liceo, seduti a un tavolino di un bar all'aperto, e su questo tavolino c'erano gusci vuoti di ostriche e bicchieri ancora pieni di vino bianco (Prosecco? Champagne?), con quella temperatura fresca che fa appannare un po' le pareti esterne del bicchiere. Mi fermo, non so se per inscenare un momento qualsiasi del film Arancia meccanica o se per reale disponibilità al dialogo con il diverso. Fatto sta che iniziamo una conversazione surreale, che come incipit ha, ovviamente: "Ti trovo bene" ("...nonostante la vita che fai" n.d.r.). A questo si aggiunge anche una considerazione molto interessante sulle "cose che fanno bene alla coppia". Tra queste c'è "improvvisare un aperitivo a base di ostriche e vino bianco in un sabato mattina assolato". A parte che in quel momento, quell'attività avrebbe fatto bene anche a me da sola, e senza molti sensi di colpa. Comunque per un attimo mi sono chiesta se il loro matrimonio sia durato perché anche trent'anni fa, quando anche loro avevano due piccole creature a cui badare, riuscivano a ritagliarsi dei sabati mattina di quel genere. Probabilmente sì, perché la mamma della mia compagna di banco non doveva fare benzina allo scooter prima che chiudesse il benzinaio. Se non altro perché c'era la crisi energetica. O forse perché due figlie femmine sono più facili da gestire di due figli maschi. O forse perché, semplicemente, si stava meglio quando si stava peggio. Ho addirittura vacillato al pensiero che, forse, tutta questa parità (o affannosa ricerca di quella) ci stia lentamente uccidendo. Sono stata comunque contenta di averli visti così bene, così sereni. Poi ovviamente per il resto della mia giornata e per le settimane a venire, ho fatto il giro di tutte le pescherie in cerca di ostriche fresche.
Avevo ancora nella testa questo simpatico quadretto, quando ore dopo, a casa, davanti al computer, leggo la posta del blog e trovo una cosa che mi riporta tragicamente alla nostra realtà:

 

Ve ne parlerò nel prossimo post.

martedì 7 giugno 2011

Un uomo, un prosciutto e un'auto blu

Oggi circola un video inviato a Repubblica da un lettore scrupoloso. C'è questa auto blu, che non è blu, ma grigia, ma comunque ha la sirena blu (che poi vorrei sapere, ma se io mi compro una sirena blu e la metto sul tetto della mia auto, emano la stessa aura di legalità?), che entra in Campo dei Fiori a Roma e si ferma davanti a un negozio di alimentari. L'autista scende a comprarsi un etto di prosciutto, o un panino con la mortadella, o un Auricchio (non è dato sapere), rimonta in auto e se ne va.


Confesso che quando ho letto di questo episodio, mi sono seduta con fare di chi la sa lunga: "Ah! Ecco! Vediamo adesso che fa il solito arrogante funzionario pubblico!" E ho iniziato a scuotere il dito indice come facevano le maestrine nell'Ottocento. Poi mi sono subito spenta. Vedo questo tizio, che poi è l'autista, che esce mestamente dalla bottega, apre la portiera posteriore come se pesasse tre quintali, appoggia il sacchetto sul sedile, rimonta in macchina e parte, sempre molto mestamente. Allora due sono le cose. O il prosciutto era per il capo, e allora capisco tutta questa mestizia. Oppure era per sé. In quest'ultimo caso, avrei un paio di cose da dire, al nostro caro, triste e dimesso autista di auto grigia con la sirena blu.
Intanto, che comprare un etto di prosciutto non è un'attività così disdicevole da provocare un tale stato di prostrazione. Poi, che forse bisognerebbe imparare a fare la spesa in maniera razionale, pianificandola in momenti e luoghi adatti. Di solito non in orario di lavoro e non in zona pedonale quando si guida una macchina. Purtroppo non ci sono abbastanza donne alla guida di auto blu, né a ricoprire importanti cariche pubbliche per poter fare un confronto. Ma mi piace immaginare che una donna non l'avrebbe mai fatto. Non in maniera così dilettantesca (vabbè, forse la Santanchè l'avrebbe fatto e sarebbe anche partita sgommando). Secoli di spesa e di gestione domestica hanno permesso alle donne di sviluppare un senso pratico che non si è perso con l'ingresso nel mondo del lavoro. Cioè, anche io lascio l'auto in seconda fila quando devo comprare qualcosa di urgente al supermercato. Insomma, ogni tanto mi capita. Però quando esco trionfante con il mio prosciuttino, mi scaravento sulla macchina, apro la mia portiera e in un solo gesto, lancio il sacchetto sul sedile affianco, richiudo la portiera, metto la cintura, mi sistemo i capelli e parto, sintonizzando la radio. Tempo medio: 7 secondi, che arrivano a 8 se devo simulare un attacco di cuore per impietosire il vigile che mi sta facendo la multa.
Insomma, non mi sento affranta. Fa parte della vita.
Ecco, caro autista, mi sento di chiederti: perché sei triste? Non volevi comprare il prosciutto? Ti senti sminuito perché oggi è toccato a te? La ritieni un'attività inutile? Che c'è che non va?
E chiedo a voi di essere clementi nei vostri giudizi. Quest'uomo ha bisogno della nostra comprensione. Ha bisogno di essere portato per mano nei meandri della quotidianità. Aiutiamolo.

lunedì 6 giugno 2011

Europride, gay pride, donna pride e chi più ne ha più ne metta

Oggi sconfino un po' con un off topic, ma nemmeno tanto. Siamo sempre nel campo della discriminazione, dei luoghi comuni e delle facili battutacce maschiliste. Prendo spunto dal recente annuncio che Lady Gaga (di cui non credo di aver mai ascoltato un disco, peraltro) parteciperà al prossimo Europride a Roma sabato 11 giugno. Non ho seguito bene l'evoluzione delle manifestazioni per i diritti degli omosessuali, ma mi pare che una volta si chiamassero semplicemente gay pride. Forse, quella di sabato sarà una riunione di tutti i gay dell'area Euro. O forse, per non allarmare troppo la città di Alemanno, il suffisso "gay" è stato opportunamente oscurato. Ma magari sono la solita malpensante, oltre che ignorante.
Una volta ho partecipato a un gay pride. Proprio a Roma, nel 2008. Ero scesa per lavoro, ospite di una coppia di amici etero e molto, molto cattolici. E magari adesso vi starete chiedendo "come sarà andata a finire?". Io, i due etero cattolici e il gay pride. Adesso ve lo dico. La mia amica ed io siamo uscite in un afosissimo pomeriggio (non ricordo dove fosse suo marito, probabilmente a cucinare) e abbiamo affiancato il corteo in una lunga passeggiata per le vie della capitale, fermandoci, di tanto in tanto, a berci una birra a qualche chioschetto. È stata una delle più belle giornate romane che io abbia mai vissuto. Il clima era festoso, sereno, divertente. C'era una varietà umana impressionante: coppie giovani, coppie anziane, di uomini e di donne, single giovani, single meno giovani, vestiti bene, vestiti male, vestiti in maschera o in mutande. Insomma, uno dei messaggi che ho letto era sicuramente: "L'orientamento sessuale non dipende dall'abbigliamento". Poi ci è passato accanto un carro con la musica a palla e dei baldi giovani che si dimenavano sopra:




E da quel momento non ho capito più niente.
Ma non divaghiamo. La mia amica ed io abbiamo chiacchierato di tutto e di niente, di gay, di politica, di fatti nostri, di lavoro. La mia amica scardina un altro luogo comune molto in voga nel mio ambiente: i cattolici praticanti e predicanti sono chiusi e intolleranti. La mia amica è tutt'altro. E tiene in vita la mia speranza per un mondo migliore, fatto di tante diversità che trovano il modo per confrontarsi e stare insieme, nel rispetto dei diritti di tutti, soprattutto del diritto a essere felici.
Ma bando ai sentimentalismi, che poi qualcuno mi potrebbe dare della femminuccia (in senso spregiativo, ovviamente). I gay pride sono delle manifestazioni che portano in evidenza un'esigenza di attenzione, che puntano a fare notizia, nel bene e nel male, con eccessi e con moderazione, per uscire dall'indifferenza e stimolare una discussione e un confronto. Le donne sono già scese in piazza in passato, bruciando reggiseni e facendo gesti osceni ai giornalisti del TG1 dell'epoca, che arrossivano nonostante la TV in bianco e nero. A qualcosa, evidentemente è servito. Almeno all'inizio. Mesi fa sono tornate in piazza, a manifestare un rinnovato disagio, a protestare per un'arretratezza preoccupante in Italia, sia culturale sia sociale. Mia madre è sempre molto contrariata da queste espressioni di piazza. Tutta questa volgarità, tutti questi eccessi, tutte queste urla. A lei piacerebbe che tutto questo venisse discusso nelle sedi più opportune, tipo il Parlamento. Mia madre è un'inguaribile romantica. Purtroppo però, per quelli più pratici, non resta che la piazza, dove non è che per forza, quando ci sono i gay, tutti gli altri devono stare a casa, o idem quando ci sono le donne. Cioè, il supporto va sempre bene, eh. Soprattutto quello di maschi etero.