giovedì 30 dicembre 2010

Ciao 2010, ciao Geraldine

Ecco, quest'anno si conclude degnamente con la morte di uno dei simboli del movimento femminista americano. Si è appena spenta Geraldine Hoff Doyle, la protagonista del manifesto "We can do it!"
Oddio, a dire il vero la signora Doyle non era molto consapevole di essere un'icona del femminismo. Si era semplicemente data da fare durante la Seconda Guerra Mondiale, lavorando in fabbrica e contribuendo allo sforzo bellico degli Stati Uniti. Era un'operaia insomma. Una donna operaia che poi lasciò il suo lavoro perché una collega era rimasta ferita in un incidente in fabbrica, e lei non voleva fare la stessa fine. Non voleva rischiare di dover rinunciare alla sua vera passione: il violoncello. Ma non è che smise di lavorare. No. Anche finito lo sforzo bellico, Geraldine continuò ad avere delle occupazioni retribuite. Gestì anche un chiosco di bibite, dove incontrò il signor Doyle, che sposò e con cui fece cinque figli. Il matrimonio è durato 66 anni, fino alla morte di lui, pochi mesi fa. Solo nel 1982, Geraldine scoprì che la sua immagine era stata utilizzata nel famoso manifesto simbolo del movimento femminista. "Ma guarda un po' - avrà pensato - che avrò fatto di tanto eccezionale per essere celebrata così?" E in effetti, che ha fatto di tanto speciale? Geraldine ha condotto la sua vita come milioni di donne nel mondo. Ha lavorato, si è innamorata, ha fatto dei figli, ha coltivato il suo hobby della musica. Non so se, una volta sposata, questa signora sia rimasta a casa a fare la casalinga. Di questo le cronache non parlano, perché non fa notizia. Immagino comunque di sì, con cinque figli da crescere e un welfare non ancora molto sviluppato (non lo è nemmeno adesso, figuriamoci all'epoca). Ma non importa. Culliamoci invece nell'idea che Geraldine sia stata, già negli anni Cinquanta, una donna normale.
Detto questo, festeggiamo la fine di quest'anno funesto (e non era nemmeno bisestile!), augurandoci un 2011 più sereno, più equo, meno violento, meno precario, più sensibile, più etico, ma soprattutto, più fortunato. Vado a comprare da bere. Ciao 2010.

mercoledì 29 dicembre 2010

Il viaggio della speranza

Avete passato bene il Natale? Vi siete finalmente rifocillati dopo mesi di stenti e privazioni? Avete scambiato regali di cui la metà riciclati e l'altra metà acquistata all'ultimo secondo con la tachicardia? Avete fatto il bagno di folla tra parenti che covavano l'influenza che poi vi siete immancabilmente beccati? Bene. Ah, dimenticavo: siete andati a messa? Siete stati buoni? Non ci credo. Sono sicura che avete trascorso il Natale all'insegna della tradizione, con quei pranzi infiniti in cui la matriarca della famiglia cucina per due giorni, mentre il patriarca si assume il gravoso compito di comprare i panettoni al supermercato e scegliere il vino. Quei pranzi in cui a un certo punto, non si sa come, le donne stanno tutte da una parte, a parlare, a scambiarsi ricette, sparecchiare, apparecchiare, a raccontarsi le ultime dei loro figli, e gli uomini dall'altra, a cercare di infilare le batterie nei regali dei bambini. Quei pranzi che Monicelli ci aveva raccontato tanto bene in "Parenti serpenti", per esempio. Beh, io sono partita. No, purtroppo non per i tropici, anche se il mio primogenito me l'aveva esplicitamente chiesto: "Mamma, io voglio andare al mare". In questo momento potevo essere in un bungalow sulla barriera corallina a guardare Nemo che nuota sott'acqua. E invece sono davanti al computer, che guardo Nemo in TV, giusto per dare a mio figlio l'illusione che l'oceano è a portata di mano. Sono partita per trascorrere le feste dalla famiglia del padre dei miei figli. Niente mare. Solo calorie. E orde di infanti che si azzuffavano per i giocattoli, tra cui una bambola che mio cognato ha regalato a suo figlio, con mio grande stupore. "Lo fai solo per essere menzionato nel mio blog" gli ho detto senza pietà. Ma forse ci credeva veramente. Comunque non era di questo che vi volevo parlare.
Volevo parlarvi del mio viaggio di andata, tanto per cambiare con Trenitalia, su un Intercity notte, il Trieste-Lecce, e tanto per cambiare sempre foriero di disagi. Il mio primogenito era già partito con suo padre qualche giorno prima e a me toccava il turno con il secondogenito unenne. Più passeggino, più sacchi con i regali, più bagaglio. A questo proposito, vi confido l'emozione di essere partita con il mio zainone da viaggio-on-the-road, uno sbiadito ricordo del mio passato felice, che ho riesumato per l'occasione, avendo la necessità di mantenere entrambe le mani libere per portare il passeggino. È stato bello riempire quello zaino prima della partenza e ricordarmi del cartellone di laurea che mi hanno fatto gli amici, in cui campeggiava la mia foto con quello zaino enorme sulle spalle e sembravo un'esploratrice giapponese. Quella foto era stata scattata nell'isola di Ios. Una mia amica ed io eravamo arrivate lì dopo mille ore di traghetto da Atene, e dopo essere fuggite dal resto del gruppo dei nostri compagni di viaggio con i quali stavamo girando la Grecia da settimane, e con cui litigavamo quotidianamente. A Ios dovevamo incontrare un altro nostro amico, che ci doveva venire a prendere al porto. Ma quella sera lui stava male, e il traghetto aveva fatto tipo 6 ore di ritardo. E, particolare storico non irrilevante, all'epoca non c'erano i cellulari. Per cui, una volta lì, ci siamo inerpicate per le stradine dell'isola a cercarlo. E, non so come, alla fine l'abbiamo pure trovato. In un appartamento condiviso con altri nove individui. Tutto questo con il mio zaino sulle spalle. Immaginatevi quindi lo spirito con cui me lo sono caricato nuovamente sulla schiena, quello zaino, pieno di body, pannolini, tutine, e tutto ciò che non mi sarei mai sognata di portarmi in Grecia tredici anni fa. Ma sto divagando. Montata sul treno, scopro con gioia di essere finita in una cuccetta promiscua. Sapete cos'è una cuccetta promiscua? Detto così non sembra niente di promettente. O forse sì. Dipende dai punti di vista. Allora, ci sono due tipi di cuccette: quelle per donne, e quelle promiscue. Nelle prime ci possono andare solo le donne, nelle seconde uomini e donne. Così, le donne che viaggiano da sole possono veder salva la loro virtù, mentre quelle che viaggiano in coppia possono stare tranquillamente con il loro compagno. Il fatto che magari anche per un uomo, possa essere imbarazzante dormire con una sconosciuta, non è contemplato. Fatto sta che a me è capitata la promiscuità. E sarò avventata, ma la compagnia di uomini-che-viaggiano è di gran lunga preferibile a quella delle donne-che-viaggiano, confermando, ahimè, tutti i luoghi comuni che si dicono delle donne, che sono chiacchierone, impiccione, moleste. Ovviamente, tutto questo non vale per le nuove generazioni, tutte troppo stanche per il lavoro, per la precarietà, per le maternità per recare una qualsiasi forma di disturbo. No, le giovani donne non rappresentano un problema, perché svengono sul letto appena si chiudono le porte del treno. Il problema sono le donne di una certa età. Negli ultimi dieci anni, tutte le volte che ho condiviso una cuccetta con tre di queste, ho avuto voglia di gettarmi dal finestrino, che però era sempre sigillato. Mai una volta che si concedessero un po' di relax per leggersi un libro, ascoltarsi un iPod, farsi due parole crociate. Niente. Due ore per sistemare le borse, le valigie, i sacchetti, gli zaini. Altre due per cercare dov'è il beautycase, perché è sconveniente andare a dormire spettinate. Un'ora di domande su chi sei, dove vai, da dove vieni. E il resto del viaggio a raccontarti di loro. Gli uomini invece, entrano, incastonano la valigia (una a testa) nell'apposito spazio, si distendono e dormono. Fantastici. E sembra proprio che a nessuno di questi sfiori il pensiero di stuprarti nel sonno. Mentre te lo stai domandando, li senti già russare. E così puoi andare subito a dormire anche tu (forse anche un po' delusa).
Insomma, questa volta, in corridoio, vedo una signora sconsolata che, ovviamente, appena mi vede inizia a parlarmi dei suoi problemi. Che è finita in una cuccetta promiscua, che ha chiesto al cuccettista di essere cambiata, ma il treno è pieno e deve rimanere là e non sa come fare. Le chiedo se il problema fossero i suoi compagni di viaggio, magari troppo rumorosi. "Nooo, quelli stanno già dormendo!" Ci avrei scommesso. Il problema era che quella signora trovava sconveniente dormire, lei donna, con altri tre uomini con cui non avesse alcun legame di parentela. Sono strani i ragionamenti delle persone. Quella signora sarebbe stata disposta anche a viaggiare seduta in uno scompartimento classico con le poltrone. Magari con altri 5 uomini. Purché seduta. Mi è venuto il sospetto che il vero problema fosse la posizione orizzontale. Ecco, quella proprio era inaccettabile. Purtroppo erano pieni anche tutti i posti a sedere. Non so come abbia fatto, alla fine, quella signora. Io sono tornata nel mio scompartimento, dove mi aspettavano tre uomini che non ho visto né quando sono entrata, né quando sono uscita, al termine del viaggio. Loro però, mi hanno vista e sentita. Mentre cambiavo mio figlio. Mentre gli davo il biberon con il latte. Mentre gli cantavo la canzoncina della buonanotte. Mentre gli sistemavo le coperte ogni dieci minuti. Avranno sicuramente maledetto la promiscuità, perché con queste donne non si può proprio viaggiare. Poveri uomini.

martedì 21 dicembre 2010

Le frasi dell'anno

Siamo agli sgoccioli. Il 2010 sta finendo e fioccano qua e là, assieme agli oroscopi, bilanci e valutazioni di com'è stato quest'anno. Ecco, non so a voi, ma anche senza fare un bilancio, mi pare evidente che questo è stato un anno di merda. Se fosse stato un anno normale non avrei aperto un blog, per esempio.
Comunque il Corriere.it ci invita a lasciare le 10 parole che descrivono il nostro 2010. Io ovviamente ho lasciato solo vocaboli sconfortanti. Tipo "delusione", "crisi", "ansia". Ma non è che i miei colleghi della navigazione siano stati molto più ottimisti. Ce n'è uno che addirittura scrive: parlamento | concussione | corruzione | prostituzione | vergogna | incoerenza | ignoranza | basta | scandali | inettitudine
Io almeno avevo messo anche "bambini". Ovviamente non ho letto le parole di tutti i lettori, ma dalle prime visualizzazioni mi ha comunque colpito una differenza tra uomini e donne. Così, a spanne, mi pare che le donne siano più inclini a parlare di concetti astratti, di ideali. Tanto per fare un esempio, due commenti, uno sotto l'altro, recitano: scienza | montagna | amicizia | amore | nipoti | credere | cambiare | sperare | lottare | adulto(questa è una donna di 27 anni) e calcio | computer | cisco | inter | amore | telecom | iphone | ansia | lavoro | apple (uomo di 38)
Bello comunque notare come l'amore sia ancora un concetto unisex.
Da qui, mi viene spontaneo pensare alle frasi che nel 2010 hanno fatto da sfondo alla mia vita e che in qualche modo mi sono rimaste impresse. Alcune le avete lette in questo blog, altre le ho tenute per me convinta che le avrei dimenticate. Ma niente, non c'è verso.
"Mamma, ma cos'è la giustizia?"
"Suo marito è collaborativo?"
"Sei sposata?"
"Come va l'amore?"
"Ti trovo bene"
"L'uomo deve essere femminista, la donna femminile"
"La maternità ti cambia la vita"
"Molte coppie si separano con l'arrivo dei figli"
"Mamma, San Nicolò ha avuto proprio un'ottima idea a regalarmi la cucina"
"Se le donne lavorano, chi sta a casa coi bambini?"
"Come sei fortunata ad avere un uomo che cucina"
"Mamma, perché sei triste?"
"Cerchi un abito da sposa?"
"Cara Bilancina, il 2011 è promettente e incoraggiante"
Queste sono solo alcune delle chicche del 2010. Ma sono sicura che anche voi ne avrete diverse e vi invito a condividerle qui sotto.
E siccome siamo alla fine dell'anno, nel classico clima melenso e malinconico delle feste, faccio uno strappo alla regola e sconfino nella sfera del mio compagno, postando una frase che sicuramente è stata la colonna portante del suo anno, anzi, degli ultimi dieci. Una frase citata da Andrea Pazienza, fumettista scomparso giovanissimo negli anni Ottanta:
"Io nel 68 ebbi una sfiga. Mi innamorai di una di Trieste".


sabato 18 dicembre 2010

Terrore al centro estetico

Insomma l'altro giorno ho ceduto. Mi sono fatta convincere telefonicamente da uno di quei centri che spacciano il mito del benessere e della bellezza "con una seduta di prova". Nell'ultimo mese avrò ricevuto in ufficio 120 telefonate.
"Il nostro centro ha un'offerta promozionale per tutte le donne che lavorano nella sua azienda".
"La nostra realtà è attiva da vent'anni e oggi, solo per lei e le sue colleghe, offre un test gratuito...".
"Signora Gargiulo, ha mai pensato che un trattamento di bellezza potesse costare così poco?"
"La chiamo perché stiamo offrendo a tutte le donne che lavorano la possibilità di un trattamento gratuito".
"OKAY! VA BENE! VENGO! BASTA CHE MI LASCIATE IN PACE!"
In realtà ho accettato solo perché questo centro era a tre metri dal mio ufficio. E poi perché avevo mezz'ora libera. E poi perché una vita passata a dire sempre di no, non è una vita.
Potevo scegliere tra tre opzioni: una prova di trattamento per il viso, una per il corpo, o una che non mi ricordo più cos'era perché avevo già focalizzato tutta l'attenzione sul mio addome e sulle recenti parole del mio primogenito: "Mamma, ma hai un altro bambino nella pancia?"
Delle simpatiche estetiste in camice bianco mi portano in una stanza piacevolmente surriscaldata, mi fanno spogliare, mi palpano sottolineando ogni strizzatina con un "Uhm" "Oh, oh" "Eh, sì". Mi fanno distendere spiegandomi il funzionamento dei loro innovativi macchinari. Mi dicono che l'obiettivo è quello di svuotare (così hanno detto: "svuotare", un termine che è stato subito registrato come molto confortante) le cellule adipose. La prova la fanno sul fianco destro "Così può notare subito la differenza con l'altro fianco". Diaboliche. Il primo aggeggio con cui mi massaggiano emette non so che onde che hanno il compito di scaldare le cellule e prepararle per il trattamento successivo. La sensazione non è niente male. Proprio il tepore che ci voleva con queste temperature glaciali. Ovviamente ho fatto subito la gradassa dicendo che magari d'estate, con l'afa, non sarebbe stato il massimo. Quella mugugna qualcosa che assomiglia a un assenso, ma che in realtà ha il tono della critica, come se tra le righe mi dicesse: "Hai poco da fare la spiritosa, visto come sei conciata".
Dopo il trattamento-stufetta, mi spalmano un altro gel e mi trattano con un'altra protuberanza infernale che emette delle altre onde. Si chiama cavitazione. "Sentirà soltanto un piccolo pizzichio e un fischio nelle orecchie". Mi pervade subito una certa tensione cervicale mentre cerco disperatamente di ricordarmi il nome delle onde. Radiazioni? Plutonio? Uranio impoverito? Il mal di testa si aggrava quando Mengele mi fa l'elenco di tutte le controindicazioni a quel trattamento: gravidanza, allattamento, colesterolo alto, pacemaker, protesi metalliche, spirale. Sopravviverò? Alla fine del trattamento mi fanno migrare in un'altra stanza. "Ecco, adesso dreniamo". Okay, dreniamo. E giù con un'altro affare pieno di palline che mi massacra definitivamente. Alla fine mi mettono davanti al fatto compiuto: "Si guardi allo specchio". Gesù. Il risultato era impressionante. Un fianco convesso (il mio) e uno concavo (quello del trattamento). Mentre tutta la trigonometria mi dimostrava l'evidenza del disfacimento del mio corpo, la mia mente era già proiettata al costo che quel miraggio avrebbe avuto. Due minuti più tardi, seduta davanti alla responsabile del centro, ho trovato risposta alla mia domanda. Ogni sessione, con il 40% di sconto, costa 120 euro. Un pacchetto di 10 sedute, una alla settimana, sono quindi 1.200,00 Euro. Ma tranquilla, c'è il pagamento rateale senza interessi. Del resto, penso io, il plutonio deve avere un certo costo. Ovviamente tentenno. "Sì, beh, il risultato è ottimo...ma non saprei...sa, il tempo...il prezzo...dovrei pensarci..." La responsabile mi guarda comprensiva: "Sì, capisco, ma guardi che ne avrebbe veramente bisogno". Ecco, tutta l'aura del benessere si dissolve immediatamente per cedere il passo alle esigenze commerciali. "Sì - rispondo - avrei bisogno anche di tante altre cose". Tipo mangiare.
"Ma guardi, mi lasci il tempo..."
"Poi lei è giovane, potrebbe rimettersi in forma molto velocemente".
"Ci credo, però..."
"Guardi, anch'io ho avuto un figlio un anno fa e con dieci sedute sono tornata perfetta come prima".
"Sì, beh..."
"E, non devo spiegarglielo io - mi strizza l'occhio - ma poi agli uomini piace..."
"..."
Ha detto proprio così: "agli uomini". Non ha detto a suo marito, o fidanzato, o compagno. Agli uomini in generale. Tutto questo, la stufetta, le onde radioattive, le palline drenanti, serve a piacere agli uomini. E qui la trattativa commerciale è andata definitivamente in vacca. La responsabile ha sbagliato argomentazione. Ha sbagliato target. Doveva dirmi: "Ma non ti fai schifo così?" E invece mi ha detto: "Ma non vorrai mica fare schifo agli uomini?". Un piccolo dettaglio, anche questo, che però è costato caro a quel centro: 1.200,00 Euro, per l'esattezza.
Oggi, a tre giorni di distanza, ho ancora un fianco concavo e uno convesso, tanto che sto pensando di andare a farmi un'unica seduta per compensare almeno dall'altra parte. Ma me la devono fare per risarcimento. Poi ripenso a quella strizzatina d'occhio che portava con sé un mondo di stereotipi, umiliazioni, mancanza di autostima, disagio culturale (oltre a un bieco corso di tecniche di vendita per corrispondenza). E penso che tra poco è Natale, e che forse il mio fianco tornerà convesso da solo, basta selezionare accuratamente le farciture dei pandori e dosarle sapientemente con zampone e cotechino. E poi, da gennaio, mi ammazzerò di addominali. Gratis.

venerdì 17 dicembre 2010

Donne (lesbiche) e motori

Per dovere di cronaca, devo dare un seguito al post "Donne e motori", in cui raccontavo del Percorso Donna all'interno del Motor Show di Bologna. La Renault Twingo, presentata come "auto sensuale", ora viene finalmente pubblicizzata con un video:

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Lo spot per ora è visibile solo su Sky, perché Rai e Mediaset non se la sono sentita. E già qui, mi viene un principio di nausea, pensando a tutti gli spot di culi-tette-sesso-stereotipi che le due reti ci propinano da secoli con allegria e senza porsi alcun problema di come la gente li interpreterà. Certo, il tema dell'omosessualità non è ancora stato apertamente sdoganato dalla comunicazione e per questo c'è una certa circospezione, dovuta, più che a un fattore di sensibilità, a un'atavica paura dell'ignoto. Ma siamo sicuri che questo spot stia realmente sdoganando il tema dell'omosessualità? "Così, investiamo sulle donne" ha detto l'ideatore della campagna. O forse voleva dire "investiamo LE donne"? Perché la sensazione che ho avuto io, donna, vedendo questo spot, è la classica scenetta stereotipata che tanto piacerebbe a un uomo. Due belle gnocche che flirtano tra loro (e fra l'altro, se guardate bene, all'inizio del video la mora sta flirtando proprio con un uomo), e finiscono con gioia su un letto pronte a regalare ciò che un certo genere maschile reconditamente sogna da sempre. Qual è la novità? Ho insomma la sensazione che questo spot sia il solito mix di stereotipi sesso-donna-macchina che ci ammorba da secoli.
In tutto ciò, mi auguro che l'omosessualità non venga mai sdoganata dalla comunicazione. Almeno non da QUESTO tipo di comunicazione. Perché gay e lesbiche finirebbero per fare la stessa fine delle donne: calati in contesti pieni di luoghi comuni (la checca isterica, la lesbica coi capelli corti e il giubbotto di pelle) e infarciti di tematiche sessuali a sproposito. Forse, la comunità omosessuale italiana, è meglio che continui a venire ignorata dalla pubblicità. Forse, è preferibile andarsi a vedere un film di Ozpetek.

lunedì 13 dicembre 2010

Il testimonial che uccide

Faccio subito seguito al post precedente (Le pari opportunità di Belen) e vi segnalo lo spot dell'ultimo libro di Marra. Anche qui, non hanno potuto fare a meno di usare un testimonial. E chi, se non Manuela Arcuri, era più adatta a pubblicizzare un manoscritto? Non farete mica gli snob? I soliti intellettualoidi con la puzza sotto il naso. Dovreste apprezzare, invece, la perfetta recitazione dell'attrice, che pare realmente terrorizzata nel raccontare la trama di questo thriller. Ah, non è un thriller? Eppure si parla di "strategggismo sentimentale" (non è un refuso il mio: la Arcuri cede volontariamente all'inflessione del dialetto romanesco, perché come sono strateggici i romani, non lo è nessuno). Insomma, compratelo, che è "bellissimo".

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Le pari opportunità di Belen

Non so se tra voi c'è qualche cliente Tim. Probabilmente sì, anche perché la scelta dell'operatore telefonico non è poi così varia. Ecco, a voi clienti Tim (ma anche Vodafone, Wind, 3, Fastweb) voglio chiedere: qual è stata la ragione che vi ha spinto ad aderire a quel marchio? Io sono un'esperta nel cambio di gestore. Nel giro di un anno ne riesco a cambiare fino a tre. Stessa cosa per la telefonia fissa. Faccio una specie di corsa al ribasso per punire tutti gli operatori che mi bombardano di telefonate in ufficio. Devono pagare la loro insistenza, e così li faccio impazzire come nella battaglia contro la burocrazia di Asterix e Obelix. Rispondo a tutti, vedo chi offre la tariffa più bassa e firmo contratti a manetta. Nel frattempo il gestore in corso, per non perdermi, fa ulteriori sconti e io accetto. Interrompo le trattative con quello nuovo, che però rilancia. E così praticamente telefono gratis e mi regalano un sacco di smartphone. Faccio la stessa cosa con i finanziamenti in banca. L'ultima volta sono riuscita a far abbassare del 25% la rata della mia banca, dopo una serie di trattative concitate con la concorrenza. Giuro: da 400 euro al mese siamo arrivati a 300. Il che ti fa pensare quanto paghiamo più del necessario su TUTTO. Ma non divaghiamo. Io scelgo l'operatore telefonico solo in base alla tariffa. Poi c'è anche il discorso della ricezione. Diciamo che Vodafone e Tim prendono praticamente ovunque, e questo è un plus rispetto agli altri. Poi c'è il discorso dell'assistenza. Ma dopo anni, posso dire che l'inefficienza è il denominatore comune di tutti, quindi non va presa in considerazione.
Qualcuno ha scelto Vodafone perché gli piace Totti o Ilary Blasi? O, quando c'era Omnitel, avete scelto quella compagnia perché il testimonial dello spot era Megan Gale? Vi piace così tanto Panariello o la Incontrada da scegliere Wind? A me no. I motivi per cui adesso sono con Tim non dipendono da Belen. E nemmeno da De Sica. Eppure adesso si fa un gran parlare dell'inefficacia degli ultimi spot Tim. Crociata contro Belen, che "non vende". Sgomento nel reparto marketing di Tim.
"Oddio! Forse dovevamo mostrare più culo".
"O forse più tette".
"Secondo me è per via che è extracomunitaria".
"Le facciamo fare un corso di dizione?"
"Vestiamola da casalinga. Alle famiglie piacerà".
"Sì, ma che si intravedano le autoreggenti però".
Povera Belen. Sì, va bene, è la carriera che ha scelto consapevolmente di fare. Sapeva che non sarebbe andata là a recitare Shakespeare. Sapeva che in pubblicità sarebbe diventata puro oggetto, al pari del prodotto di cui fa la testimone. Ma forse Belen un po' di parità di trattamento se la sarebbe aspettata. Avrà pensato: "Perché dev'essere tutta colpa mia?" "Perché quel pirla di De Sica se ne esce pulito?" Già, perché se le famiglie che disdicono i contratti Tim si sono sentite così offese dall'uso improprio e indecente che la pubblicità fa delle donne, non hanno avuto nulla da eccepire sulle battute di De Sica? Che, riferendosi alla macchina recita: "Mi raccomando, trattala come una bella donna". O forse hanno eccepito. Ma l'agenzia e l'azienda hanno preferito discriminare: la colpa non può essere che di Belen. Che non va bene. Che è stupida. Che non vende. Detto questo, si può aprire la strada a diverse riflessioni. La prima, che però non verrà fatta, è che questo sistema di pubblicizzare un prodotto solo con la presenza di un testimonial famoso nel mondo dello spettacolo, non funziona più. E non funzionano più nemmeno culi e tette. A meno di non ripeterci la stessa scenetta un milione di volte (e con milioni di euro spesi). Alla fine, volenti o nolenti, ce la ricorderemo. La seconda, che nemmeno verrà fatta, è quella di concentrarsi sui reali vantaggi che offre il prodotto rispetto agli altri. Ma per questo sarebbe necessario abolire cartelli e accordi sotterranei per tenere alte le tariffe. La terza, che si sta prendendo in considerazione, è di sostituire i testimonial. E qui cascherà l'asino. Cascherà Belen, e cascherà il livello della comunicazione. Chi verrà adesso? L'ultima miss Italia? L'ultima ex velina? La Canalis? E cosa le faremo fare a questa nuova Tim girl? La mettiamo sul cofano della macchina? La facciamo inseguire da un branco di uomini col telefonino? Sì, dai, così lei poi deve mandare un sms a tutta la community per essere salvata. E l'uomo che ruolo avrà nel prossimo spot? Beh, sarà simpatico, piacione, un po' maldestro, ma tanto amante delle donne. Che tenerezza. Ecco, staranno pensando adesso, quando c'era solo De Sica sì che si vendeva. Quando lui faceva il marito farfallone per scappare da quella moglie grassa e brutta che stava sempre a casa, sì che era divertente. Ecco che cosa piace alle famiglie! Torniamo un po' ai sani principi di una volta. Le donne lasciamole a casa a cucinare e a lamentarsi dei mariti farfalloni. Il divertimento sta tutto lì. Nelle cose genuine di una volta. E io, nell'attesa del prossimo spot Tim, continuo a contrattare con gli altri operatori.

giovedì 9 dicembre 2010

70mila zappe sui piedi

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Scusate se continuo con il tormentone degli annunci su facebook. Ma questi di Fashion & Beauty mi fanno troppo ridere. A seguito dei post "47mila zappe sui piedi" e "53mila zappe sui piedi", aggiungo questo. L'ultimo, spero. Cavalcando l'onda del trentesimo anniversario dalla morte di Lennon, hanno cambiato registro, spostandosi dalla donna tuttofare al diritto al divertimento.
Che sia un segnale positivo? Intanto, hanno superato quota 70.000 "Mi piace".

Guerriglia urbana

Una mia amica italiana che insegna all'Università di Edimburgo, mi segnala questa immagine che campeggia sulla porta di una sua collega che si occupa di diritto e questioni di genere.
Una vecchia affissione della Fiat all'estero, con un messaggio come al solito stereotipato e denigratorio sulle donne. Niente di molto diverso da quello che vediamo oggi tutti i giorni. Quello che mi fa sorridere è il commento che qualcuno (una donna, presumo) ha lasciato sotto il titolo di questa campagna. Con lo spray e una buona dose di cattiveria, è stata scritta una risposta: "Se questa donna fosse una macchina, ti avrebbe tirato sotto". Questa azione pseudo vandalica (ma per una giusta causa), mi ha fatto venire in mente un'idea diabolica. E se ci munissimo tutti di spray e andassimo a commentare tutte le affissioni che in qualche modo abusano dell'immagine della donna, la stereotipano, la banalizzano, la offendono? Senza esagerare. Con garbo, eleganza e ironia. Sarebbe bello dare alle aziende un messaggio di ritorno, un commento ai loro annunci. A Trieste, a Roma, a Milano, un po' in tutta Italia. Forse ci penserebbero due volte prima di pianificare le prossime campagne. Pensateci.

mercoledì 8 dicembre 2010

Immacolate e multitasking

Nel giorno dell'Immacolata concezione, in cui siamo tutti intenti a celebrare la purezza di Maria, incinta senza commettere peccato, posto un video che mi è stato segnalato tra i commenti di "47mila zappe sui piedi". Si tratta di un'ironica celebrazione della donna perfetta. Quel tipo di donna che i media e la pubblicità celebrano, a loro volta, tutti i giorni dell'anno. La gag ha vent'anni, ma è un'evergreen.

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martedì 7 dicembre 2010

Domanda esistenziale (ovvero, com'è strano questo San Nicolò)

Faccio un preambolo storico e vi parlo di San Nicola.
Nicola (prima di diventare santo) fu un uomo ricco vissuto nel III sec. d.C. e la leggenda narra che, siccome era anche molto buono, quando seppe che un padre caduto in disgrazia economica non riusciva a far maritare le tre figlie, e siccome non usava, all'epoca, che le donne lavorassero e che accedessero a un mutuo in banca per pagarsi il matrimonio, decise di intervenire. Sì, perché l'unica alternativa per queste tre donne sarebbe stata quella della prostituzione. Il che, fra l'altro, mi fa pensare che dopo quasi duemila anni le alternative per le donne non siano molto cambiate. Comunque, si dice che Nicola abbia preso un bel po' di denaro, lo abbia avvolto in un panno e, di notte, l'abbia gettato in casa di quel padre per tre notti consecutive, in modo che le figlie avessero la possibilità di pagarsi la dote. Nulla si dice, ovviamente, della vita matrimoniale che ebbero in seguito queste tre figliole. Ma non polemizziamo come al solito. Successivamente Nicola cambiò città e diventò vescovo di Myra, dove fece un bel po' di miracoli e dove morì il 6 dicembre, presumibilmente nell'anno 343. E qui viene il bello. Perché la città di Bari e quella di Venezia si contesero le spoglie del Santo. Ebbe apparentemente la meglio Bari, che organizzò una spedizione a Myra per portarsi via le reliquie, che quindi giunsero a destinazione l'otto maggio. Quindi ecco spiegato perché San Nicola, patrono di Bari, si festeggia in quella data. Ma Venezia non si diede per vinta e scoprì che le reliquie in realtà erano da un'altra parte e che i Baresi avevano preso quelle sbagliate. Così anche i veneziani organizzarono una gita a Myra, da cui tornarono con i poveri resti di Nicola e li deposero nell'abbazia di San Nicolò del Lido. Dopo tutto questo trambusto, risulta evidente che San Nicola fu un santo molto popolare in Italia, al punto da diventare protettore di un sacco di gente: marinai, pescatori, farmacisti, profumieri, bottai, bambini, ragazze da marito, scolari, avvocati nonché delle vittime di errori giudiziari. È patrono inoltre dei mercanti e commercianti. Quella cosa dei doni gettati in casa delle ragazze è poi antesignana della storia di Babbo Natale. Infatti da San Niklaus a Santa Klaus il passo è breve, e la tradizione cristiana si mescola a quella dei popoli nordici. Ed è qui che volevo arrivare, perché nella mia città, Trieste, come in buona parte dell'Italia Nord-Orientale, il 6 dicembre i bambini festeggiano San Nicolò, aspettando i famosi regali, che non necessariamente servono per accantonare la dote. Pur non essendo patrono della città, San Nicolò ha un ruolo da divo nell'infanzia dei piccoli triestini. I bambini scrivono la letterina e la notte fra il 5 e il 6 dicembre fanno sonni agitati sapendo che il santo lascerà dei regali per loro. Insomma, da noi San Nicolò è in tutto e per tutto uguale a Babbo Natale. Anzi, per il fatto che arriva prima, gli toglie pure un certo prestigio.
Ieri era San Nicolò, e i miei figli si sono svegliati di ottimo umore. Il secondogenito ovviamente, vista la sua tenera età, non si rendeva ancora conto di quello che stava succedendo, ma il primogenito sì, ed è andato subito a verificare se aveva ricevuto quello che aveva richiesto: una cucina nuova.
Quella che aveva prima era ormai troppo piccola, e soprattutto esposta alle continue invasioni del fratello unenne. "Mamma, non riesco più a cucinare con quella cucina". Erano le sue lamentele da massaia frustrata. Ed ecco che San Nicolò ha provveduto, con un acquisto all'Ikea che gli è costato 2 ore di sudore e sangue per montarla di notte.
Com'era prevedibile, non tutti sembrano entusiasti di questo regalo. I più hanno detto: "Ah! Che bella idea..." con un'espressione sul volto che invece diceva: "Ma è matta?" Ovviamente a nessuno importa che Lorenzo è da ieri mattina il bambino più felice del mondo. Niente, mi guardano come se gli avessi regalato una valigetta piena di kalashnikov. E per fortuna non ho parlato della batteria di pentole a corredo della cucina!
Ma alla fine di questo lungo post, forse anche un po' bislacco, ecco la domanda esistenziale che volevo farvi: come mai tanta ostilità verso la situazione bambino maschio-cucina, se poi la stragrande maggioranza degli chef del mondo sono uomini?

lunedì 6 dicembre 2010

Donne e motori

Faccio eco a un post del blog Dalla parte delle donne, che mi ricorda che a Bologna prende il via l'annuale appuntamento del Motor Show. Avete presente? Un turbinio di nuovi modelli di automobili (anche moto? Non so, non sono in target), tecnologie avveniristiche, design fantascientifici e tutto ciò che ci può fare intuire come saranno le auto del futuro. E chi ci va al Motor Show? Beh, prevalentemente uomini, direi. Oddio, la mia è solo una deduzione, poi magari non è vero. Ma mi viene un leggero dubbio guardando le immagini con cui Repubblica.it ci presenta l'evento: tanto per rendere l'idea. È curioso come per una manifestazione che parla di motori, non se ne veda nemmeno uno. Se il famoso marziano venuto sulla Terra volesse capire che cos'è il Motor Show, penserebbe che si tratti di una fiera dove si elegge Miss Italia. L'altra cosa che mi lascia perplessa è che nell'acquisto di un'automobile è risaputo che la scelta viene per la maggior parte delle volte determinata dalla donna. Cioè, gli uomini vanno al Motor Show, si ringalluzziscono vedendo ogni genere di ben di dio, sognano di guidare l'auto di Ritorno al futuro, ma poi tornano a casa e la moglie decide l'acquisto. Questo è il mercato, prendiamone atto. Ed ecco che in ragione di ciò, forse un po' tardivamente, gli organizzatori quest'anno ci deliziano con una proposta nuova: il "Percorso donna". Una sorta di corsia preferenziale per disabili, che ovviamente tralascia tutti i modelli più belli, per farci apprezzare le solite city cars. Le donne possono così ammirare le nuove utilitarie create ad hoc per loro. Non parlo a sproposito: mi sono appena scaricata il catalogo del percorso dal sito ufficiale della manifestazione. Inizia tutto con un logo dove un rossetto lascia una traccia di pneumatico su sfondo rosa. Bene. Poi iniziano la presentazione dicendo: "Percorso Donna è un'iniziativa mirata a evidenziare tutte le possibili declinazioni in cui una donna utilizza e vive l'automobile". Chissà quale strano e particolare uso fanno le donne della macchina. Quali saranno mai tutte queste "declinazioni"? A meno di non mettermi tra gli accessori un vibratore, non vedo differenze dall'uso che potrebbe farne un uomo. Quindi continuo a leggere incuriosita. Mi parlano di un veicolo elettrico adatto per la città, poi della possibilità di vincere un test drive grazie a una partnership tra Ford e Marie Claire: "Al Motor Show di Bologna le lettrici di Marie Claire potranno salire a bordo della Fiesta Hot Magenta, un colore molto vivace che si avvicina al rosso". Che si chiama fucsia. Che fa molto donna. Poi parlano di un'altra city car. Poi mi spiegano che Marie Claire organizzerà tanti incontri per parlare di auto: "Si parlerà di passioni, competizione, sicurezza, consigli pratici e auto emotive". AUTO EMOTIVE? Cavolo. Non ditemi che hanno inventato un'auto che si mette a piangere davanti a un gattino che attraversa la strada! O che a seconda del ciclo ormonale della sua guidatrice cerca di sedurre gli automobilisti maschi (quattordicesimo giorno), o li insulta (ventottesimo giorno)! Sarebbe veramente geniale e molto utile. Non capisco, ma continuo. Mi parlano della nuova Twingo, presentata come auto sensuale. Ah! Allora l'hanno messo veramente il vibratore! No: "Saranno, infatti, i tratti tipici di femminilità, sensualità ed ironia che contraddistinguono il fashion brand a dettare il mood della nuova proposta Renault". Sarà, ma non credo che a un uomo basti vederti su una Twingo per avere voglia di invitarti a cena. Insomma, dove sono tutte queste "declinazioni" dell'auto al femminile? Possibile che se ho voglia di farmi un giro su una Ferrari devo uscire dal Percorso Donna ed entrare in quello molto più divertente dedicato agli uomini? Okay, dovrò farmi largo tra tutte le bambole gonfiabili che hanno messo per dare un senso alla manifestazione, ma pazienza. Questo Percorso Donna è iniziato da poche ore, ma già mi viene voglia di uscirne. W la libertà.