lunedì 20 settembre 2010

Passeggini nella giungla

Uno spot molto sensibile del quotidiano tedesco Die Welt, uscito una decina di anni fa, mostra un uomo in sedia a rotelle che va in giro indisturbato per un aereoporto. Si guarda compiaciuto allo specchio di uno dei bagni, constatando che è posto alla sua altezza, verifica che i pulsanti dell'ascensore sono facilmente raggiungibili, realizza che le barriere architettoniche non esistono. Ad un certo punto però, la sedia a rotelle si incastra per un difetto nella pavimentazione. L'uomo allora estrae un taccuino e si alza in piedi prendendo nota di quanto appena successo. Quell'uomo è in realtà l'architetto che sta testando il suo lavoro di progettazione e realizzazione del nuovo aeroporto. Il claim dello spot recita più o meno così: "Il mondo dipende da chi è in grado di pensare in maniera diversa. Die Welt."
Ecco, se quell'uomo provasse oggi a girare non in sedia a rotelle, ma con un bambino nel passeggino in una qualsiasi delle città italiane, non gli basterebbero sedici taccuini per appuntarsi tutte le difficoltà. Ovviamente, anche in tema di barriere architettoniche che ostacolano il libero movimento di portatori di handycap c'è ancora molto da fare, ma ci vorrebbe un blog a parte. Qui ci "accontentiamo" di parlare di problematiche più leggere. Se così possiamo definire l'assoluta impossibilità di circolare di un essere umano con figli al seguito.

Quando il mio primogenito ha iniziato a pesare troppo per portarlo in giro stipato nel marsupio, e quindi più o meno a due settimane dalla nascita, ho sfoderato con orgoglio il nuovo passeggino a cui pareva mancasse soltanto la parola. Ovviamente pioveva. Per un mio trauma giovanile (l'immagine del cadavere di Laura Palmer incellofanato sulle sponde del lago di Twin Peaks), non ho mai voluto ricorrere alla protezione di plastica trasparente in dotazione di ogni passeggino per protteggere il bambino dalla pioggia. Per questo motivo, mi sono subito diretta alla fermata dell'autobus. Ovviamente il primo a passare era quello senza l'accesso agevolato per disabili. Aspetto il secondo. E qui mi pongo il primo quesito: perché si parla di accesso per disabili e non per passeggini? Con qualche manovra riesco a salire sull'autobus e mi dirigo subito verso lo spazio dedicato proprio alle carrozzelle. Sistemo il passeggino in modo da non dare fastidio a nessuno e inizio il mio viaggio della speranza. Cioè: la speranza di riuscire ad arrivare a destinazione, perché dopo un minuto il conducente mi fa cenno che non posso sistemarmi lì. Mi dice che per la sicurezza del bambino (?) e delle altre persone (?) il passeggino va tenuto chiuso e il bambino in braccio. Dunque, non discuto sulla precisione ed efficacia delle direttive ISO 9001 e seguenti, ma se anche fosse giusto così, come faccio da sola a chiudere il passeggino e contemporaneamente tenere mio figlio in braccio, mentre l'autobus è in corsa? Già molto provata dalle condizioni atmosferiche, dai postumi del parto e dalla consapevolezza della tragica fine della mia tardoadolescenza, ho sfoderato il mio miglior sarcasmo, chiedendo all'autista se mi poteva tenere il bambino giusto il tempo di chiudere il passeggino e pietire un posto a sedere a qualche reduce di guerra. "Per questa volta va bene così" ha lasciato correre magnanimo l'autista. Ovviamente non ci sono state altre volte, perché in seguito ho sempre scelto la via dell'inquinamento, prendendo la macchina anche per andare a fare la spesa sotto casa.
Questo episodio avveniva fra l'altro a Trieste, una città relativamente semplice da girare, se non fosse per le salite (qualcuna da fare in ferrata). Ma penso spesso ai miei colleghi genitori di Milano o di Roma, che devono prendere pure una metropolitana. Uno potrebbe pensare: "Vabbè, ma la metro è facile: non ci sono scalini per salirci" Vero. Ma per arrivare al binario è necessario seguire prima un corso di free climbing. Metà delle scale mobili non funzionano, così come gli asensori. Molte stazioni non ce li hanno nemmeno gli asensori. E un genitore, per essere certo di potercela fare, deve guardare se quella stazione ha il simbolo dell'omino in sedia a rotelle. E per la proprietà transitiva, significa che un genitore con passeggino è un disabile.
Allora, barriera n° 1: la circolazione sui mezzi pubblici.

Vogliamo parlare poi dei locali pubblici? Chi non ha figli e deve andare in bagno in un bar o in un ristorante, di solito si preoccupa dell'igiene. C'è chi va sempre in giro ormai con l'amuchina, chi si porta i copriwater di carta, chi ha sviluppato una muscolatura straordinaria per trattenere la vescica. Chi non ha figli in genere discute sul degrado del bagno visitato, collocandolo su una scala geografica, a seconda della gravità della sporcizia rilevata, che va da Tunisi (un po' sporco) fino ad arrivare a Calcutta (indecente). Chi ha figli invece, in genere munito già a priori di spray sterilizzanti potenitissimi, si preoccupa soprattutto dell'esistenza non dico di un fasciatoio, ma almeno di un ripiano dove poggiare il bambino da cambiare. Chiaramente i bagni dotati di questo lusso sono pochissimi in Italia. Io ho smesso anche di provare a vedere, imparando a cambiare mio figlio direttamente sul passeggino, en plein air, in qualsiasi stagione, anche in montagna. Tanto da fargli meritare il glorioso epiteto di "palle d'acciaio".
Barriera n° 2: la circolazione nei bagni pubblici.

Uscire a pranzo o a cena fuori poi, è un'impresa estremamente faticosa, perché inizia già a casa.
"Hai preso le salviettine?"
"Il biberon?"
"Il cucchiaio di plastica?"
"I pannolini?"
"Il bavaglino?"
"La sedia?"
Si potrebbe andare avanti per mezz'ora, che è fra l'altro il tempo medio che impiega un genitore a spuntare la lista delle cose da portare per il bambino. Conosco più di una persona che è uscita di casa con borse e borsette piene di accessori e ha dimenticato il figlio nel lettino.
Sì, perché ci sono più probabilità che un ristorante sia "amico degli animali", che "amico dei bambini". Anzi, di solito ti guardano pure male mentre stai montando la tua sedietta al tavolo, perché potresti fare dei danni.
Barriera n° 3: la circolazione nei ristoranti.

Insomma, l'immagine che mi viene sempre in mente quando sono in giro con uno o entrambi i miei figli, è quella di un'escursione nella giungla, dove il percorso è accidentato, è pieno di animali e ci si affida all'istinto di sopravvivenza. Non è così nel resto dell'Europa, dove un genitore è libero di circolare con i figli praticamente ovunque. Persino in biblioteca. Persino alla mensa universitaria. Dove i bagni hanno il fasciatoio (pulito), e dove ai tavoli ci sono già i seggiolini. Basta farsi un giro all'Ikea, dove non solo c'è un bagno dedicato interamente al cambio dei bambini, ma in quello degli adulti, accanto alla tazza del water, c'è una sedietta appesa al muro dove poter far sedere il bambino mentre il genitore fa i suoi bisogni. In Svezia pare sia normale. Anche a me pare normale.
E alla fine ci si domanda come mai. Perché qui siamo ancora così indietro? Perché è vietato andare in giro con i figli, a meno che non si abbia tutta la giornata libera? Beh, perché una madre dove dovrà mai andare? Cioè: il padre lavora, e lei deve rimanere a casa. Che razza di genitore sarebbe a portare il figlio in un bar, in un ristorante, o addirittura in biblioteca? Non c'è tutta questa urgenza a modificare gli spazi urbani e i mezzi pubblici per agevolare gli spostamenti delle madri coi bambini. L'idea ha del sovversivo. E poi, sti svedesi alla fine si sa che si suicidano. Vedi? Meglio stare a casa.

5 commenti:

  1. Sante parole!
    per rimanere nell'amata provincia ai confini dell'impero, per andare al Burlo (ospedale infantile!) con la 1 (un autobus), sono stata aggredita da un manipolo di sangiacomini inferociti. "Ma cossa, la scherza?! Ma dove la credi de andar, con sta carrozzina? E mi dove stago?". Maledetta senilità ignorante. A Londra, città dove tutti lavorano come pazzi scatenati, ogni autobus dispone dello spazio bambino e in metro, se ci sono solo scale, fanno a gara per darti una mano a portarlo!
    Ma, sviando un po', che ne dici di New York e Londra, dove nei musei più prestigiosi del mondo ADORANO i bambini, li fanno giocare, toccare, disegnare, urlare e correre, anche davanti a Picasso, mentre a Villa Manin mio figlio è stato ripreso perchè - maledetto sovversivo - copiava i dipinti su un blocco seduto per terra?! E il figlio piccolo, che faceva vari 'uuuhh e ooh' (curiosità, NON pianto)? "Lo faccia uscire, per favore, disturba!"
    Ma i disturbati siete voi!!!

    RispondiElimina
  2. E chissà com'era il bagno di Villa Manin...

    RispondiElimina
  3. Come sempre cogli nel segno. Penso, che in generale, l'Italia sia una vergogna dal punto di vista dell'attenzione alle famiglie e ai bambini. Spostandosi anche di poco, in Austria, Germania e nella vicina Slovenia, ci si rende conto che, delle volte, basta pochissimo per rendere la vita più semplice e piacevole. Ho scritto un piccolo post a questo proposito dopo una vacanza estiva in Germania. Se ti va di leggerlo, lo trovi qua: http://colazionialetto.blogspot.com/2010/07/monaco-e-selva-nera-per-i-piu-piccoli.html

    RispondiElimina
  4. se assumi una signora al lavoro che ti chiede per favore di essere accompaganta dalla figlia di 10 anni perchè non sa dove lasciarla e, disgraziatamente, poprio quella mattina subuisci il controllo da parte dell'ispettorato del lavoro forse sono 4000 euro di multa?

    RispondiElimina
  5. Perché non sa dove lasciarla? Di che lavoro si tratta?

    RispondiElimina