lunedì 29 novembre 2010

Tu quoque

Adoro i miei amici. No, veramente. Provo un affetto fraterno nei loro confronti, perché sono pessimi, distratti, approssimativi, superficiali, egoisti, come me. E come me compensano tutti i peggiori difetti del mondo con una straordinaria capacità di comprensione delle debolezze del mondo. La "pietas" che spesso non trovo nella Chiesa (a proposito delle recenti discussioni in questo blog), la trovo tra i miei amici. Le vere persone buone, che sanno che nessuno è perfetto, che sanno perdonare, che sanno mettersi in discussione, che sanno capire e ascoltare. E soprattutto, che sanno divertirsi. Anche nei momenti più truci che la vita ci presenta.
Ma poi bisogna fare i conti con la natura umana, e con la storia. E anche fra gli amici più cari, un traditore c'è sempre. Voglio dire, è stato tradito Cesare addirittura da suo figlio, figuriamoci quando non c'è nemmeno un legame familiare. E allora sabato sera, ho gridato "Tu quoque!" a un traditore. A un amico. In una situazione insospettabile, durante un aperitivo, parlando proprio di questo blog. La compagna di questo amico aveva appena finito di dire che da quando scrivo di queste amenità, vede discriminazioni ovunque. Mi ha raccontato che all'aeroporto era stata colpita da un uomo che chiamava la sua fidanzata (o moglie) con un fischio. Tipo cane. E che in un locale, aveva assistito a una lite tra adolescenti, in cui lui insultava e zittiva la ragazza dicendole che è vero che le donne sono delle "rompicoglioni" (cit.). Lei cercava di calmarlo, di capire che cosa gli fosse preso, ma senza successo. Il tutto, alla tenera età di quindici anni. Di questa e di altre cose stavamo discorrendo, quando il compagno della mia amica, l'infido traditore, il Giuda Iscariota di noi laici, il Bruto del ventunesimo secolo, se ne esce con la considerazione che sono giuste le pari opportunità, che le donne non devono essere discriminate, che è uno schifo tutto quanto, MA. Ma cosa? "Ma, vi prego, va bene tutto, ma non potete pretendere di giocare a calcio". Risate generali. Il calcio è uno sport maschio. Le donne a calcio sono ridicole. A nulla è valso il ricordo che ai tempi del liceo, tre delle partecipanti a quell'aperitivo avevano militato nella squadra di calcio femminile della scuola. "Il prossimo post sul blog lo dedicherò a te", ho preannunciato. E così è. Lascio a voi i commenti. Getto il mio amico in pasto agli squali.
A questo, aggiungo un altro episodio di tradimento, fatto da un altro lettore di questo blog. Da uno dei pochi uomini che cercano di capire, che ragionano, ma che poi cadono inconsapevolmente nello stereotipo. A Roma, la scorsa settimana, dopo un convegno sulla comunicazione ambientale, mi ritrovo in un bar con questo amico e un assessore veneto. Il barista ci chiede da dove veniamo: Trieste, Padova, Treviso. Praticamente tutto il Nordest a Roma. Interviene uno studente che aveva assistito a quella sorta di presentazione, dicendo che lui sta per trasferirsi a Padova per un anno, e ci chiede se avevamo dei consigli da dargli. "Porta l'ombrello", "Vestiti bene" sono state le prime battute. "Vedrai che ti troverai bene", "Lo spritz è buono". E poi eccolo là, l'altro traditore: "E poi le donne sono tutte fighe in minigonna e tacchi alti". Risate generali. Delle innocenti e insignificanti chiacchiere da bar, sarebbe la giustificazione. Ma questo è uno di quei famosi dettagli che mantengono in vita la discriminazione. C'è poco da fare. E c'è molto ancora da ragionare.
Ecco, forse adesso avrò due amici in meno. Questo è il costo delle battaglie sociali.

giovedì 25 novembre 2010

Emancipate e bastonate

Oggi si celebra la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. A mio parere un po' troppo vicina alla Giornata internazionale dell'uomo, che si è celebrata lo scorso 19 novembre. A chi fosse sfuggito, quest'ultima ricorrenza, importata a caso da un'usanza di Trinidad e Tobago, ha il compito di rivendicare l'importanza di essere uomo in un mondo come il nostro. Una sorta di Festa della donna al maschile. Probabilmente a Trinidad e Tobago le cose stanno in maniera diversa rispetto al nostro piccolo mondo occidentale. Almeno me lo auguro. In ogni caso diversi media hanno dato eco a questa festa, di cui non si sentiva la necessità. Almeno non in misura maggiore della necessità di avere una festa del triciclo, o dei pesci rossi, o delle ostriche da allevamento. Certo, ogni categoria ha i suoi problemi, ma ad un certo punto dobbiamo pure fare delle scelte, no? Non si può mica essere sempre in festa.
Per fortuna, almeno per quest'anno, la risonanza di questa giornata non ha avuto la forza di oscurare la celebrazione di oggi. Per fortuna c'è ancora chi ritiene che la violenza sulle donne sia un problema più grave dei diritti dell'uomo (con la u minuscola). Ovviamente il grosso delle celebrazioni e degli interventi consisteranno nell'evidenziare usi e abusi che in molti angoli del mondo si fanno delle donne. Molti di questi angoli di mondo sono lontani dal nostro. Io non ho dovuto subire mutilazioni genitali. Mia madre non ha dovuto abortire perché aspettava una femmina. Non mi è stato negato il diritto allo studio. Ho il diritto di voto. Non devo indossare nessun abito che copra i capelli, che copra il viso o che mi copra tutta. Non mi devo nascondere. Non rischio la lapidazione. Sono libera di condurre la mia vita come può fare un uomo. Eppure. Eppure cosa? Niente, eppure le cose non funzionano lo stesso. Eppure la Giornata contro le violenze sulle donne ha un senso anche in Italia. Mi piacerebbe poter dire di questa ricorrenza le stesse cose che ho detto per la festa dell'uomo. Mi piacerebbe poter dire: "Cheppalle ste feste: sono la solita operazione commerciale...che bisogno c'era di fare tanto casino su queste cose...ti pare che le donne hanno pure bisogno di una loro ricorrenza, nonostante la bella vita che fanno...pensiamo piuttosto agli animali abbandonati sulle autostrade". Sì, mi piacerebbe. Ma di cose ancora da sistemare ce ne sono molte, tanto che, da metà settembre a oggi ho potuto scriverci su 72 post. E tutti su argomenti sui quali era possibile anche riderci su. Voglio dire: non ho mai parlato di stupri, di omicidi, di violenza. Altrimenti i post sarebbero stati molti di più. 72 post sui piccoli dettagli quotidiani che rendono grande la disparità tra uomini e donne. I dettagli sono importanti però, perché spesso da lì inizia a crearsi un baratro poi difficilmente sanabile.
Ecco, c'è un altro dettaglio di cui vorrei parlare, in linea con la filosofia minimal di questo blog. E lo apprendo da Repubblica proprio nell'articolo sulla Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Il dettaglio è il luogo comune in cui molti distratti incappano, secondo il quale, in una società in continuo progresso, nel benessere economico, nell'alto grado di istruzione, in un tessuto sociale che favorisce l'emancipazione delle donne, si crei una sorta di immunità dalle violenze, una specie di campana di vetro che ci protegge dalla barbarie tipica di altre culture o di altri angoli di mondo. Qualche distratto pensa che gli stupri li fanno gli immigrati (con l'espressione "Stuprano le nostre donne", che mi suona tanto come "Il lupo si è mangiato le mie galline"), per esempio. Bene, in questo articolo ci sono i dati, nero su bianco, che ci raccontano il contrario. Che, senza andare molto lontano nelle differenze tra mondi lontani, ma restando anche soltanto nel confronto tra Nord e Sud Italia, la percentuale più alta di violenze contro le donne avvengono soprattutto al Nord. In maniera direttamente proporzionale alla spinta all'emancipazione femminile. Questo non giustifica la situazione al Sud, ovviamente. Anzi. Sembra che lì le cose siano diverse proprio perché le donne non hanno ancora raggiunto gli stessi livelli di libertà di comportamento. Quando li raggiungeranno, le percentuali saranno identiche. Prevengo i soliti polemici, specificando che non parlo dei soliti stereotipi romanzati di Nord e Sud, ma dei famosi dettagli. Per esempio il dettaglio di pensare di poter lavorare a tempo pieno, non stirare le camicie al marito e uscire con gli amici. Chiarito questo, le donne picchiate, maltrattate, molestate, umiliate, uccise, sono nella maggior parte vittime di uomini italiani. Istruiti. Benestanti. Ma non uomini sconosciuti: sono gli stessi mariti, compagni, fidanzati, ex fidanzati o parenti. In sintesi, "La violenza si scatena quasi sempre quando le donne cercano di sottrarsi al tradizionale ruolo di sottomissione, quando vogliono porre fine a un rapporto, o quando vogliono la separazione". Le donne del Nord, "quando dicono 'No' alla subalternità" la pagano cara. E allora, non sarebbe forse meglio contrattarla in anticipo questa subalternità? Non sarebbe forse meglio chiarire subito chi farà cosa, come e quando in famiglia? Non sarebbe meglio conoscere in anticipo tutti quegli insignificanti dettagli che discriminano? A questo punto, mi viene anche spontaneo incrociare questi dati con quelli relativi allo svolgimento delle faccende domestiche in Italia. Ne avevo parlato nel post "Family life". I dati più confortanti (anche se lontani dalla perfezione) sulla paritaria suddivisione dei compiti domestici venivano proprio dal Nord Italia, dove la donna lavora, è laureata e benestante. Insomma, il target perfetto per subire le violenze da uomini che, evidentemente, non sono per niente contenti di tutta questa parità.
Una volta, le donne erano spesso "cornute e mazziate", oggi, grazie al progresso della società civile, possono essere "emancipate e mazziate". Ecco, direi che c'è bisogno ancora per un po' della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

mercoledì 24 novembre 2010

Le cose che le donne non vogliono più sopportare

Senza nulla togliere al contributo di Emma Bonino e Susanna Camusso, decido di postare questo stralcio della recente puntata di Vieni via con me, in cui una perfetta sconosciuta di 22 anni fa l'elenco delle cose che le donne non vogliono più sopportare. Praticamente, un sunto in versione seria di tutto questo blog, letto da Laura Morante.



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L'eccezione alla regola

Non so se l’avete notato, ma in questo blog sono stati accuratamente evitati temi “worldwide”. Non  mi sono mai spinta oltre i confini del mondo cosiddetto Occidentale. Non ho mai parlato di burqa (se non per similitudini nell’operazione Frecciarosa di Trenitalia), non ho mai esplorato territori socio-culturali diversi dal nostro. Ho trattato con una certa reticenza anche il tema della donna in pubblicità. Non ho mai parlato di Chiesa e fedi varie. Tutto questo perché troppo facile. Perché poi si aprono discussioni che vanno oltre i ragionamenti obiettivi, perché poi si rischia di cadere nelle banalità. Mi interessava invece minare il sistema dall’interno. Beh, almeno tentare di farlo. Mi interessava alzare l’attenzione su comportamenti e consuetudini a cui ci siamo ormai tutti assuefatti. Volevo mettere in discussione alcune ovvietà, che ovvie non devono essere.
Ho avuto spesso la tentazione di divagare. Di parlare di Sakineh, di Suu, di Islam, di Ratzinger e di tutto ciò per cui mi indigno quotidianamente. Ma ho resistito con un rigore di cui mi sorprendo io stessa. Però adesso basta. Almeno oggi, sento la necessità di svaccare.
Oggi una cosa la devo proprio dire. Sarà perché torno da Roma e la città dei Papi mi ha ispirata. Sarà perché sono stanca. Sarà perché in questi giorni non si fa altro che parlare del libro di Benedetto XVI. Sarà. Fatto sta che c’è stata una cosa che mi è suonata davvero strana. Cerco di tenere per me le considerazioni sulla posizione della Chiesa su omosessualità, sessualità e tutto ciò che riguarda la nostra vita quotidiana, ma in questo libro, nato da un’intervista al nostro Papa, che porta un titolo che tanto mi ricorda il Manuale del guerriero della luce di Coehlo, sono stati fatti dei ragionamenti pericolosi. Mi riferisco alla tanto osannata apertura della Chiesa sull’uso dei preservativi. Un’apertura che forse è stata un po’ troppo amplificata dall’Onu e dai media, perché, di fatto, la lotta alla contraccezione rimane uno dei punti fermi di chi amministra la nostra fede in Dio. Comunque, leggendo qualsiasi giornale, si apprende che per Benedetto XVI possono esistere delle eccezioni alla regola. Qualcuno il preservativo è meglio che lo usi, con tanto di benedizione. E chi è che lo deve usare? La prostituta. Ecco, occupandomi di comunicazione, certe sfumature del linguaggio mi saltano subito all’occhio. Il linguaggio e le parole possono avere un potere immenso. Con le parole si cambia spesso il corso della storia. Non sto esagerando. Le parole hanno il potere di mantenere lo status quo o di rivoluzionarlo. Bisogna usarle con coscienza. I politici ormai lo sanno. “Il Presidente operaio”, che a tutti è sembrata una cazzata colossale, è stata un’espressione che ha influenzato le decisioni di voto. Molto più che il denaro speso per finanziare quella campagna elettorale. Molte crisi internazionali sono nate da un uso strumentale delle parole. “Dire” una cosa sbagliata ha spesso conseguenze maggiori del “fare” una cosa sbagliata. E bisogna stare attenti. Non dobbiamo lasciarci influenzare. E allora, tutti i giornali che salutano con entusiasmo le parole di apertura del Papa, ci rimandano un messaggio che porta con sé un errore di fondo, e più si diffonde questo messaggio, più questo errore acquista legittimità. Non ci si fa caso, lo si accetta, perché siamo tutti concentrati sul senso generale della notizia. Questo errore mi salta all’occhio perché è la classica tarma con cui ho aperto i primi post di questo blog. Quasi non si vede, ma è una tarma, e quindi va uccisa. Qual è questo errore? Beh, ve la metto così: avete mai visto una prostituta indossare un preservativo? Cioè, fisicamente. Come fa? Voglio dire, esistono decine di metodi contraccettivi diversi, la maggior parte dei quali sono a carico delle donne, tanto per cambiare, sottintendendo che l’uomo non è responsabile di eventuali gravidanze. L’unico contraccettivo in tutto e per tutto maschile (se togliamo quei patetici esperimenti delle iniezioni o dei cerotti) è proprio il preservativo. Non c’è niente da fare. E mi viene quindi spontaneo chiedermi perché il Papa abbia scelto la strada più tortuosa per lanciare il suo messaggio. O meglio, perché ha lanciato un messaggio con un errore? Forse non sa che i preservativi li usano gli uomini? E quindi i clienti di quelle prostitute di cui parla lui. Forse non ha mai visto un preservativo? Non gliel’ha spiegato nessuno? Le api e i fiori? Per quanto l’idea mi piaccia per il mio senso dell’umorismo, non credo sia così. Il Papa lo sa. Ma sceglie di spostare il suo messaggio sul lato femminile. Con le sue parole autorevoli passa il concetto che la prostituzione sia una questione che riguarda solo le donne. Nella sua intervista non si parla degli uomini che vanno con le prostitute. Non si dice l’ovvio, e cioè che se gli uomini smettessero di pagare le donne per fare sesso, la prostituzione non esisterebbe più. Si certifica invece l’esistenza della categoria “prostituta”, che fa sesso ed è quindi veicolo di contagio. Con chi poi faccia sesso questa prostituta non è dato sapere. Ovviamente la scelta di Ratzinger non è casuale. Non si tratta di un’ingenuità. Consigliare il preservativo a tutti gli uomini che vanno con le prostitute, avrebbe richiesto un approccio completamente diverso. E, vista l’estensione del fenomeno, avrebbe significato lo sdoganamento definitivo del profilattico. E il Papa sarebbe diventato testimonial della Durex. Anche quest’idea mi piace, sempre per lo stesso senso dell’umorismo di prima. Fatto sta che però, questa bella apertura della Chiesa viene fatta, come al solito, a spese delle donne. Donne che già partono da una posizione svantaggiata di sfruttamento, e ora hanno anche questa rogna: pensate, adesso che tutti i benpensanti e moralisti della nostra società hanno sentito le parole del Papa, si aspetteranno che le prostitute fermino la diffusione dell’aids fornendo i preservativi ai loro clienti (a spese di chi, poi, non si sa). Ma questo non succederà. Lo sappiamo bene noi, che abbiamo ben presente la faccia di un uomo a cui chiedi di indossare un preservativo. Nel nostro caso in genere la si spunta, perché un uomo, di fronte allo spettro all’astinenza, è disposto a tutto. Ma nel caso della prostituzione non è così. L’uomo paga e la prostituta ha bisogno di soldi. Nella contrattazione non c’è spazio per i preservativi. Però, gli effetti delle esternazioni del Papa saranno socialmente pesanti: di fronte all’inarrestabile avanzata dell’aids, verranno incolpate le prostitute, a cui Benedetto XVI aveva concesso una deroga nell’uso dei preservativi e non l’hanno ascoltato. Peggio per loro.

lunedì 22 novembre 2010

Mi verrà un colpo

Oggi sono molto preoccupata. Insomma, inizio ad avere un’età per cui non si può mica scherzare come prima. Quando esco a cena devo pormi sempre più spesso il quesito: cosa mi farà meno mal di testa domani, il rosso o il bianco? Faccio il conto delle ore di sonno, tipo “Se domani mi devo alzare alle 6, DEVO per forza andare a dormire non più tardi delle 22”, per garantire al mio fisico le 8 ore sindacali di riposo e restyling. Le creme antirughe diventano sempre più costose e sono racchiuse in confezioni sempre più piccole, segno che non c’è più spazio per diluirle in profumi, colori, e altre amenità adatte alle ragazze che possono ancora riderci su. Expedia mi consiglia viaggi a Lourde. Facebook mi consiglia check-up in cliniche della bellezza, lo spamming nell’e-mail mi consiglia (oltre al classico Viagra) centri termali dove dovrei farmi seppellire dal fango e sperare di non uscirne viva. Insomma, sono finiti i tempi di sesso, droga e rock&roll, e sono iniziati quelli di una disperata preservazione dello status quo.
E mi scopro a leggere le rubriche Salute dei giornali. Le amiche mi girano articoli su questo o quel rimedio contro la cervicale, o il calo del desiderio. Persino il mio oculista mi ha appena prescritto delle lenti adatte alla guida, essendo io prossima alla presbiopia. “Non le sembra un po’ presto? Ho solo 35 anni!” Ho protestato indignata. “Beh, la presbiopia inizia a 40 anni. Se vuole aspettiamo un po’”. Ecco, quel “po’” mi ha dato la dimensione reale del rapido disfacimento delle carni.
A tutto ciò si aggiunge anche il fatto che sono donna, e per le donne la medicina è molto più complessa che per gli uomini. Lo apprendo da un articolo che si intitola “La medicina è maschilista?” segnalatomi da Claudia.
In pratica ci dicono che tutti i test sull’efficacia dei medicinali vengono fatti su uomini, che notoriamente hanno una costituzione ben diversa da quella delle donne. Però poi, quegli stessi farmaci vengono messi sul mercato per tutti: donne comprese. Marianne Legato, cardiologa e fondatrice della Partnership for Gender-Specific Medicine della Columbia University, racconta a Vanity Fair che “Gli organi hanno uno sviluppo diverso nell’uomo e nella donna, quindi vanno curati in modo appropriato. Perché le donne con problemi cardiaci hanno il 13% di probabilità in più degli uomini di morire dopo un infarto? Perché le azioni di prevenzione sono spesso sbagliate, non si riconoscono i sintomi e la diagnosi arriva tardi. L’Aspirinetta, per esempio, molto usata nella prevenzione dell’infarto, nella donna non funziona”. Già qui il mio battito cardiaco subisce una pericolosa accelerazione. “Nella maggior parte dei casi i farmaci vengono testati solo sugli uomini. Perché i farmaci sperimentali potrebbero dare effetti sulle future gravidanze,  le donne sono più prese nel circolo marito-lavoro-figli: difficile e costoso chiedere loro del tempo. Insomma, la popolazione femminile non conviene alle case farmaceutiche. Alcuni studi di cardiologia non ne reclutano nemmeno una: è assurdo”.
Mi avvicino alla tachicardia. Poi scarico la posta, e quella stronza della mia migliore amica mi gira un link a Repubblica in cui si dice che le donne in carriera hanno più probabilità di farsi venire un infarto rispetto ai loro colleghi uomini. E quindi tutto quadra. Anche se la cosa potevamo pure immaginarcela da soli, visto che sappiamo tutti benissimo che una donna in carriera, oltre ad avere il solito carico di stress lavorativo, una volta arrivata a casa non può lasciarsi sprofondare nel divano e farsi servire una birra ghiacciata dal proprio partner, perché probabilmente accadrà il contrario.
Insomma, adesso non possiamo nemmeno più consolarci per il fatto che campiamo più degli uomini (tendenza che scopro, anche questa, essere in progressivo calo). Che ci rimane ancora?
Sì, sono molto preoccupata. Mi verrà un colpo, lo sento.

domenica 21 novembre 2010

La lepre davanti al tir

Avevo un po' di post in coda che aspettavano solo di essere pubblicati, ma devo rimandare perché non posso non parlarvi, ancora una volta, della Carfagna. E di politica. Scusate, ma certe cose non si possono tacere. Dopotutto questo è un blog che vive di pari opportunità, per cui il nostro Ministro è sempre, indirettamente, responsabile di ciò che scrivo.
Premetto che la Carfagna mi è odiosa. Non la sopporto, con quegli occhi sbarrati come una lepre davanti ai fari di un tir (come l'ha puntualmente descritta Luciana Littizzetto). Ha sempre l'aria da prima della classe. Alle interviste appare sempre nervosa e supponente. Anche alle domande più banali, risponde in maniera antipatica, recitando il copione di quella che ha studiato. Dev'essere dura dover sempre dimostrare che "oltre le gambe c'è di più". A parte il mio giudizio personale però, devo ammettere che la "signora Carfagna", come l'ha chiamata Berlusconi nei suoi ultimi commenti, la sta mettendo in quel posto a diverse persone. Come avrebbe fatto un uomo. Però è una donna, e questo fa notizia.
Leggetevi le recenti cronache politiche. La Carfagna ha combattuto contro la solita cricca di affaristi e politici campani nell'ambito della spinosa questione di rifiuti e inceneritori. Avendo un grande seguito politico proprio in Campania, il nostro Ministro si è interessata a questioni che andavano oltre il suo ruolo istituzionale. Prima ha ottenuto delle garanzie da Berlusconi, poi, all'ultimo, è stata scaricata, e Berlusconi ha messo l'intera faccenda nelle mani dei suoi soliti fedelissimi (peraltro indagati), che non sono andati per il sottile imbastendo una vera e propria campagna anti-Carfagna. Questa la sintesi. Da qui, la Carfagna ha dichiarato che darà comunque la fiducia al Governo, ma che subito dopo il voto si dimetterà da Ministro e da Parlamentare. Tiè. Berlusconi ha risposto in sostanza che la cosa non lo turba (probabilmente avrà anche chiesto: "Ma questa Carfagna, chi è?"). Collateralmente c'è stato un battibecco politico tra il Ministro e la Mussolini. Ma questo è il solito gossip, che non c'entra niente con la questione principale. La questione principale è che la Carfagna ha egregiamente sfruttato il momento politico per garantirsi una vantaggiosissima posizione futura: sta gettando le basi per costruirsi una carriera da leader nel Mezzogiorno, con l'appoggio di politici usciti dalla coalizione di governo. Sta incarnando l'immagine della donna che combatte le "solite bande" locali che si spartiscono i rifiuti in Campania. Sta intessendo relazioni politiche, incontra persone, stringe accordi. Niente male per una ragazza da calendario. E infatti, nessuno oggi si sogna più di menzionare il suo passato nel mondo dello spettacolo. Nessuno si azzarda a dire niente. Sono tutti ammutoliti. O esprimono solidarietà. O la attaccano, ma comunque solo politicamente. La Carfagna sta facendo un gran bel casino sfruttando le stesse armi che sfruttano i suoi colleghi uomini da sempre. Non entro nel merito del bene o del male. Non do giudizi politici. Ma sottolineo la rilevanza che sta avendo questa vicenda, che vede una donna venuta dal nulla (il nulla della TV di oggi), nominata Ministro per le sue grazie, che ha cercato di lavorare (credo) per dimostrare di valere, e che oggi guadagna le prime pagine dei giornali e il primo piano sulla scena politica, dimostrando di avere imparato alla perfezione come funziona il sistema, usandolo a suo vantaggio. Ovviamente si spera che il suo vantaggio coincida con quello dei suoi elettori. Sentiremo ancora parlare di lei. Vediamo la sua forza fin dove potrà arrivare. Spero solo che, se il Parlamento accetterà le sue dimissioni, Berlusconi non diventi Ministro ad interim delle Pari Opportunità. Ecco, questo alla Carfagna non potrei mai perdonarlo.

venerdì 19 novembre 2010

Urgente! Inizia il corso del quasi perfetto casalingo

Lo so, quello che sto per dirvi arriva tardi ed è solo colpa mia. Ma ho avuto veramente una brutta settimana (posso lamentarmi anch'io ogni tanto?). Adesso, finalmente seduta sul treno che da Milano mi riporta a Trieste, posso prendermi il mio Aulin e sperare che tutto il mondo che ho ora sulla cervicale si disperda sui binari. A dire la verità, il miglioramento è già iniziato al momento della partenza (sarà un caso?), quando ho incontrato due amiche di vecchia data. Abbiamo parlato di lavoro, di treni (!), di noi, di tutto, di niente. Probabilmente una conversazione che con un vecchio amico non avrei potuto avere. Non so perché, ma ho questa sensazione. Soprattutto per le questioni di lavoro. Trovo sempre un certo sguardo alienato quando parlo di lavoro a un interlocutore maschio. Come se volesse dirmi: "Ma va? E tu che ne sai di queste cose? Parlami dei bambini, piuttosto". Ma forse sono solo manie di persecuzione. Fatto sta che adesso sto meglio. Ieri pomeriggio, sotto un diluvio che avrebbe inquietato anche Noè, ho incontrato un'altra degna rappresentante della blogosfera femminile: Stefania Boleso, nota alle recenti cronache per aver lavorato dieci anni come responsabile marketing di un'importante società internazionale, ed essere stata poi fortemente incentivata ad occuparsi della sua maternità. Vi piace come eufemismo? Ma, come si dice, ciò che non ti uccide ti tempra, e adesso Stefania, come una moderna Fenice, è risorta dalle ceneri costruendosi una nuova vita professionale. Ma come al solito sto divagando. Dev'essere l'Aulin.
Quello che in realtà volevo segnalarvi, me lo suggerisce Stephanie in un'e-mail, dicendomi: "Un mio amico è stato eletto da poco segretario del PD del suo comune. La prima azione che vuole proporre ai concittadini è: 'Il casalingo quasi perfetto'". Cliccate sul link. La mia amica è intenerita da questa lodevole iniziativa. E anche un po' preoccupata per l'esito che potrà avere. E sicuramente io non miglioro la situazione, visto che posto la notizia poche ore prima dell'evento. Ma comunque mi pare utile segnalare l'esistenza di un uomo, che è anche un politico (cosa che amplifica l'importanza della notizia), che si pone una questione che in genere né gli uomini, né i politici si pongono. Voglio dire, ci vuole una bella sensibilità per dire: "Ci si lamenta che mancano le donne in politica e noi cosa facciamo? Proponiamo percentuali. Molto spesso l'uomo non partecipa nei lavori domestici obbligando di fatto la donna a lavorare oltre il proprio orario lavorativo." Anzi, c'è il sospetto che ci sia una ghost writer alle sue spalle. Ma non maligniamo come al solito. La proposta di allevare giovani casalinghi è semplice ed eticamente, socialmente, economicamente, politicamente utile. Ci voleva tanto? Verrebbe da chiedersi. Magari nessun uomo si iscriverà al corso. Pazienza. Ma è comunque positivo anche solo sollevare la questione. E per una volta, non dobbiamo farlo noi donne.
E qui chiudo, perché sono arrivata in stazione. Mi sta tornando il mal di testa, per cui perdonate refusi, deliri e approssimazioni di questo post. Domani mi saprò rifare.
Buonanotte.

giovedì 18 novembre 2010

Donne in stallo (Austrian version)

Vi ricordate il post Donne in stallo? Beh, andatevelo a rivedere, perché qui abbiamo un aggiornamento in salsa austriaca.
Un'amica mi riporta la stessa iniziativa del parcheggio di Udine (e di altri in Italia), ma con qualche sottile differenza. Riuscite a trovarla? Dai, facciamo come il giochino della Settimana Enigmistica. Solo che la soluzione di questo è molto più facile. A Vienna i parcheggi dedicati alle donne sono indicati con un cartello che dice: "Parcheggio per le donne". Qualcuno potrà trovarlo banale e didascalico in effetti. Noi in Italia siamo molto più fantasiosi, si sa. Noi abbiamo bisogno di luci, colori, suoni ed effetti speciali. Così da noi il cartello si tinge di rosa e ci fa vedere un'ammiccante signorina con la messa in piega. "Perché noi, in Italia, le donne le amiamo". E che male c'è? "Noi alle donne cantiamo le serenate". "Noi alle donne dichiariamo il nostro amore anche sui muri di un parcheggio". "Perché le donne sono tutte bellissime". "Perché senza di loro non potremmo vivere". "Perché sono le madri dei nostri figli". "Perché sono le regine della casa". "Perché ci sostengono, ci confortano, ci consigliano". "Perché noi siamo calienti e invece in Austria sono freddi, e noi sappiamo come riscaldare una donna".
"Perché per una donna noi faremmo pazzie. Purché stiano al loro posto. Anzi, posteggio".

martedì 16 novembre 2010

Le icone contro gli stereotipi

Oggi mi sono presa una giornata libera dal blog. Non ho scritto, non ho fatto ricerche, non ho letto nemmeno un giornale. La cosa deve avervi gettato nello sconforto, perché mi avete sommersa di materiale e di segnalazioni varie. Tipo sportello del cittadino. Non vi preoccupate, il mio non era stress, ma primogenito con 39 di febbre. E come ben sapete, quando un figlio si ammala, la carriera di una donna si ferma. Soprattutto per quelle che lavorano in proprio. Comunque, dopo aver raccolto vomito per tutta la giornata, ora sono qui, alle 22.30, sul divano, davanti al canale 137 di Sky che mi propone il programma Mamma e non solo - "Un reality che indaga la vita delle mamme di oggi, tra lavoro, figli, mariti, sensi di colpa e problematiche di coppia". Roba tosta. Ecco, adesso ho la reale percezione dello stato pietoso in cui verso. Sono però molto soddisfatta della spesa che ho fatto questo pomeriggio col mio secondogenito, e della cena che ho preparato: moscardini in umido con polenta. Mi trovate poco coerente? No, vi prego. Prometto che domani farò la brava: lavorerò, mangerò un tramezzino davanti al computer e ordinerò cinese per il resto della famiglia.
Fra le varie segnalazioni che mi avete mandato, ce n'erano un paio tratte da articoli del settimanale Newsweek. Pare che il giornale tragga spesso ispirazione dai fatti di casa nostra. E come biasimarli. Da un lato c'è tutto un chiedersi come mai continuiamo a tenerci Berlusconi. Un settantaquattrenne che corre ancora dietro alle gonne di ragazzine in cerca di fama e denaro facili. Il senso di quell'articolo è che l'immagine della donna italiana ne esce svilita, perché il capo-ancora-per-poco del nostro Governo usa e abusa del corpo delle donne, riducendole a oggetti a sua disposizione. E fin qui c'eravamo arrivati. L'articolo che invece mi fa riflettere, vuole essere una sorta di premio di consolazione. Leggetelo qui.
In pratica ci dicono: "Su, dai, non vi demoralizzate: ci sono un sacco di donne italiane che non fanno parte della cerchia delle ragazze di Berlusconi e che tengono alto il nome del vostro paese". Bene, penso io, vediamo chi sono. Anna Maria Mozzoni, femminista vissuta a fine Ottocento. Anna Magnani, per aver detto quella celebre frase al suo truccatore: "Le rughe non me le coprire. Ci ho messo una vita a farmele venire". Isabella Rossellini. Sofia Loren. Inizio a preoccuparmi. Le donne che portano avanti il nome dell'Italia, o sono morte o comunque fanno parte del mondo dello spettacolo. Poi mi rianimo un po', perché si nomina Rita Levi Montalcini, che ha 100 anni, ma comunque vale. Oriana Fallaci (anche lei morta, però). Rosaria Capacchione (giornalista molto attiva nella lotta contro la criminalità organizzata, stranamente viva e quindi esempio finalmente degno di questo articolo). Miuccia Prada e Donatella Versace (uff!). Le sorelle Antinori (ma è facile, visto che l'azienda è della famiglia da 600 anni). Poi, presi evidentemente dalla disperazione, si sono messi a ravanare nel passato di celebrità estere e ci riportano come fulgido esempio di donna italiana Sonia Gandhi, nata a Lusiana, in Veneto. A questo punto potevano pure mettermi Madonna, che si chiama Ciccone di cognome. Si riprendono però sul finale, citando Emma Marcegaglia. Non nominano la Camusso, neo eletta segretaria della Cgil, ma si sa che gli americani non amano parlare dei comunisti. E alla fine, proprio associata alla Marcegaglia, arriva la donna che non avremmo mai voluto sentire inserita in questo contesto: Carla Bruni. Cioè, Rita Levi Montalcini e Carla Bruni. Oriana Fallaci e Carla Bruni. Ma pure Sofia Loren e Carla Bruni. Beh, ringraziamo Newsweek per il pensiero, ma mi sa che nemmeno loro abbiano le idee ben chiare di cosa significhi essere una donna impegnata che porta all'estero il buon nome dell'Italia. Insomma, queste "icone contro gli stereotipi", come recita l'articolo, non convincono. Facendo i debiti tagli, ne restano veramente poche. E forse stanno pulendo il vomito dei loro figli.

domenica 14 novembre 2010

Povera Kate

Scelgo il disimpegno per questo post di inizio settimana, così andiamo tutti a lavorare più sereni. Sfoglio il Corriere nella sezione Esteri e mi imbatto in una notizia sconvolgente. Non so se capita anche a voi, ma quando penso agli "Esteri" mi aspetto sempre notizie che mi arrivano da paesi lontani e posti sconosciuti. Mi aspetto reportage da zone di guerra che non siano necessariamente in Medioriente, o approfondimenti su situazioni politiche instabili, tipo in Thailandia. Invece "Esteri" significa quasi sempre Francia, Germania, Inghilterra e magari Città del Vaticano. Ecco, anche in questo caso la notiziona mi arriva dal Regno Unito e fa eco a un'indiscrezione di News of the world. Cavolo però, ci deve proprio essere una noia mortale nel resto del mondo, se gli Esteri si riciclano le notizie dagli altri giornali. Insomma, mi fa piacere che non sia successo nient'altro da nessuna parte. La notizia mi aggiorna sulla famiglia reale inglese. Meno male perché stavo in ansia. Il titolo però era molto interessante: "Una guardia del corpo donna per Kate". Ma guarda un po', ho pensato, vuoi vedere che le nuove generazioni stanno combinando finalmente qualcosa di buono. Vuoi vedere che il principe William, per proteggere la sua fidanzata, ha aperto alle donne. Sì, vuoi vedere. E invece non vedi niente come al solito. Io che già mi immaginavo il cambio della guardia a Buckingham Palace fatto da patriottiche signorine in divisa, sono subito costretta a frenare la mia fervida immaginazione. È vero che William sta cercando una donna che faccia da guardia del corpo alla sua Kate, ma mica per ragioni di quote rosa. Il motivo è molto più pragmatico: siccome la madre Diana aveva ceduto alle lusinghe proprio di una guardia del corpo, e siccome queste guardie sono in genere giovani, carine e aitanti (probabilmente più del principe), allora meglio essere previdenti e far scortare la futura principessa da una donna. E così, in un colpo solo, annulliamo il discorso delle pari opportunità, diamo della zoccola alla buonanima di Diana, e della zoccola potenziale a Kate, che pare quindi non abbia mai incontrato uno più carino di William in vita sua.
Come spesso accade, l'articolo si aggrava poi nel finale, perché si specifica che a Scotland Yard ci sono solamente tre possibili candidate a questo ruolo, per cui sarà facile fare una scelta. Meno male che i figli di Carlo sono solo due, altrimenti avremmo veramente corso il rischio di alzare il numero delle donne in polizia. E comunque, povera Kate.

sabato 13 novembre 2010

Piccoli stereotipi crescono


Visto che era troppo facile pescare nella pubblicità? Ve l'avevo detto.
Questo annuncio compare su un quotidiano locale. Anche in questo caso, possiamo pure tralasciare la mancanza di creatività degli autori, per concentrarci solo sul messaggio. Un messaggio che ci riporta a un concetto antico, quello di Eros e Thanatos. Amore e morte. L'amore della coppia, e la morte della donna. Un presagio del quale quella bambina sembra ancora ignara, mentre solleva, felice, le borse della spesa. Si è appena sposata, la poveretta, ed è già calata nel suo ruolo istituzionale. Non si è nemmeno tolta l'abito nuziale che il suo compagno è già al telefono che pianifica la sua prossima trasferta di lavoro. Ah ma non mi fregano! I miei due figli maschi non avranno mai un telefonino.

venerdì 12 novembre 2010

Il Medioevo su Internet







Bene, la settimana è finita, e starete tutte (mi auguro) progettando un week-end all'insegna del relax e del divertimento. Da sole, con gli amici, con il partner, con i figli. Indifferente. Spero che nessuna si releghi in casa a fare i "mestieri da donna", a meno che non venga aiutata paritariamente da un uomo. Perché dopo i due ultimi post sarebbe veramente troppo. Comunque, se ancora aveste qualche dubbio, vi stronco subito con la mia ultima scoperta. Grazie al commento di Vivi al post "Amore, è per te", vengo a conoscenza di un sito molto rappresentativo del mondo dell'economia domestica. In questo sito sono concentrati tutti i possibili luoghi comuni discriminatori che riguardano le donne. Qui troviamo livelli di barbarie sociali mai toccati prima. Qui il Medioevo rivive i suoi fasti senza che all'orizzonte appaia nessun segno di Rinascimento. Qui abbiamo la dimostrazione che l'intero universo commerciale ci vuole male e che, tutto sommato, a Giovanna D'Arco è andata pure bene. Andate su Desideri Magazine. Andate, andate. Ma attenzione: ci sono contenuti espliciti che possono offendere la sensibilità degli individui. Io non mi assumo nessuna responsabilità di malori o svenimenti. Insomma, prendete le stesse precauzioni che avete preso quando siete andati a vedere The Blair Witch Project. Solo che quella era una bufala. Questo sito no.
"Nuove idee ogni giorno per aggiungere un piccolo extra alla vostra vita". Detto così sembra interessante. Chissà quale extra potrebbero darmi. Sono curiosa. Anche se un primo dubbio mi viene dalla pubblicità che gira tutt'intorno alla home page: nuovo Dash smacchiabianco. Indago meglio, e mi rendo conto che l'extra di cui tanto si parla non ha nulla a che vedere con il mio piacere personale, ma semmai con quello dell'uomo. Gli extra sono infatti tutti i prodotti che agevolano la gestione domestica. Dalla pulizia, alla cucina, alla cura dei bambini. Non discuto sull'impostazione commerciale dell'iniziativa, ma sui contenuti privi di fondamento reale. Si offrono alle lettrici argomenti vuoti, banali, superficiali, da cui le donne escono molto male, perché appaiono stupide, ignoranti, capaci solo di tenere un aspirapolvere in mano, di parlare di doppie punte, di inseguire un uomo per farsi sposare in età fertile. Dite che esagero? Andate nella sezione Vita in famiglia allora. Lasciate perdere l'articolo "selezionato per voi" (Come tenere il micio lontano dai vasi), e leggete uno dei top 5: "Macchine fotografiche, cosa sapere prima di acquistarla e le novità che ci aspettano." Chiudete anche un occhio sull'errore ortografico. Che cosa vi aspettereste da un titolo così? A parte ricevere in regalo un robot aspirapolvere Roomba, ovviamente. Personalmente mi aspetterei delle informazioni sulle ultime reflex digitali. Sulle funzionalità avanzate delle impostazioni. Sui formati con cui posso salvare le immagini. Beh, scopritelo voi stessi. Vi riporto semplicemente degli stralci di articolo.






Per valutare una fotocamera digitale dobbiamo considerare alcune funzioni che fanno la differenza sia nell'uso che nel prezzo.
La grossa differenza con la macchina fotografica a rullino è che nella digitale le immagini si fissano su un microprocessore, cioè un "sensore di immagini" (detto CCD) anziché su un supporto fisico come la pellicola. Se con il rullino tradizionale si stava ben attenti a "non sprecare" gli scatti, con le fotocamere digitali potete fotografare molto di più perché le foto che non ci piacciono possono essere cancellate senza costi.

Cioè, mi stanno spiegando la differenza tra una macchina fotografica digitale e una con il rullino! Ma non contenti, mi spiegano ancora un altro dettaglio fondamentale per diventare un'esperta di fotografia.

La maggior parte delle fotocamere digitali funzionano con batterie a pile. Naturalmente, a secondo di quanto la si utilizza, sarà bene scegliere il tipo di pile che rispondono alle vostre esigenze. Se ne fate un uso moderato o discontinuo, conviene adoperare batterie di nuova generazione che rilasciano energia dosandola a seconda della necessità. Per chi è una fanatica dello scatto sarà preferibile utilizzare delle ricaricabili. Anche la scelta delle pile ha dunque una fondamentale importanza, sia nella durata sia nelle prestazioni dell’apparecchio.

Se acquisterete una fotocamera digitale, vi troverete alle prese con filtri e plug-in. Niente paura. In ogni fotocamera che si rispetti ci sono istruzioni semplici ed esaurienti che indicano ogni funzione dell’apparecchio. Sappiate fin d’ora comunque che non è nulla di complicato ma sono strumenti per fotografare in determinate condizioni: ad esempio in modalità "notte", con riconoscimento viso o con effetti diffusione o di luce particolari o con il flash che evita i tipici "occhi rossi"

Avete capito? O avete bisogno che ve lo rispieghi? Ma innanzitutto: sapete che cos'è una macchina fotografica? No, perché qui lo si dà per scontato, e secondo me qualche donna che si mette in posa per il dagherrotipo c'è ancora.
Domanda: qual è il target di questo articolo in pieno stile Wired? Mia madre? Potrebbe essere, visto che non ha mai tenuto in mano una macchina fotografica in vita sua. Però mia madre, che è una molto coerente, non naviga nemmeno su Internet, per cui non avrà mai il piacere di farsi una cultura su questo sito. E allora? Non trovo risposta. A meno di non considerare quella poveretta che a Vienna è stata reclusa per diciott'anni in un sottoscala senza possibilità di uscire.
Mi sono dilungata su questo articolo perché mi è sembrato quello più emblematico sulla presunta condizione delle donne secondo buona parte del nostro sistema economico. E c'è da riflettere, dopo aver riso. A me sembra tutto molto preoccupante. Ma non voglio rovinarvi il sabato, che magari dovete andare a fare proprio delle belle fotografie in giro. Vi lascio con la lista degli argomenti trattati sui forum di questo sito. Mi raccomando: non perdeteveli!

Capelli / Dimagrire / Occhi gonfi / Gambe pesanti (insomma, uno sfacelo totale)
Armonia di coppia / Denti bianchi / Profilattici: perché ancora ci vergogniamo? / Sport in estate

Basta, basta!

giovedì 11 novembre 2010

"Amore, è per te"

Ero contraria a scrivere di donne e pubblicità. Perché il discorso è complesso, perché poi si generano dibattiti scontati, perché è troppo facile e perché poi rischio di fare la saccente. Ma l'annuncio della Nikon con l'aspirapolvere la faceva troppo sporca, e ho fatto uno strappo alla regola. Adesso però, come quando dici "Prendo solo un cucchiaino di Nutella e poi basta" e poi non riesci più a smettere, mi è venuta voglia di scriverne ancora.
Giustamente Sabri mi segnala uno spot che ha generato inquietudine tra molte donne. Si inserisce in quella letteratura storica dei prodotti per la casa, in cui una donna ci spiega come la sua vita sia cambiata con l'arrivo del nuovo prodotto igienizzante. Ed è sbalordita di come in un attimo, quando meno te lo aspetti, le cose possano cambiare così tanto. Questa donna pare domandarsi "Ma come ho fatto a vivere in questo cesso per così tanti anni?" E in effetti non possiamo che darle ragione, osservando le incrostazioni che ci mostra con ingiustificata nonchalance. Sono stratificazioni millenarie di composti organici (e a questo punto anche fossili), che ricoprono parti intere della casa. E quando non le ricoprono, SI ANNIDANO. Lo sporco si annida. I germi si annidano. Si annidano gli acari, le pulci, le zecce. Tu sei lì che lavi, che strofini, che scartavetri, ma non serve a niente, perché qualche micron di sporco, qualche particella infinitesimale, qualche neutrino scampato al big bang ci sarà sempre. Ed è inutile che spruzzi, che detergi, che radi al suolo col napalm. I germi esisteranno fintanto che esisterà la pubblicità.

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Insomma, questa donna ha probabilmente finito di spolverare tutta la casa e si gode un film con il suo fidanzato/compagno/marito. Suonano alla porta. Stranamente si alza lui: "Amore, è per te" E chi si ritrova la signora davanti alla porta? Una palla di polvere antropomorfizzata con tanto di trolley al seguito, del tutto intenzionata a ristabilirsi a casa sua. Questo non può che gettare la povera infelice (e noi con lei) nella disperazione più totale. Perché è dura fare i conti con la consapevolezza che "la polvere ritorna sempre". Insomma, questa palla grigia si sistema sul tavolino davanti alla TV, costringendo il pover'uomo a sporgersi di lato per continuare a vedere il film, mentre la donna ha una nuova missione da compiere. Riuscirà la nostra eroina a riportare la pace in famiglia, cacciando il nemico? Per fortuna lo spot ha un lieto fine: esiste un prodotto miracoloso che manderà via la polvere per sempre e tutti vivranno felici e contenti. Questa pubblicità ha diversi risvolti inquietanti. Cercherò di non fare la maestrina parlandovi dell'assoluta mancanza di creatività dell'agenzia che l'ha prodotta. O della demenza dell'azienda che ha approvato (e forse suggerito) questa versione moderna di Blob-il fluido che uccide. Mi concentrerò solo su quegli aspetti che mi inchiodano al divano come quando vedevo il semaforo di Twin Peaks che ondeggiava al vento, o come quando atterrava l'astronave dei Visitors accompagnata da quella terrificante colonna sonora. Intanto, se entrasse in casa mia un cumulo di polvere animato con valigia, come minimo griderei come un'aquila: "MA SEI DEFICIENTE A FARLO ENTRARE???" Dopodiché, probabilmente, mi farei ricoverare al centro di igiene mentale. L'altro aspetto che mi atterrisce, è la pretesa di questo spot di far rientrare in una normale scenetta familiare il fatto che un uomo possa starsene comodamente seduto in divano (oltretutto infastidito), mentre la donna deve combattere contro Alien. Terzo elemento: i protagonisti avranno sì e no venticinque anni. Questa, a dire la verità, è stata la cosa che più mi ha turbata. E anche indignata. Perché possiamo pure accettare (non lo faremo mai) che una coppia di sessantenni abbiano di questi comportamenti. E se la pubblicità ce li mostrasse così, potremmo pure dare la giustificazione che in fondo, nella maggior parte dei casi, corrispondono alla realtà. Ma siccome i sessantenni in video vengono male, allora ci hanno messo due attori che sembrano usciti dalla casa del Grande Fratello. Ma allora non mi sta più bene la scenetta che mi propongono. Voglio dire: spogliatevi nella doccia, fate sesso sotto le lenzuola illuminate dalla luce verde delle telecamere a infrarossi, ballate la lambada. E poi, pulite la casa. Ma INSIEME.
Visto? Bastava così poco per rendere realistico uno spot.

C'è poi una sorta di sequel, anche se involontario. La donna, diventata più grande, gioca a fare la manager d'azienda dialogando con uno scopettino. La poveretta ormai è esaurita, è evidente. Dopo essersi vista arrivare a casa una palla di polvere semovente non si è più ripresa. E allora eccola licenziare in tronco il suo scopettino per il suo basso rendimento sul lavoro. Non possiamo che intenerirci di fronte a questa scena, perché sappiamo bene che quella donna non diventerà mai manager d'azienda. Vi lascio con questo finale malinconico:

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mercoledì 10 novembre 2010

"Family life"

Questi giorni sono trascorsi serenamente tra orge di palazzo, arresti per furto, esternazioni contro i gay, indagini per favoreggiamento alla prostituzione e, infine, la Conferenza nazionale sulla famiglia, che, devo dire, potevano anche avere il buon gusto di non fare, considerato il tema imbarazzante che tratta.

La famiglia.

Qualcuno si ricorda cos'è? A che serve? Perché esiste? Ma esiste? Eh lo so, voi rivoluzionari che non siete altro passate le giornate a desiderarne una. A parlare solo di questo. Ma non avete molte speranze, perché, si sa, l'Italia è un paese reazionario e conservatore, per cui la famiglia non rientra certo tra le priorità. Il concetto di famiglia, per il Governo (non solo questo, eh) consiste in uomo + donna + figlio + figlio + figlio + nonni + casa pulita e cena pronta. Si tratta di un nucleo però completamente avulso dal contesto sociale ed economico nel quale viviamo. Cioè, è come se parlassero di entità che abitano nel boschetto della loro fantasia. E la dimostrazione ce l'abbiamo appena aggiungiamo la variabile LAVORO tra gli addendi della formula familiare del Governo. Aggiungendo il lavoro, il risultato cambia così: uomo (lavoro) + donna (lavoro) + figlio. Se va bene. I nonni stanno a casa loro, la casa non è più pulita e la famiglia deve andare a cena fuori o comprare costosissimi surgelati o piatti pronti, il che li obbliga a guadagnare (e lavorare) di più, finendo in un circolo vizioso infinito. E comunque scordatevi i figli. C'è ancora un'alternativa, che riabilita i nonni: uomo (lavoro) + donna + figlio + figlio + figlio + nonni. Cioè, l'uomo lavora, la donna sta a casa con i figli e i nonni pagano le spese e la casa. Non se ne esce. Ovviamente, noi che siamo il futuro, noi che traghetteremo il paese verso la modernità, viviamo tutti in case lerce con frigoriferi vuoti e ci nutriamo di tartine agli aperitivi per non doverci cucinare una cena. Qualcuno ha dei figli, di solito nati da coppie di fatto che non se la sono sentita di mettere una firma sul loro roseo avvenire. E questi figli crescono, peraltro molto amati, con il must di indossare sempre le pantofole a casa, per non sporcarsi le calze. Mio figlio mi dà spesso una mano raccogliendo le briciole dal pavimento (quando non se le mangia).
Tempo fa ho letto un articolo che diceva che gli uomini hanno guadagnato in media 18 minuti in più al giorno per stare con i bambini. Le donne invece hanno perso dei minuti per stare di più al lavoro. In questo scambio di minuti però, nessuno si occupa più delle faccende domestiche. Oggi invece apprendo che non è così, e che le faccende domestiche, in un modo o nell'altro, sono sempre compito della donna. Perfino nei casi più estremi, in cui la donna è laureata, lavora e non ha figli. Anche in quel caso il compagno farà sempre meno di lei in casa. Non stento a crederlo. Per chi volesse approfondire, può leggere questo articolo, che ha fatto un discreto scalpore in rete.
Quello che capisco dall'indagine dell'Istat, è che io sono l'unica che vive in una casa mediamente sporca, non stiro le lenzuola e ho un database fornitissimo di ristoranti che fanno servizio a domicilio. Pare che le altre donne infatti, per quanto lavorino, non smettano di occuparsi delle faccende domestiche. È più forte di loro: non riescono a mollare. Eppure, fra la mia cerchia di conoscenze, i maschi domesticamente attivi sono tanti. Cucinano, lavano, stirano, e qualcuno particolarmente zelante, si lamenta anche dell'imperfezione del lavoro della compagna, pretendendo di dare lezioni su come si passa lo straccio bagnato sul parquet (posso portare testimonianze audio e video su questo). E allora? Allora niente: dobbiamo prendere atto di essere una minoranza di rivoluzionari per nulla rappresentativa del resto dell'Italia. E farci invitare più spesso a cena dalla maggioranza.

martedì 9 novembre 2010

Oh porca miseria

Volevo, per una volta, postare un commento gioioso e ottimista sulla parità tra sessi, ma l'entusiasmo mi si è smorzato subito. Per questo ho sentito l'impellente esigenza di gridare il mio stato d'animo nel titolo. Insomma, leggo questa bella notizia che in molte aziende italiane si è raggiunta la parità tra il numero di uomini e donne impiegate. In alcuni casi il numero delle donne è addirittura maggiore. E no, non si tratta di asili nido. No, nemmeno di ospedali infantili. Uffa, finitela, non sto parlando nemmeno dei Laboratoires Garnier. Le donne sono l'85% in Sodexo, azienda che si occupa di soluzioni per la qualità della vita quotidiana. E chi meglio di una donna sa cosa sia VERAMENTE la qualità della vita, senza confonderla con la buona cucina e la casa pulita. Lo sa perché è costantemente impegnata a inseguirla per sé, questa benedetta qualità, dopo averla dispensata a tutti gli altri. Gratis. In Invatec invece, le donne sono l'80%. L'azienda è attiva nel settore biomedico. Pensa un po': le donne sanno anche fare scienza e ricerca. Non vi eravate accorti che uno dei più grandi scienziati italiani ha i capelli viola ed è una donna? O pensavate che Rita Levi Montalcini fosse famosa solo per la sua età? Poi abbiamo Europe Assistance con il 66% e Nielsen (ricerche di mercato) al 60%. Bene no? Ci sono dei segnali positivi. Le donne stanno addirittura arrivando a ricoprire le posizioni dirigenziali, oltre che quelle impiegatizie. Piano piano, pare, visto che le percentuali risultano essere sempre molto stitiche. Cioè, non so se ci sia molto da esultare sentendo che Intesa San Paolo ha aumentato il numero delle direttrici di filiale del 9%. Che significa? Che su 100 filiali adesso 9 sono dirette da donne? Uau. La Carfagna lo sa? Sta già tremando sulla sua sedia? Il Ministero delle Pari Opportunità è già in via di liquidazione? Comunque, volendo essere ottimisti, in ogni caso non riesco a digerire la batosta che mi arriva da questo articolo: fra le banche, quella ferma al palo con un 42% di donne è Unicredit. La MIA banca. Le altre pare facciano molto meglio. Non solo, ma a sfregio, Unicredit in Europa ha numeri più lusinghieri. È proprio in Italia che si accaniscono. Evidentemente trovano terreno fertile. Resta il fatto che Benedetta Gargiulo, autrice di Donne in ritardo, ha il suo conto corrente nella banca con la minor percentuale di donne. Sto pensando di citarli per danni alla mia immagine. Per compensare, minimo devo trovarmi un posto in Sodexo, dove mi occuperò finalmente della qualità della mia vita.

lunedì 8 novembre 2010

Lettera a Babbo Natale

Va bene, rassegniamoci, Natale è alle porte. Ho incontrato più di qualcuno che ha già approfittato dei benevoli sconti di qualche libreria per iniziare a comprare i primi regali. Io in genere appartengo a quella categoria di disorganizzati cronici che passano tutto il periodo prefestivo ad ascoltare canzoncine fatte di slitte, gnomi e campanellini, e poi si ritrovano il 24 pomeriggio a dover fare una sorta di triathlon degli acquisti: arrivi con la macchina, cerchi posteggio per due ore, torni a casa per lasciare la macchina, prendi l'autobus, fai il tuo percorso di corsa per le strade della tua città e poi strisci di nuovo a casa. E poi mi dicono che non faccio abbastanza attività sportiva. Io, con le calorie che brucio il giorno della vigilia, posso permettermi tutti gli stravizi delle feste senza mettere su nemmeno un chilo.
L'avete scritta la letterina? O, detto in modo trendy, che fa tanto più figo: ce l'avete la wish list? Avete comunicato a tutti che regalo volete per Natale? Come sempre, il settore tecnologico andrà per la maggiore. Un telefonino nuovo serve sempre. Un lettore mp3. Una cornice digitale. Poi ci sono i grandi classici: libri e musica. Io non ce l'ho una wish list. Ma ho ben chiara la thriller list, cioè la lista di regali che non vorrei mai ricevere. Tra questi annoveriamo composizioni di biancheria per la casa a forma di cigno che racchiudono una pirofila di ceramica, l'ultimo profumo di Calvin Klein, pantofole con foggia anni 20 in pelo sintetico blu fluo, copertine in pile, copertine in lana, copertine con fantasie trapuntate della nonna, scaldotti, scaldamuscoli, borse dell'acqua calda a forma di papera o di qualsiasi cosa che abbia la presunzione di sembrare divertente. Sono tutti regali che negli anni ho realmente ricevuto, e che non ho nemmeno potuto riciclare per non perdere la faccia. Beh, dai, arriviamo al dunque. Sapete qual è il regalo più ambito per le donne a Natale? Sapete che cosa ha in serbo il marketing della Nikon per noi? No, niente gigolo. No il viaggio ai tropici no. Un 10% in più di quote rosa? Nemmeno. Niente di tutto ciò. E niente che vi possa interessare, quindi. Il marketing della Nikon, tenetevi salde alle vostre sedie, anzi, ai vostri fornelli, al vostro carrellino della spesa, alla vostra mensola dei detersivi, vi regalerà un aspirapolvere! Frenate l'entusiasmo: non a tutte. Solo a quelle che acquisteranno una nuova Nikon (per regalarla al marito, immagino, perché voi cos'avrete mai di tanto interessante da fotografare, il cesso pulito?). Vi faccio vedere l'annuncio, segnalatomi da Sabrina.



L'annuncio continua, spiegandoci che si tratta di "un'occasione fantastica per regalarti l'esclusivo robot aspirapolvere che pulisce da solo casa e che assicura la pulizia totale di qualsiasi superficie, fino all'ultimo granello di polvere!" La conclusione esalta un binomio che noi tutti abbiamo sempre condiviso: "Oggi regalarsi il massimo della fotografia, ti regala il massimo della pulizia!" Voglio dire, si sa che quando si parla di macchine fotografiche, la prima cosa che ti viene in mente è se hai pulito casa.
A dire la verità, quando ho appreso dell'autonomia di questo robot, che pulisce tutto da solo, ho pensato subito a una sorta di mutante con doti igieniche sovrumane. Una specie di Wolverine che al posto delle lame affilate, sfodera tutti gli adattatori per raggiungere ogni anfratto dell'appartamento. Ho anche fantasticato sessualmente su di lui. Ma non ci sono cascata. Quando ti regalano qualcosa, non si tratta mai di nulla di così eccezionale.
Insomma, papà ha la sua bella Nikon nuova, e la mamma l'aspirapolvere che ha sempre desiderato. Così sì che la coppia può dirsi veramente felice. Credetemi, facendo questo lavoro ne ho viste veramente tante di boiate. Molte le ho fatte io stessa. Ma un volo pindarico come questo non l'avevo ancora visto. Intendo, va bene ricevere il morbido orsetto quando compri l'ammorbidente, vanno pure bene le 16 bottiglie di vino con l'enciclopedia, ho visto addirittura regalare buoni benzina per l'acquisto di un'etichettatrice professionale, che comunque si restava nell'ambito aziendale, ma l'aspirapolvere con la macchina fotografica mai. E la proposta stride perché sono due mondi anche concettualmente lontani: tecnologia/lavori domestici, creatività/manualità,  uomo digitale/donna analogica. Se proprio volevano dirci che la tecnologia è finalmente entrata nel settore domestico e fare tanto i moderni, non dovevano toglierci la libertà di sceglierci il nostro regalo di Natale. Avrebbero potuto pure pensare che, forse, ci sono donne che usano molto bene la macchina fotografica e molto male la scopa. E uomini che invece sono bravissimi a lucidare, ma pessimi a fotografare. Non so perché, ma mi è venuta un'insana voglia di rispolverare (questa sì) la mia vecchia Canon col rullino, per immortalare un Natale all'insegna della vera tradizione.


Diario di un fine settimana

Pare che un blog sia una sorta di diario personale, in cui l'autore annoti pensieri personali, fatti accaduti (più spesso soltanto nella sua fantasia), considerazioni, deliri vari. Ecco, mi pare che finora, a parte qualche rapida incursione nella mia vita domestica, ci sia stato poco diario. Oggi, per soddisfare il target dei guardoni (per intenderci, tutti quelli che passano le ore su facebook a esaminare le foto di amici di amici, o che spulciano le liste dei contatti di ognuno per vedere chi conosce chi e se si scrivono sulle rispettive bacheche), racconterò quello che ho fatto nel fine settimana. Ma siccome il web richiede sintesi, per brevità parlerò soltanto del sabato. Tutti gli altri possono tornare domani, a leggere uno dei miei soliti post. Ma tanto lo so che leggerete tutti fino in fondo. Inutile che facciate tanto gli intellettuali.
Dunque, il mio week-end inizia sabato mattina, con classico giro in centro con le amiche. Un caffè, qualche vetrina, qualche incontro con gente che ti dice meravigliata: "Ti vedo bene!", ovviamente tutti chiedono dove io abbia abbandonato i miei figli, immaginandoli sottratti dai servizi sociali. In questa cornice, si muovono migliaia di persone che, come me, ricercano un po' di relax fluttuando senza meta per le vie già addobbate per il Natale (tanto che mi sono chiesta se le abbiano mai tolte, dall'anno scorso, quelle cavolo di decorazioni). Lo scorso sabato ero rimasta folgorata dalla visione di tre giovani padri con passeggini. Questa volta noto una cosa molto particolare delle coppie che circolano con i figli al seguito: chi spinge il passeggino è sempre l'uomo. La donna in genere cammina con un'espressione di stupore dipinta sul volto, come a dire: "Cazzo, non ho niente attaccato alle mani!". Il padre invece è pienamente soddisfatto dal compito assegnatogli. Come quando gli dicono di tagliare il cordone ombelicale dopo il parto. Cioè, lui è l'uomo. Il passeggino lo guida lui. Perché è un lavoro di fatica, e a lui piace aiutare la sua compagna. Fateci caso. Avete mai visto una coppia passeggiare e la donna portare il passeggino? Molto raramente. E in quei casi state certi che è così perché la coppia ha appena litigato, o lui le ha appena detto che non potrà venire al pranzo con i parenti perché c'è il Gran Premio. "Ma vaffanculo. Dammi il passeggino, va'". A chi mi diceva che la realtà della vita è molto diversa dai sabati mattina trascorsi per le vie del centro, non posso che dare ragione. Probabilmente, se durante la settimana i padri si sobbarcassero i figli in egual misura delle donne, non sarebbero più così solerti a portare il passeggino, che verrebbe quindi equamente spinto, tipo dieci minuti a testa, da ognuno dei due.


Comunque, il mio sabato si intensifica nel pomeriggio, quando il secondogenito si sveglia dal sonnellino con un orecchio incrostato di sangue. Alla notizia che dobbiamo andare tutti al pronto soccorso dell'ospedale infantile, il primogenito esulta. Primo perché erano giorni che mi implorava di andare a giocare all'ospedale, perché i giochi che hanno lì sono fantastici (il che mi ha fatto subito sospettare che avesse attentato lui alla vita del fratello per raggiungere il suo obiettivo). Secondo perché non era lui a dover essere visitato. Rifocillo i nani perché non si sa mai quanto ci si mette al pronto soccorso, spiego a Lorenzo che quella non è una gita per cui non possiamo portarci la borsa frigo, montiamo in macchina e partiamo. Ovviamente non era niente, ma comunque Lorenzo ha tenuto ad informare il pediatra di turno che lui da grande farà il dottore dei bambini, perché ci sono tanti giochi. E mentre si disquisiva di ciò, il piccolo sbraitava come una sirena, offesissimo per essere stato visitato a tradimento e aver subito l'onta del fratello che gli dava dello sfigato. Poi Lorenzo, credo per fare un sopralluogo più approfondito, inizia a bighellonare per il pronto soccorso. Il dottore lo richiama più volte chiedendogli di non allontanarsi e di stare vicino alla mamma (in quel momento impegnata in una lotta all'ultimo sangue per chiudere le fauci dell'alligatore che si dimenava in braccio). Ma niente. Poi, quando la fa troppo sporca e cerca di aprire una porta, un'infermiera lo incenerisce sibilando: "VAI DALLA MAMMA". E in un nanosecondo mi ritrovo Lorenzo attaccato alla giacca, non sapendo nemmeno lui come. Il dottore, muto e col capo chino riprende a scrivere il verbale e il piccolo, per un attimo, smette di piangere. Non c'è niente da fare, i bambini riconoscono subito l'autorità femminile. Ci sarebbe da scoprire adesso, quand'è che smettono di farlo. Ci sarà un evento traumatico nel loro processo di crescita? Che ne so, quando iniziano i baffi finisce anche il rispetto per la donna? Non so se riusciremo mai a scoprirlo.


La giornata termina a teatro, per uno spettacolo molto bello su Puškin e Mozart - artisti della libertà, in cui recita un vecchio amico. Lo spettacolo previsto per il giorno dopo da quella rassegna è tratto da "Lo stupro" di Franca Rame. Ecco, non sempre c'è un lieto fine nei diari. Infatti oggi è lunedì, e il fine settimana è finito.

venerdì 5 novembre 2010

Il bello e la bestia

Scusate se insisto, ma il mondo delle favole e dei film Disney continua a turbarmi profondamente. Soprattutto recentemente, dopo le ultime due settimane di bora che hanno definitivamente scardinato la parabola di Sky, lanciandola appunto nello sky, i bambini non hanno più i loro canali dedicati dove tutto è equo e solidale, dove i Teletubbies sono sempre molto gentili fra loro e non si prendono mai a clavate, da dove in ogni cartone animato è sparita l'ingiustizia, il dolore, la paura. Probabilmente stiamo allevando dei serial killer, ma lo scopriremo soltanto fra una decina d'anni. Comunque, in assenza di segnale, torna in auge il buon vecchio lettore dvd, che ci fa vedere centinaia di volte sempre gli stessi film. Di Biancaneve e Cenerentola abbiamo già parlato ne "I sogni son desideri". Ho parlato degli Incredibili. Ma poi ne scopro sempre di nuovi, e non posso fermarmi. Oggi vi parlerò de "La bella e la bestia". Non ci girerò tanto intorno, ma farò subito una domanda diretta: sarebbe verosimile la versione maschile della Bella? Cioè, sarebbe plausibile Il bello e la bestia? Un uomo carino, dolce, colto e profondo al punto tale da guardare oltre l'aspetto esteriore della donna (bruttissima e cattivissima) e innamorarsene? Dubito. Magari la bruttezza potrebbe pure essere superata, ma la cattiveria no. E comunque la bruttezza si perdona molto di più a un uomo che a una donna. La Bestia del film è un uomo che, oltre a essere orrendo, è anche un bastardo incredibile. La donna brutta invece, di solito, deve sempre compensare con una bontà d'animo fuori dal comune. Fateci caso. Anzi, di solito il bastardo "chiama" di più. Ce lo insegna da trent'anni Marco Ferradini con Teorema. Ma la donna scorbutica no. Non va bene. La scelta deve essere per forza tra bella e buona. Guardate, l'esempio lampante ce lo dà proprio la Disney stessa, in cui tutte le donne brutte e cattive fanno sempre, inevitabilmente, una brutta fine. Vi viene per caso in mente una storia in cui sia un uomo a finire male? Potremmo dire qualcosa sul cacciatore incaricato dalla matrigna per uccidere Biancaneve. Ma no, perché alla fine si pente e le dice di scappare. Poi? Crudelia Demon, Ursula della Sirenetta, la matrigna di Cenerentola (e le sue figlie), la matrigna di Biancaneve...Ah sì! Il maggiordomo degli Aristogatti. Ma ben poca cosa in confronto alla perfidia di una Crudelia che ha addirittura il coraggio di farsi la pelliccia col pelo dei cuccioli. Insomma, la cattiveria (e la bruttezza) è donna. C'è poco da fare. E con mio grande sgomento, scopro che il mio primogenito ha già fatto suo il trinomio brutto-cattivo-donna, fermandosi impaurito davanti a ogni anziana con la borsa della spesa che incontriamo per strada. Gli anziani maschi invece vanno bene. Perché fanno tanto Geppetto.

giovedì 4 novembre 2010

"La mia segretaria"

Oh, ma guarda un po': le donne avanzano come un fiume in piena. La loro ascesa verso il potere è ormai inarrestabile. Adesso ci sarà pure una donna al vertice della Cgil, pensate che roba. Fra un po' non avremo nemmeno più bisogno della Carfagna. Ieri hanno eletto Susanna Camusso leader del più grande sindacato italiano, al termine del mandato di Epifani. La notizia è ghiotta per i giornalisti, che come zanzare su un neonato di tre mesi, si buttano a capofitto nelle interviste. Piano. La notizia intanto, è che cambia il segretario della Cgil, e che ci sono un bel po' di problemi da risolvere. Poi possiamo pure far notare come per la prima volta nella storia di questo sindacato, sia stata eletta una donna. Ma la Camusso non ne parla. Si concentra subito sui problemi da risolvere. Parla del Governo e delle alleanze con gli altri sindacati. Manifesta emozione e commozione per la sua elezione, ma non dice nulla sul fatto che, stranamente, lei è una donna che ricopre un ruolo di responsabilità. Evidentemente le sembra normale. Ne parla invece Epifani, a cui forse la cosa dà più nell'occhio. E lo fa usando delle parole involontariamente comiche. Riporto da Repubblica.it: "Si è superato un ritardo inaccettabile - ha detto il segretario uscente Guglielmo Epifani, ricordando che per una donna nel mondo del lavoro 'è tutto più difficile'. - Sarà una grande segretaria della Cgil - ha affermato - sarà la mia segretaria". Lo so, sono sempre troppo maliziosa, ma questa affermazione di Epifani, sul fatto che la Camusso sarà la sua segretaria, a me fa troppo ridere, perché già me la vedo a preparargli il caffè la mattina, a fargli le fotocopie e ad aggiornargli l'agenda. Ma no dai, non sarà così in realtà. Andrà tutto bene. Questa qui si è fatta la militanza seria, quella nelle fabbriche dell'Ansaldo e della Fiat, si è fatta gli anni di piombo, la mobilitazione e soprattutto, è riuscita a stare 35 anni in un sindacato che, per quanto di sinistra, era comunque molto maschilista, il che ci dimostra che si tratta di un concetto veramente trasversale. La Marcegaglia, esprimendo le sue congratulazioni, si dice speranzosa che la Camusso riesca a governare la parte più conservatrice del suo sindacato. Ovviamente intende quella conservatrice dal punto di vista politico. Ma forse anche da quello di genere. Sarà interessante vedere due donne rappresentare gli interessi di due parti così opposte dell'economia: da una parte le industrie e dall'altra i lavoratori. Che poi, chi l'ha detto che debbano essere opposte. Anzi, il loro lavoro dovrebbe essere quello di farle funzionare assieme, per il benessere di tutti. In mezzo però si dovranno entrambe interfacciare con il Governo. Purtroppo. Un Governo che finora non ha certo manifestato un grande rispetto per le figure femminili, suddivise superficialmente nelle macrocategorie di "brutte" e di "escort". La Marcegaglia è una bella donna, forse verrà considerata tra le escort. La Camusso invece, porta i segni di ogni singolo giorno di militanza, e temo che finirà tra le brutte. Ma che importa? Tanto nessuna delle due categorie godrà della considerazione del Governo. Povere le "nostre segretarie".

mercoledì 3 novembre 2010

WC

No, rispetto a ieri le cose non sono migliorate. Per chi morisse dalla voglia di saperlo e per tutti quelli che non hanno il calendario di Frate Indovino, oggi è San Giusto, patrono della mia città. E artefice di uno dei più bei ponti dell'anno. Questa volta era proprio una manna: sabato, domenica, lunedì festivi, martedì ponte, e mercoledì festa patronale.
Ovviamente io oggi lavoro in una città che non è la mia, dove sono arrivata con un'ora di ritardo perché non ci siamo capiti sul posto e dove coltivo la mia influenza scoppiata nel momento stesso in cui è suonata la sveglia stamattina all'alba. Ho 8 ore di lezione consecutive e due tonsille che mi fanno parlare come Lisa Simpson. Per far calare la febbre mi sono appena presa due aspirine insieme, il che mi causerà un coma neurovegetativo in macchina. Ma sono una donna perdinci! Non staremo mica qui a lamentarci come un uomo? Ho una missione da compiere, al di là del lavoro: devo portare avanti questo blog.
Il caso mi viene incontro (almeno lui) e mi fa notare un altro di quegli esempi di segnaletica oscura che lanciano messaggi incomprensibili e subliminali alle persone ignare di tutto. Come un disco in vinile letto all'incontrario, da cui si sentono messaggi del diavolo o canzoni di Marilyn Manson, a seconda dei casi.
Banalmente, si tratta dei segnali dei bagni. Uno per le donne e uno. No, non è un mio errore di battitura, guardate qua:




















Cioè, i bagni sono vicini. Sono sullo stesso piano, non ce ne sono altri. Insomma, è inutile che la cercate: la versione WC MASCHI non c'è. Ovviamente, sotto l'effetto di analgesici assunti irresponsabilmente, inizio a farmi dei trip mostruosi sul bagno da scegliere. Resto inebetita per mezz'ora a studiare le alternative tipo libro game. O, per i più giovani, tipo Lara Croft. Dunque, la scritta WC non mi impedirebbe di entrare. Quindi potrei farlo. Però le femmine sono esplicitamente indicate dall'altra parte. Insomma, io sono una femmina? Direi di sì. Ma forse non abbastanza. Forse per uomini e donne normali c'è un bagno in comune, e per le femmine speciali, quelle che proprio non potrebbero mai rinunciare allo smalto sulle unghie e allo shopping compulsivo, hanno previsto una zona a sé. Beh, a me piace lo shopping. Oddio, non so fino a che punto però. Oh insomma! Me la sto facendo addosso. Oggi mi sento donna più che mai (perché lavoro con 39 di febbre e non mi sono accasciata al suolo come avrebbe fatto un uomo), quindi: ENTRO. Tutto a posto. Non mi fanno provini per le veline, né per la prossima festa del Presidente del Consiglio. Il sapone è rosa, ma che c'entra? Nell'altro bagno non sono ancora entrata. Non so, c'è qualcosa che mi intimorisce. Forse la luce spenta. E si sa che una donna è più sicura sotto un lampione. Aspetterò che passi l'effetto delle aspirine e poi vado a vedere. Nel frattempo, se avete delle teorie, comunicatemele. 

martedì 2 novembre 2010

Tutte in miniera

Oggi è una giornata deprimente. L'ho scritto anche su facebook: mi sento come uno dei personaggi di Bret Easton Ellis, in declino verso un baratro oscuro. E per confermare la citazione letteraria, il destino mi fa incappare in un articolo che parla proprio di un mondo sotterraneo. Leggetelo qui.
È la storia di Patrizia e Valentina, le uniche due minatrici italiane. Due donne che hanno studiato per questo e che sono felicissime di farlo. Fra l'altro, questo articolo sfata anche il luogo comune che il lavoro in miniera sia ancora come l'abbiamo appreso dalla favola di Biancaneve. Scopro, con mio immenso stupore, che questo lavoro non è più come quello dei sette nani, che armati di picozza scendevano sotto terra a cercare pietre preziose (da consegnare non si sa a chi; presumibilmente al Principe). Nella miniera di Nurax Figus, in Sardegna, l'azienda Carbosulcis ha investito nelle nuove tecnologie. Le macchine e l'automazione fanno gran parte del "lavoro sporco". La componente umana comunque, non è che sta là a fare le parole crociate. Si lavora comunque sodo, e c'è bisogno di competenze tecniche. Poi, si è sempre sotto terra, con tutti i rischi del caso (l'abbiamo visto in Cile).
Le due minatrici non sono delle virago che hanno optato per una mascolinizzazione delle loro esistenze: si mettono lo smalto sulle unghie, indossano gioielli e fanno figli. Eppure vivono tutto questo con armonia. Come se la cosa fosse normale. E infatti lo è. Lo è per loro, per me, forse per voi, ma non per tutti i loro colleghi maschi. Valentina ha fatto formazione a tutti i nuovi assunti, che però poi, in sede di lavoro, fanno finta che lei non esista e piuttosto chiedono consigli agli altri uomini. Probabilmente avranno pensato che dopo l'esercito e la polizia, la miniera poteva rimanere l'ultimo baluardo del lavoro veramente "maschio". E non si capaciteranno di come invece anche lì sotto possano arrivare le donne. E non è un caso che queste donne arrivino quando è richiesta non più tanto la forza bruta, ma la preparazione tecnica, anche se nessuna delle due minatrici si tira indietro quando c'è da portare un tubo pesante. Ovviamente una delle due è divorziata. E, con una certa malizia, non posso fare a meno di domandarmi perché.